Rebecca posa in intimo, linguaccia fuori e occhi chiusi. Quasi a testa in giù, il fianco poggia sul bordo di un divano in pelle scura; il braccio, teso verso l’alto, culmina in un telefono in atto di selfie. Narcisa contorsionista, marionetta se non senza fili certamente spaparanzata. Lo scatto Untitled #84 di Carla Rossi potrebbe essere l’immagine di un capitombolo. Ma nonostante la postura sgraziata, la modella appare, subito, tale: la composizione curata, la patina liscia e invitante evocano l’estetica della migliore fotografia di moda.
Rossi, d’altronde, da quell’industria proviene. Bellissima, serie fotografica nata come libro, e successivamente mostra omonima presso la sede viennese della galleria VIN VIN, da poco conclusa, trova nella grammatica visiva del mondo della moda gran parte del proprio materiale. Al centro del progetto c’è Rebecca, modella ed ex-contendente di Miss Italia, conosciuta da Rossi in un casting. Il lavoro si divide in due gruppi: da una parte gli scatti in studio, dove Rebecca è sola protagonista; dall’altra, immagini d’archivio del concorso, selezionate dall’artista. Queste ultime si distinguono dalle prime sia per i loro soggetti (in Untitled #89, per esempio, una schiera di ragazze in costume da bagno posano, sorridenti, sul pavimento dello studio televisivo), sia esteticamente: Rossi opta per texture granulose, colori ipersaturi, scatti sfuocati e al limite della visibilità. Il risultato è uno spettacolo alieno e surreale, in cui il lato grottesco del concorso — la celebrazione di una bellezza ristretta, patriarcale, berlusconiana — viene messo in risalto.
Gli scatti realizzati in studio evocano invece un’atmosfera più soffice. La figura di Rebecca si moltiplica e frammenta davanti alla camera di Rossi: dal dettaglio dei piedi si passa a un ritratto a corpo intero in cui lei è adagiata sul pavimento; il viso della modella ritorna ossessivamente, il suo sguardo talvolta rivolto verso l’obiettivo, altre volte pensieroso, malinconico, forse. L’impressione, soprattutto nel contrasto con le anonime figure televisive, è di accedere a uno spazio più intimo; ma ogni sforzo di penetrare la patina curata dell’immagine alla ricerca dell’identità di Rebecca cade nel vuoto. Come in Untitled #59, dove la sua pelle è ricoperta da uno strato di crema gelatinosa, luccicante: i miei occhi scivolano su questa maschera senza crepe né rughe. Dopo tutto, ci si trova nello spazio dello studio, e Rossi questo lo ribadisce di continuo. La sua mediazione traspare ovunque: nell’ombra incombente del treppiede sul muro di Untitled #95; nei due autopoles, aste telescopiche, su cui l’artista appende le fotografie all’interno dell’ambiente espositivo; nelle mani che impastano un sorriso sul viso di Rebecca in Untitled #88.
Bellezza, dunque, come un make-up da applicare sapientemente; come una forza che forma il comportamento e deforma la figura; come un codice prefabbricato, onnipresente nella nostra cultura visuale, venduto e reiterato tanto dalla televisione quanto dal mondo della moda. Il confronto con queste convenzioni dominanti è ineludibile; e forse ha ragione Boris Groys quando, in Diventare un’opera d’arte (2022) scrive: «la nostra soggettività non è altro che la capacità di seguire la moda che definisce il nostro “qui e ora” o di rompere con essa.» Che siano le sfuocate modelle di Miss Italia o la figura di Rebecca, in entrambi i casi “Bellissima” ci pone a confronto con corpi alla ricerca di riconoscimento, animati dal desiderio di essere visti. Groys definisce tale desiderio “narcisistico”; ma se storicamente il narcisismo era relegato a una posizione di contemplazione passiva della propria immagine, questo «stato di passività può essere interpretato anche come un’azione, un atto di esposizione di sé. E un simile atto conferisce all’individuo il controllo della propria immagine.» In tal senso, Rossi utilizza lo studio come un palco in cui riconfigurare, in maniera anche giocosa, certe aspettative nei confronti della bellezza. Se lo sguardo scivola sulla pelle di Rebecca è perché essa si offre, negli scatti di Bellissima, essenzialmente come immagine. La sua figura incarna proprio questa contraddizione: la modella è se stessa nella misura in cui decide di abitare le convenzioni che regolano il suo apparire davanti alla camera, e per estensione davanti al pubblico stesso.






