Lingua in fiamme di

di 22 Giugno 2026

Questa conversazione è avvenuta a Roma, a febbraio 2026, dopo pranzo. La sua trascrizione è stata arbitrariamente redatta il meno possibile, per permettere al suono e al tono della voce di uscire dalle parole, per far sentire la postura dei corpi dietro i racconti, perché in fase di sbobinatura mi è sembrata la cosa più giusta da fare (tenendo sempre a mente Carla Lonzi e Autoritratto) per tenere fede allo stare insieme.

Giulia Crispiani: Perché New York tra tutte? Che cosa ti ha portata lì?
Lina Pallotta: Negli anni ’70-’80 i cosiddetti movimenti politici, a cui avevo aderito durante la mia carriera universitaria, avevano sicuramente subito una una brutta sconfitta, il che mi ha lasciato abbastanza devastata. Ovviamente fu un misto di ragioni personali e politiche. A quel punto il pensiero di fondo per me è stato – dove c’è il controllo capitalistico totale, forse c’è un’elaborazione radicale più produttiva e meno ideologica, e voglio andare a vederla… Questa è una sintetica esemplificazione.
GC: E quindi sei andata a vedere con l’idea di fermarti lì, cioè proprio per emigrare? O sei andata e sei rimasta lì per caso?
LP: Sono andata e mi sono fermata, perché mi sembrava comunque che tutta una serie di riferimenti antagonisti si riallacciassero comunque sempre a delle teorie di vita, filosofiche ed estetiche, presenti nel vissuto di varie comunità.
GC: Quindi è stata anche una scelta artistica?
LP: Non mi ero ancora immersa nella fotografia né in una ricerca artistica specifica, quindi direi di no, non è stata una scelta artistica. Però nella vaghezza di un momento personale di estrema confusione, quel contesto sembrava meno vago, che potesse offrire reali possibilità. Quindi sono andata lì e sono rimasta. Per qualche mese mi sono fatta trascinare senza veramente prendere una decisione. Poi a un certo punto l’ho presa.
GC: Facevi avanti e indietro oppure sei proprio rimasta? E prima di New York, dove abitavi?
LP: Ho fatto avanti e indietro tra New York e Napoli. Però poi, quando mi sono iscritta alla scuola di fotografia – ICP International Center of Photography – ho fatto il visto da studente, che ho esteso per un anno di tirocinio presso l’ufficio della Magnum di New York e poco dopo ho fatto il visto da giornalista. Questo ha risolto lo status dei permessi, sono andata avanti per molti anni con il visto da fotoreporter fino a quando ho fatto la domanda per la carta verde, che ho vinto alla lotteria.
GC: In che senso? C’è una lotteria per la carta verde? Quindi era scritto nel destino…
LP: È un’idea molto americana – davvero, è la cosa più semplice del mondo, cioè per partecipare alla lotteria che ti permetteva di richiedere il visto di residenza, bastava inviare per posta i propri dati (nome, cognome, indirizzo, data di nascita). Talvolta si andava all’ufficio postale all’ultimo momento, a spedire la lettera e c’era questa fila interminabile di persone come te… Queste erano tra le esperienze che mi facevano piacere il mio quartiere, nel sentire questo senso di comunità non asservita. Non so, penso di averla fatta per quattro-cinque anni, ogni anno, senza riporci mai troppa speranza, perché è una cosa talmente facile che fai, poi te ne dimentichi… poi un anno l’ho vinta.
GC: Che anno era?
LP: Era il… non mi ricordo se il ’98 o ’99… a quel punto se la vinci comincia l’iter che è molto lungo e antipatico. Forse era il ’98 perché, tra l’altro, c’era una mia mostra sulla Slam Poetry durante un festival a Mantova, e mi ricordo che non sono andata perché quando inizi il percorso per ottenere il permesso di lavoro (carta verde) non puoi lasciare il paese fino alla fine del processo. Certo… una volta che iniziavi la trafila eri prigioniera degli americani.
GC: Com’era la situazione politica al tempo? Com’era la città?
