“The Second Shadow: Dozie Kanu Mirroring Marc Camille Chaimowicz, with Shared Echoes and Kindred Spirits” Fondazione ICA / Milano di

di 11 Maggio 2026

Volendo essere schematici, la prima visita a una mostra sembra potersi risolvere in due posture distinte: da un lato quella di chi si abbandona alla sollecitazione dei sensi, lasciando che uno prevalga sugli altri e guidi l’attraversamento di ciò che accade oltre la soglia; dall’altro, quella di chi si dota preventivamente di un esoscheletro teorico leggendo almeno qualche riga di testo, per poi lasciarsi accompagnare –quasi per mano– dal curatore nella fruizione di qualcosa che, con cautela, si è già iniziato a prefigurare.
Per i più attenti visitatori di “The Second Shadow. Dozie Kanu Mirroring Marc Camille Chaimowicz, With Shared Echoes and Kindred Spirits”, a cura di Rita Selvaggio con il supporto di Giulia Civardi, non ci sarà modo di percorrere questa seconda strada. Al modesto ingresso di Fondazione ICA a Milano si sostituisce un accesso inedito, una grande bocca aperta all’interno della quale è possibile intravedere le interiora di un’installazione inusuale, architettonicamente connotata. Sebbene il primato in questa occasione vada riconosciuto alla vista, è difficile resistere alla malia dell’udito, che nel mio caso capta le inconfondibili prime battute vellutate di I Say a Little Prayer di Aretha Franklin.
Una volta entrati, ci si trova davanti a un bivio. A sinistra un volume sfaccettato, realizzato in cartone rinforzato e tenuto insieme, almeno in apparenza, da un nastro adesivo che ripete come un mantra una sola parola: haptic, un rimando ulteriore alla dimensione sensoriale e tattile. A destra una partizione verticale impedisce l’attraversamento e lo sconfinamento in uno spazio dai confini quadrangolari. Si tratta dell’installazione Jean Cocteau… (2003-2014) un ambiente ospitante ricco e stratificato nel quale è impossibile non percepire la presenza, seppur ectoplasmatica, del poeta francese al quale Marc Camille Chaimowicz dedica la propria opera. Non si tratta di una ricostruzione ma di uno spazio potenziale: evocativo, mutevole, cangiante, libero dalla pretesa di rappresentare ma animato dal desiderio di restituire, per frammenti e suggestioni, un tributo al poeta francese. Nessun elemento si impone sugli altri in modo definitivo ma ciascuno di essi sembra essersi depositato con precisione millimetrica all’interno di una scena domestica che è tanto fisica quanto mentale. Su tutte, la presenza del cavallo a dondolo richiama alla mente un immaginario infantile e al contempo perturbante, che assume immediatamente quella qualità onirica per la quale l’oggetto, seppur familiare, si sottrae alla propria funzione originale per segnalare qualcosa d’altro, di difficile identificazione. Altrove, un cenno più sottile ambienta l’installazione nella città di Milano: sulla parete di fondo fa capolino il “Cenacolo” di Warhol (The Last Supper, 1986-87), una presenza obliqua che inscrive l’installazione in una geografia culturale stratificata e priva di gerarchie stabili. L’uso del colore, infine, funge da collante: tessili, tappeti e superfici si tingono di sfumature polverose, delicate e vagamente stranianti. Questa qualità cromatica non si limita a caratterizzare gli oggetti ma si espande, contagiando le pareti e creando un amalgama che scioglie e impasta i confini tra figura e sfondo. Fantastica e irreale, la stanza dedicata a Cocteau non ricostruisce né ritrae: invita l’osservatore a percepire la presenza evocata per accenni, vibrazioni e rimandi indiretti.
Il richiamo musicale –mai del tutto assente– mi riporta altrove, richiamandomi fuori da questa sospensione. La voce di Aretha Franklin proviene dall’installazione di Dozie Kanu e più nello specifico da Tune the Tomb for Heated Energy During Earth’s Experience (2026): è parte di una collezione di vinili ordinati da una rastrelliera che ospita e mette in comunicazione una selezione variegata di autori, immaginari, ispirazioni. Da Berlioz a Miles Davis, da Otis Redding a J Dilla. Alzo gli occhi e mi risulta chiaro che l’ambiente progettato da Dozie Kanu non si ispira semplicemente a Chaimowicz ma ne eredita piuttosto il principio operativo: quello dell’evocazione come fondamento di una costruzione aperta. Qui, una selezione di opere provenienti dalla Nicoletta Fiorucci Foundation convive in una configurazione che rifiuta la sintesi. Non si tratta di semplice giustapposizione ma di una trama fitta, fatta di corrispondenze ed echi, nella quale ogni elemento entra in risonanza con gli altri. Basti pensare a Senza Titolo (Rosa Nera) (1964) di Jannis Kounellis, in attrito con quella bianca e turgida di Trisha Donnelly; o l’Abito a scale (1980) di Cinzia Ruggeri che cita Escher e, sospeso, entra in dialogo non solo con l’aria prodotta da un ventilatore posato a terra (Dozie Kanu, Fanatic Burnout Sydnrome (F.B.S.), 2025) ma anche con gli elementi scalari e metafisici presenti nella stanza di Cocteau, qualche metro più in là. La pratica d’ascolto è chiaramente la matrice primaria nell’ambiente di Kanu, che con il suo assemblaggio dà vita a una rete relazionale che rifugge la linearità e invita a una fruizione dinamica, fatta di ritorni, diversioni e pause.
Le due installazioni, pur differendo nelle modalità di esecuzione, sembrano condividere un’intenzione –quella di costruire uno spazio d’esperienza più che di rappresentazione. Accomunate dalla stessa tonalità, nel mondo musicale, rappresenterebbero due momenti distinti di una stessa partitura. Preludio e fuga–dove il primo predispone lo spazio espressivo suggerendone le potenzialità e la seconda ne propaga le traiettorie.
Si esce, al termine della visita, con la sensazione che qualcosa abbia attecchito: come dopo l’ascolto di un brano, ciò che resta non è la sedimentazione ordinata delle sue parti ma una traccia più sottile, più complessa da estrapolare e, proprio per questo, persistente. Un’eco condivisa capace di risuonare anche oltre la soglia.

Altri articoli di

Chiara Spagnol