Il futuro collettivo. “Unos pocos buenos amigos” CANTADORA / Roma di

di 16 Giugno 2026

Un grande striscione accoglie il visitatore all’ingresso della galleria: “El futuro lo construye el trabajo colectivo”. Un motto che, come un dispositivo di lettura, innerva l’intera mostra. “Unos pocos buenos amigos” è un progetto corale immaginato dal curatore Vasco Forconi con gli artisti colombiani María Leguízamo e Gerson Vargas inaugurato lo scorso 13 maggio presso la galleria CANTADORA di Roma. La mostra mette a fuoco la comunità come tecnologia politica e affettiva, un lessico materiale di cura reciproca, dove l’arte diventa pratica di orientamento in un territorio segnato da stratificazioni di violenza – dalla spoliazione territoriale e gerarchizzazione delle cosmovisioni indigene, proseguite ben oltre l’epoca coloniale, fino alla controinsurrezione e paramilitarizzazione, e agli sfollamenti prodotti da estrattivismo, narco-economie e accaparramento delle terre – restituendo voce a comunità che reinventano casa e quartiere come istituzioni comuni. Qui, l’idea di “sentirsi comunità” è un regime di attenzione, un allenamento dello sguardo e dell’udito a captare le vibrazioni minime di cui si compone un “Noi”.

L’opera di Gerson Vargas, in mostra, funziona quasi come un dispositivo storiografico espanso: restituisce il quartiere come laboratorio politico e riconsegna al presente frammenti di oralità, album domestici e cronache dell’autorganizzazione attraverso una serie di disegni a matita. In Sin título (2026), la data del 17 settembre 1963 affiora come un punto di condensazione dove l’istituzione del Comitato Dipartimentale della Unión de Vivienda Popular incornicia decenni di lotte per l’accesso alla casa. Quel gesto collettivo fatto di occupazioni, negoziazioni, invenzione di servizi e infrastrutture genera la Comuna 16, che è anche il terreno affettivo e politico da cui nasce lo sguardo dell’artista. Il foglio, nella sua apparente modestia, tiene insieme documento e mito: i vuoti della memoria diventano lo spazio operativo dell’immaginazione, laddove la “crisi dell’abitare” diventa un racconto incarnato di pratiche di sopravvivenza e di futuro.
L’altra sponda del lavoro di Vargas, disseminata in tutta la mostra, ribadisce che il microcosmo del barrio contiene strutturalmente le forme di lotta universali. In questo senso la sua posizione di artista radicato – non ha mai lasciato il proprio paese prima di questa mostra – è la condizione di possibilità di uno sguardo radicale, capace di parlare dell’oggi globale. Non è l’uscita dal luogo che universalizza, ma l’intensità con cui il luogo viene restituito come ecologia di relazioni, come “sentire geopolitico” inscritto nei corpi e nelle trame del vicinato. Nel suo orizzonte, la casa si trasforma in dispositivo di giustizia spaziale, e la comunità non è un soggetto già dato, ma una costruzione diacronica che include “los anteriores” e “todos los por venir”.

Speculare e complementare, María Leguízamo orienta l’attenzione a come la voce diventa scultura e influenza la materia. Le sue installazioni di vetro soffiato, composte da sistemi stereo e lampade a olio, traducono i segnali sonori attraverso i movimenti coreografici delle fiamme: una fisica dell’ascolto che rende visibili pressioni e risonanze. L’innesco concettuale è dato dalle prime registrazioni grafiche della voce umana tramite fonoautografo (dal 1857) su carta affumicata, che saldano l’archeologia dei media al presente iper-sensoriale. In Llama a la llama (2026) la componente relazionale non è un elemento accessorio, ma il motore stesso del lavoro: un telefono sempre attivo raccoglie messaggi vocali, auguri e pensieri inviati da amici, colleghi e presenze lontane. La chiamata diventa così un gesto minimo di prossimità, capace di contrastare la tonalità più oscura che attraversa l’opera. Ma c’è anche un altro livello: la voce che arriva da lontano sembra incarnarsi temporaneamente nella fiamma, che si offre come corpo provvisorio, instabile, quasi fantasmatico, di una presenza evocata.

Questa grammatica del legame, in Leguízamo, sembra essere sempre attraversata da una dialettica fra incanto e disastro. I suoni delle  strade di Bogotá, registrati dall’artista dalla finestra o nel vagare urbano, si traducono nelle sue opere in un paesaggio acustico che incrina l’idea di sicurezza domestica: l’udito come organo della paura. La voce, amplificata e resa fiamma, è un mezzo per tenere insieme i due poli – per restituire al presente l’energia rituale capace di trasformare il trauma in legame, l’allarme in vigilanza comune. 

Sullo sfondo, il titolo scelto da Forconi, eco del film di Luis Ospina su Andrés Caicedo, lavora come mantra operativo: “pochi buoni amici” è una formula di economia dell’attenzione, una politica degli affetti contro l’entropia. La curatela si muove dentro questo orizzonte: costruire le condizioni per cui l’arte attiva situazioni di ascolto e responsabilità. Così la crisi dell’abitare, che in Europa leggiamo tra sfratti, gentrificazione e cattura finanziaria dello spazio, in mostra si intreccia con la memoria storica di occupazioni e processi di territorializzazione dal basso di un popolo, un atlante di possibilità futuribili che non attende politiche salvifiche, ma pratica alleanze e istituzioni comuni. Le assemblee, i comitati, le chiese come infrastrutture sociali; i disegni, le telefonate, le fiamme come corpi sensibili.

È significativo che il giorno dell’inaugurazione, con il dj-set di Mira Vivian, la mostra abbia virato verso una dimensione festiva come metafora fisica di un corpo collettivo. Quel momento di densità sonora ha reso percepibile ciò che la tesi del progetto afferma sottotraccia: l’appartenenza non è una retorica, è una pratica che si fa, una tecnica del convivere. Nel pulsare condiviso, il pubblico ha smesso di essere platea per farsi assemblea provvisoria, dove la festa si è assunta come forma di conoscenza, come sospensione che riarticola le gerarchie tra sapere e sentire.

“Unos pocos buenos amigos” riprende una tradizione latinoamericana in cui estetica e politica crescono insieme – archivi comunitari, pedagogie popolari, pratiche di quartiere – e la traduce in un linguaggio espositivo leggibile oggi. La mostra propone di ripartire dal micro: dal quartiere come forma-mondo e dall’arte come manutenzione dei legami.
Se “il futuro lo costruisce il lavoro collettivo”, allora serve una nuova idea di abitare, bisogna trasformare le case in nodi di reti solidali, usare le immagini per restituire la memoria condivisa e far circolare le voci come segnali che orientano. Non per consolare con la nostalgia, ma per organizzare azioni di lotta comune nel presente.

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Irene Angenica