LP: Guarda, gli anni ’80 penso siano stati di transizione. Io non c’ero, ma gli anni ’70 sono stati pesanti per New York. Il comune era a rischio bancarotta, la criminalità era altissima. Vivevo nell’East Village, o per meglio dire nell’Alphabet City, l’enclave caratterizzata dai nomi dei viali dati dalle lettere dell’alfabeto—dalla A alla D, nello specifico tra avenue A e B. Da lì in poi l’East Village cambia nome, ma più di strada che di formalità. Si chiamava Alphabet City perché non ci sono più i numeri, ma le lettere A e B, C e D. Era al centro del downtown, dov’era ancora pieno di artisti, bohemians e droga. Comunque, quello era il periodo d’inizio della gentrificazione, ma era un quartiere con tanti palazzi occupati o abbandonati, centri sociali ecc. quindi era anche una zona politicamente vivace, e sicuramente di resistenza. Dalla fine degli anni ’80 in poi ci sono stati continuamente sgomberi, casini con la polizia, e tutto ciò è andato avanti per tutti gli anni ’90 che sono diventati veramente gli anni della solidificazione del cambiamento. Poi nel 2000 sono esplose le nuove costruzioni, i grattacieli in vetro e cemento.
GC: Io non ci sono mai stata, ma uno dei miei riferimenti è Times Square, Red Times Square Blue di Samuel Delany. Non so se lo conosci, ma la prima parte parla del cruising a Times Square, che era un, diciamo, quartiere di teatri e cinema gay.
LP: Lo è ancora, però a quel tempo era cinema gay, film porno, locali di streap tease…
GC: Esatto. La prima parte è proprio un memoir suo del cruising tra i cinema porno, e scende nel dettaglio dei vari incontri, mentre la seconda parte parla di gentrificazione; quindi, del rinnovamento ed è tutto incentrato sulla relazione tra proprietari e affittuari, nello specifico della scomparsa del “landlord”, perché poi viene tutto appaltato alle corporations.
LP: Se ci pensi non è un caso che [Zohran] Mamdani ha vinto le elezioni per la carica di sindaco di New York con proposte specifiche sul caro alloggi sulla piattaforma casa, perché se noi qui ci lamentiamo di 50 metri quadri a 1.400€, li è fuori controllo. Io a New York vivevo in una casa penso di 40 metri quadri, e prima di lasciarla pagavo 1100$. Ti parlo del 2017, quindi nove anni fa, è stata messa sul mercato a 2800… ormai qualche tempo fa, dovrei cercare il prezzo di adesso, sarà aumentato ancora!
I quartieri più colpiti dalla gentrificazione sono stati il nostro East Village, il Lower East Side, Williamsburg, Harlem e sicuramente Times Square, che ha subito una trasformazione più eclatante. Non solo hanno chiuso tutti i bar di go-go dancers, ma hanno trasformato la zona in un’area turistica con bar e alberghi di lusso, è diventata corporate, cioè i grossi giornali, i quartieri generali di importanti corporazioni americane e internazionali, i grandi uffici legali si sono trasferiti tutti nei nuovissimi grattacieli.
GC: Sì, tante cose mi ricordano anche Amsterdam, che è stata proprio un prototipo per la gentrificazione, che poi è stata esportata altrove. Quindi in questo contesto, ti andrebbe di raccontare un po’ come nasce il progetto del libro Tongue on Flames, come accade quest’incontro con i poeti della scena newyorkese?
LP: Mah, inizia per caso. Andai al locale una sera e non mi ricordo bene cosa accadde, ma non credo sia importante, quello che ho visto mi coinvolse e incuriosì molto. Poi sono tornata con l’intento di fotografare. La serata a cui avevo assistito mi ha dato subito il senso che coagulasse, in qualche maniera, tutta una serie di voci indipendenti. Quindi, come capitava spesso in situazioni simili, ho avuto la sensazione specifica che in quel piccolo posto ad Alphabet City ci fosse una storia che meritava di essere raccontata. Quindi iniziai a frequentare il Nuyorican Poets Cafe e a fotografare, senza costruzioni progettuali, anche se l’idea che il progetto potesse diventare un libro si è manifestata presto (idea che ho accantonato, ed è ricomparsa con forza quando è uscito il bando strategia fotografia, l’ho proposto a NERO e abbiamo subito deciso di farlo).
GC: Di quali locali parliamo nello specifico?
LP: Allora all’inizio io sono andata in questo locale che si chiama Nuyorican Poets Cafe, e il nome definisce immediatamente che nasce con l’intento di farne un luogo dedicato alla poesia. Nasce agli inizi degli anni ’70, all’inizio nel salotto nell’appartamento dell’East Village del poeta e scrittore, professore Miguel Algarin, con un gruppo di poeti (tra cui Miguel Piñero, Pedro Pietri, Victor Hernández Cruz, Diane Burns, Tato Laviera, Piri Thomas, Jesús Papoleto Meléndez, Sandra María Esteves) quasi tutti di origine portoricana, molto vicini a schieramenti politici di sinistra e anti-imperialisti.
