food as practice, pleasure as practice. margaretha jüngling di

di 17 Giugno 2026

La rubrica temporanea dal titolo “Close Up” nasce da una collaborazione tra Flash Art Italia e Istituto Svizzero, e si concentra sull’azione di hosting editoriale come pratica di condivisione della ricerca.
“Close Up” è uno spazio editoriale che ospita i testi di scrittrici e scrittori invitate da Istituto Svizzero ad approfondire e ragionare intorno alle pratiche di artist* in residenza del programma Roma Calling 2025/2026.

But underneath it all as I was growing up, home was still a sweet place somewhere else (…) my truly private paradise of blugoe and breadfruit hanging from the trees, of nutmeg and lime and sapadilla, of tonic beans and red and yellow Paradise plums.

Audre Lorde, Zami

 

La pratica artistica di margaretha jüngling ci invita a portare attenzione ai molteplici significati e storie che ogni cibo racconta; o a come si può raccontare una storia attraverso il cibo. I suoi lavori indagano simboli ed estetiche legate a ingredienti grezzi, a ricette e tradizioni culinarie, osservando come nelle abitudini dell’alimentazione si riflettano e rivelino codificazioni culturali, sociali e rapporti di potere che regolano la nostra vita condivisa. 

Il processo creativo e di pensiero di margaretha procede spesso per accumulazione, combinando nella fase di ricerca molti riferimenti e differenti piani di riflessione. Il suo sguardo tende a soffermarsi su zone di ambiguità o di contraddizione, intervalli di spazio dove narrazioni e interpretazioni diverse si sovrappongono e si confrontano. Durante una conversazione che abbiamo avuto mentre preparavo questo testo, margaretha mi ha fatto notare il paradosso che definisce l’atto stesso del mangiare: un’attività che associamo spontaneamente alla convivialità e alla condivisione, ma che resta, nel suo compiersi, un’esperienza irrimediabilmente individuale. Mangiare è un processo intimo, interno, opaco allo sguardo altrui, che tuttavia ci apre a una relazione radicale con tutto ciò che ci circonda. Come spiegato da margaretha, quando mangiamo, ingoiamo pezzi di mondo e al contempo diventiamo mondo: la digestione si mostra in questo senso come un’energia di trasformazione fisica che ci connette alla realtà, mettendo in relazione scala micro e macro, i batteri e l’umano. È una prospettiva che si avvicina all’approccio post-umanista e neo-materialista di alcuni pensieri femministi contemporanei, come quelli elaborati da Donna Haraway o Anna Tsing, che riconoscono e descrivono il soggetto come entità relazionale, composita, multi-specie e “contaminata”.

Quando ho incontrato margaretha per la prima volta stavo leggendo Zami, il romanzo autobiografico in cui la poeta Audre Lorde racconta il suo percorso di formazione, dall’infanzia alla prima età adulta. Parlare con margaretha mi ha aiutata a mettere a fuoco il ruolo centrale svolto dal cibo nel libro di Lorde, nel racconto del processo di esplorazione-definizione della propria identità. In Zami, il cibo è uno stimolo erotico e politico che connette la memoria, l’eredità culturale e la dimensione carnale del corpo. Questi tre diversi piani si combinano anche nella pratica artistica di margaretha: nei suoi lavori, il nostro corpo assapora, annusa, tocca, e attraverso questi stimoli percettivi entra in relazione con tracce di memorie, abitudini e immaginari che raccontano eredità, vicende e valori dei contesti in cui l’artista interviene. 

Il cibo agisce come dispositivo di evocazione, ma anche, talvolta, di disorientamento, per esempio attraverso l’attivazione di un contrasto tra elemento visivo ed esperienza gustativa. Penso alle trecce di barbabietola fermentata di red curtain (2026), appese a ganci da macellaio e sgocciolanti su una tovaglia bianca, come rossi filamenti di carne cruda. In questo lavoro margaretha ha riattivato la memoria della prima destinazione d’uso dell’edificio del Quartier Général Centre d’art contemporain di La Chaux-de-Fonds, un ex macello. Il pubblico era invitato a tagliare e mangiare le trecce, sporcandosi e macchiando di rosso il telo di lino steso sul tavolo. La barbabietola è un alimento storicamente associato a contesti di povertà, poi integrato nei sistemi di allevamento intensivo e infine riassorbito nelle diete delle classi più agiate; margaretha ha utilizzato la sua storia e la sua consistenza sanguigna per proporre una riflessione sul consumo di carne e sulle estetiche del grottesco. red curtain ha innescato un senso di perturbazione negli spettatori, la cui reazione ha oscillato tra attrazione e repulsione. Credo che una delle domande fondamentali che accompagnano la ricerca di margaretha riguardi proprio ciò che succede quando entriamo in contatto con esperienze che ci portano oltre il confine che definisce ciò che è “decoroso” e quindi visibile; quando ci avvicinano ai territori invisibili del disgusto e della repulsione. Come riempiamo i nuovi spazi di significazione che abbiamo davanti? A cosa serve quella linea di demarcazione?

