“Tutto ciò che una fiera d’arte non è: uno spazio comunitario, egualitario, gratuito e radicalmente aperto al pubblico. Nessuna lista VIP, nessun trattamento speciale, solo una folla pulsante che attraversa installazioni e performance con un drink in mano”.
Basel Social Club è un indirizzo. Un indirizzario di indirizzi. Per cosa? Per ridefinire il ruolo delle manifestazioni artistiche nei territori.
Non nega il luogo come non nega le manifestazioni maggiori, semplicemente produce una nuova geografia che corrisponde ad una nuova destinazione. La ripetizione dei format nell’arte rende l’esperienza dell’arte omologata e riduttiva. È come liofilizzare, sintetizzare, anestetizzare. Riduce al mercato, all’acquisto, al networking, al watchworking. Ma di cosa abbiamo bisogno? Di luoghi d’arte. Non di luoghi che espongono semplicemente in uno show-room.
Basel Social Club nella sua improbabilità distopica e multipiano e multilivello, come quest’ultima sede, è una forma matura di cambiamento. Si entra alle 4 del pomeriggio. Sì esce alle 4 del mattino. L’edificio era un immenso ufficiometro. Migliaia di metri quadri per colletti bianchi. Migliaia di metri, oggi, vacanti, senza destinazione. Perché l’ufficio, metrica del novecento, non esiste più. Nemmeno in Svizzera, dove le stringate nere sono state sostituite dalle ON. E cosi questo spazio di Diener & Diener, non si relaziona più al lavoro ma ad una fine liberatoria del lavoro, dove immaginazione, creatività, arte, riposto, lentezza, incontro, diversità, divertimenti, sudore, odori, rumori diventano stratificazioni positive per un futuro post AI.
Si entra, e molti escono di notte, dal garage, una bocca enorme di un tunnel per tir che si restringe come in un cunicolo di montagna, perdendo la luce, per aprirsi man mano a piani infiniti di stanze con installazioni, performance. Attraversando uno stage rave. E tutto, diventa, magico. Perché c’è una energia di vita che manca da altre parti. Un viaggio possibile di ore tra artisti, perlopiù sconosciuti, perlopiu marginali, che si impossessano del luogo in modo naturale. Naturale come le famiglie che nel pomeriggio arrivano con i bimbi, naturale come il pubblico delle 12 pm, diverso e integrato, ma mai omologato.
Il floor non è comandato dai decoltè Chanel o dagli stads Valentino, ma da varianti stilistiche colorate e tatuate. Come fossimo a LA e non a Basel, e tra le stanze, la book fair, e l’area gym, e l’area workouts e la sauna, e il filling botox naturale, e i diamantini sui denti, e la pesca di beneficienza… al centro una piazza di gelati, drinks, sigarette elettroniche, e chatting nell’umidità svizzera, tra Uber fries, ceviche, gelato di Berna, Magnum Ottolinger multicolore.
Una mezza via tra biennale, rave, centro sociale, centro culturale, centro di vita. Partito 4 anni fa, dopo un rifiuto alla fiera maggiore, oggi diventa per Robbie Fitzpatrick, un luogo di sperimentazione di nuove forme di socialità attraverso il filtro libero, per ora, dell’arte e dell’immaginazione umana. Basel Social Club occupa gli uffici abbandonati del capitalismo e li trasforma, per una settimana, in una macchina collettiva per produrre tempo, relazioni e vita. Perché se qualcosa ci manca è proprio la vita che sa e puzza di vita.