A un certo punto il gruppo si dissolve. Poi verso la fine degli ’80 il poeta, attivista, accademico, curatore e persona multiforme Bob Holman lancia la Poetry Slam del venerdì sera nella sede attuale, di fatto lanciando la scena Slam a New York (che nasce originariamente a Chicago, con Mark Smith). Il Nuyorican Poets Cafe si apre a un pubblico ampio e trasversale, la programmazione è molto più aperta anche ad altre forme d’arte, tra cui performance, spettacoli di teatro, concerti, fondamentalmente jazz, e cose così.
Man mano che tornavo, conoscevo la scena, cominciavo a frequentare i poeti e ad informarmi rispetto alle loro performance in altri locali. Alcuni di questi erano completamente random e non stabili, mentre altri erano sicuramente molto più affermati. L’altro posto molto frequentato e con una storia consolidata era The Poetry Project at St. Mark’s Church, una chiesa sconsacrata.
GC: Ah sì, il Poetry Project.
LP: Esatto, fondato negli anni ’60, è stato un punto di riferimento per la poesia nuova e sperimentale, in particolare la beat generation, per oltre cinquant’anni, con iniziative e eventi regolari con poeti, scrittori, musicisti, drammaturghi, danzatori e artisti performativi, laboratori di scrittura tra cui la famosa New Year’s Day Marathon, già dal ’74. Lì c’era un tipo diverso di audience, diciamo, più strutturato, più intellettuale, se vogliamo, per certi versi più radicato in una tradizione che risale alla scena beat, quindi decisamente più legata alla scena militante di quegli anni e alla crisi dell’AIDS. Alla maratona di capodanno partecipano poeti con riferimenti culturali vari, dai più radicati negli anni ’60-’70 alle nuove generazioni di Spoken Word, o artisti più di successo come Lou Reed o Patti Smith… mentre il Nuyorican era sicuramente più fluido, aperto alle nuove tendenze della poesia latinos, portoricana, afro-americani, e chiunque volesse condividere le proprie creazioni. Poi c’erano le serate del martedì sera al FeZ Cafè, un ristorante su Lafayette ST. e la terza strada, dove nel seminterrato si incontravano poeti hip hop, quindi di tradizione afroamericana – più orientate verso l’incontro tra parola e musica.
GC: Ripensando a quello che hai raccontato alla presentazione che abbiamo fatto a Merende1, ti va di raccontare che tipo di scoperta è stata per te?
LP: Scoprire il mondo della Spoken Word e della Slam mi ha permesso di avvicinarmi alla società americana in maniera più diretta – che comunque non conoscevo veramente, cioè anche se pensi di conoscerla, e lo presumi perché hai visto troppi film, quindi quello che sai lo sai attraverso i mass media – mentre per me le loro narrative creano un contatto più diretto, insito nel tipo di poesia. Già la beat generation aveva introdotto degli elementi di rottura molto forti, con il suo approccio molto più introspettivo. Questo era un misto tra soggettivo ed estremamente personale, autobiografico, a volte incazzato, quindi a me sembrava di toccare più da vicino le dinamiche della società.
GC: Sì, infatti la domanda successiva era: come entra la vita nell’arte? Perché da una parte sei tu che entri in questo posto e fai questa scoperta, e dall’altra c’è tutto quello che viene portato dalla poesia, tutto il portato della vita reale nella disciplina artistica, più o meno intenzionalmente – anche se io poi non credo che la poesia sia proprio una disciplina, forse tutt’altro…
LP: Anzitutto, ho difficoltà con la definizione di che cosa è arte e cosa non… sicuramente io, ma penso come molti di noi hanno delle preferenze, delle definizioni magari vaghe, ma personali. Nella mia concezione, l’arte è qualcosa che coinvolge, e quel coinvolgimento poi diventa pensiero, sentimento, pancia, riflessione. Diventa tutto. Potrebbe diventare tanto di più, però per me l’arte è ciò che mi fa sentire il respiro della vita; quindi, qualcosa che quando ti arriva ti sintonizza e un minimo ti apre a delle curiosità, a delle conoscenze. Poi da qui a generalizzare come si incontrano l’arte e la vita, non lo so, per me se l’arte non parte dalla vita, da dove parte? Cioè, tutto ciò che non parte dalla vita e diventa qualcosa che non so nemmeno come definire, il più delle volte non mi interessa. Capisco anche il perché, vengo dalla fotografia documentaria, mi hanno sempre rotto i c******i dicendomi che la fotografia documentaria non è arte, quindi a un certo punto mi sono detta vabbè, non è arte – chi se ne fotte, scusa… Cioè, tu fai quello che senti, non è che pensi a quello che sia giusto fare? Non è che vai a pensare alle definizioni imposte dal mondo di fuori. Non ci sta e non ci stai, non ci staresti comunque. Anche perché poi penso che ci voglia una qualche sintonia con un approccio così utilitaristico, e io non lo so fare. Anche quando mi chiedevano di fare certe cose, non sono mai riuscita a farle, non le ho mai fatte, perché non ci riuscivo.