Ci sono alcuni alimenti con significati simbolici molto densi e stratificati che tendono a ritornare più volte nelle installazioni e nelle performance di margaretha, come l’uovo, la mela o il pane. Proprio un pane, un panino dolce, il maritozzo, è al centro del progetto di ricerca che margaretha ha sviluppato durante i mesi di residenza a Villa Maraini. Seguendo il suo abituale approccio metodologico, margaretha ha raccolto moltissimi dati, racconti e ricette, imparando a conoscere meglio la città di Roma tramite la storia di questo dolce, originariamente legato ai riti di ribaltamento del carnevale ma anche alla performance dei ruoli di genere nel matrimonio eterosessuale; 1 nato come merenda popolare, oggi prodotto gourmet. Ricomponendo l’intreccio di aspetti religiosi, popolari e di classe che accompagna le narrazioni sul maritozzo, la riflessione di margaretha interroga i modi in cui il cibo contribuisce a dare forma a identità regionali e nazionali; ma osserva anche il coinvolgimento delle tradizioni culinarie nelle dinamiche del consumo contemporaneo. Questa prospettiva mi sembra particolarmente significativa in un contesto come quello italiano, dove processi di commercializzazione di un’“italianità” da mangiare stanno ridefinendo le economie turistiche e l’immagine di città come Roma, Napoli o Bologna.

A marzo 2026, in occasione della prima condivisione della sua ricerca sul maritozzo presso lo spazio indipendente Lateral Roma, margaretha ha cucinato dei panini alla barbabietola rossa fermentata, proponendo una rivisitazione salata della ricetta. Disposti su una piccola tovaglia bianca stesa a terra, i panini erano presentati insieme a una crema di mandorle, contenuta in una ciotola sospesa al soffitto da un cesto lavorato all’uncinetto, richiamante nella forma e nell’allestimento un incensiere liturgico. Il pubblico è intervenuto spezzando il pane, intingendolo, mescolando il rosso della barbabietola con la crema bianca, mangiando e sporcando. Questo rituale di consumo ha ampliato il processo di trasformazione di forme, ingredienti e gesti della tradizione alla base del lavoro, in un rimescolamento simbolico e collettivo dei significati.

Come avvenuto presso Lateral Roma e il Centre d’art contemporain di La Chaux-de-Fonds, l’attivazione partecipativa degli allestimenti di margaretha è spesso introdotta da letture di testi poetici, che offrono chiavi di avvicinamento ai lavori. Nella pratica di margaretha, la scrittura non ha una funzione descrittiva, non offre spiegazioni, ma costituisce piuttosto uno spazio di elaborazione creativa parallelo e complementare, in cui spesso trovano posto elementi narrativi più intimi e personali. La relazione nel lavoro di margaretha tra scrittura e cucina, tra cibo e linguaggio verbale mi fa pensare alla bocca come cavità di masticazione di parole e pietanze: al cibo come linguaggio, ma anche alla scrittura come cibo, di cui margaretha si nutre. I suoi riferimenti teorici e letterari spaziano da Sara Ahmed a Georges Bataille, da bell hooks a Simone Weil, da adrienne maree brown a Ursula Le Guin. Ho ritrovato anche Audre Lorde nella biblioteca di margaretha. 

Nel 1980 Lorde ha fondato, insieme a Barbara Smith, Beverly Smith e Cherríe Moraga, la Kitchen Table Press, una casa editrice che è stata attiva per più di un decennio, nata con l’obiettivo di pubblicare testi di scrittrici razzializzate, lesbiche e marginalizzate dal mercato dell’editoria bianca (anche femminista). Il nome Kitchen Table Press parla appunto dei libri come nutrimento, ma soprattutto sottolinea l’importanza di strutture sociali e di condivisione come il tavolo da cucina per la circolazione di saperi che si collocano fuori dai confini della cultura egemonica. L’approccio di margaretha condivide con questa esperienza il valore dato allo scambio, alla messa in comune e alla messa in discussione dei saperi, e una sensibilità che riporta la produzione culturale a contatto diretto con la vita quotidiana, come rivendicazione. Nel suo statement artistico leggiamo: “it is always still food, deeply embedded in the everyday”. 

Il lavoro di margaretha si inserisce in una ramificata genealogia di pratiche artistiche orientate alla condivisione e alla comunità, maturate almeno dagli anni Sessanta fino al presente. Penso a esperienze e metodologie che hanno messo in discussione i confini dell’arte, in senso interdisciplinare ma anche come forma di impegno sociale. Il valore politico del percorso di margaretha inizia nella scelta stessa di utilizzare e risignificare gesti, materiali e codici del cucinare – un’attività di cura, parte del ciclo della riproduzione sociale, al centro delle rivendicazioni e delle lotte femministe e di diverse soggettività marginalizzate dalle politiche dominanti. Come molte delle pratiche di questa grande famiglia, anche il suo approccio si basa su dinamiche di coinvolgimento che spostano radicalmente il centro dell’arte dall’oggetto al processo, dalla ricerca linguistico-formale all’apertura di spazi di esperienza. Quello che risulta significativo nel suo caso specifico è però il ruolo occupato dal corpo in questo contesto. Il lavoro di margaretha si esprime e si realizza pienamente nell’attivazione di condizioni relazionali, ma soprattutto nel coinvolgimento sensoriale e sensuale del corpo attraverso il cibo, buon cibo! Come a dire che non dobbiamo rinunciare a una pratica del piacere anche quando ragioniamo criticamente, politicamente. Seguendo la strada indicata dall’autrice e attivista adrienne maree brown, forse possiamo pensare i lavori di margaretha anche come esercizi collettivi che ci aiutano a imparare ad allineare il nostro piacere ai nostri valori.

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Marta Federici