GC: Ti sento molto vicina in questo…
LP: Quindi la mia attitudine è stata sempre: io faccio a modo mio e il mondo lo definisce come vuole. Però sicuramente c’era e c’è ancora, questo senso – arte o non arte – di aprire e includere, arrivare, raggiungere, toccare, cioè fare delle cose che possano un minimo coinvolgere le persone, incuriosirle. Perché io penso, profondamente, adesso lo penso ancora di più, anche se diciamo la confusione è aumentata appunto con l’intelligenza artificiale, che avere delle prove di esistenza di realtà è importante. Negli anni ’90 c’era più apertura, internet ha rappresentato il sogno utopico di una comunicazione super libera, dal basso; ora è chiaro che i vari spazi liberati sono stati cooptati – un fallimento, però i presupposti, a mio avviso, rimangono validi nelle premesse utopiche.
GC: Ho risfogliato Porpora e lì c’è questa sezione dell’archivio. Tornando alla domanda di prima, come entra l’archivio nella vita? La vita che accade, perché poi Porpora è un progetto di contatto, di prossimità, non è un progetto concepito a prescindere. Quindi l’arte accade dentro la vita e diventa storia che diventa archivio, e appunto la vita stessa diventa archivio. Questa è anche una riflessione che sto facendo io, appunto, sull’essenza dell’archivio e su questo vivere nell’archivio, pensando anche a questa cosa che hai detto cioè che se qualcosa non fa parte della vita non ti interessa, ma soprattutto che prescinda da quello che ti succede intorno. Qual’è allora il tuo rapporto con l’archivio?
LP: Io non sono una che ha particolarmente a cuore il senso dell’archivio, però nello stesso tempo è importante avere una presenza scritta o visiva che può essere arte o altro, che possa entrare nella memoria storica collettiva. Spero che la mia pratica trovi posto nell’archivio collettivo del futuro. Quando abbiamo fatto Porpora non c’era ancora un archivio del movimento trans quindi Michele [Bertolino], che se n’è occupato, ha scelto alcuni punti di riferimento mettendoli insieme in una maniera anche molto libera, proprio per evitare di dare la struttura “archivio storico” a documenti, testimonianze e altro, che, come esperienza di vita, non apparteneva né a me né a lui. Entrambi crediamo che la sistematizzazione di un archivio debba essere prodotto dalle persone interne ai movimenti che vogliono rappresentare. Poi il movimento trans ha iniziato a sistematizzare… Allora io penso che certe storie, certe realtà devono essere archiviate, perché sono speciali, hanno diritto di rappresentanza e devono essere incluse nella narrativa storica, perché la presenza dell’archivio di per sé storicizza una serie di piccoli eventi anche se sono frammentari.
Gli archivi di situazioni minoritarie e marginalizzate sono essenziali, più dell’archivio classico che spesso rappresenta la visione del potere. E questo secondo me è qualcosa che deve essere ben presente nella mente di chi consulta gli archivi. Cioè o trovi una lettura che aggiunga elementi o metta in discussione rappresentazioni o assunzioni date, o avvalli la lettura precostituita del reale.
GC: Certo.
LP: Sono riflessioni da tener presente quando si producono contenuti artistici, in qualsiasi forma – lasciare una traccia storica inclusiva è l’illusione che la produzione dei miei libri accarezza, che questo si possa trasformare in realtà o rimanere un’illusione personale si verificherà nel futuro…
GC: Ah, che cosa profonda che hai appena detto, lo mettiamo in grassetto…
LP: La ragione per cui io credo molto più ai libri, che alla mostra, è perché il libro si lancia nel futuro, e questo può articolare una lettura del nostro presente nel futuro inclusiva, o comunque resta una prova di presenza, di realtà.
GC: Ritornando su sull’altro libro, cos’è stata e cos’è per te la poesia, sia testuale che per immagini?
LP: Allora guarda, non so se è una bestemmia… Ci sono delle forme di poesia che mi ricordano molto la mia fotografia, nel senso che c’è sicuramente qualcosa di specifico, ma c’è anche tanta fluidità, e quello spazio tra lo specifico e il fluido, tra lo specifico e il non certo, diventa creativo. C’è questo senso di respiro ampio dove puoi sentire e costruire tante cose, l’immaginazione, o le suggestioni, o le nostalgie – ognuna c’ha la sua – di chi ascolta possono fluire…

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