C’è stato un momento, qualche secondo, forse un minuto, in cui un brivido ha attraversato la mia schiena. Voglio ora provare a riviverlo, mentre scrivo. Ascolto Aria sulla quarta corda di Bach, nel riarrangiamento del 1871 di August Wilhelmj del secondo movimento della terza Suite, in re maggiore. L’ascolto perché vorrei tornare esattamente a quel brivido di pochi giorni fa anche se qui, ora, Bach, mi riporta in maniera troppo diretta a memorie mattutine domenicali dove l’amore paterno per la musica classica svegliava di botto un’adolescente bisognosa di sonno.
The condition of music […] is mostly inclined towards certain turns and intensifications of attractions, inner motions that hinge a life with the world, spinning sounding soul-soma spiralling serpentine sentences.
Provo, di nuovo, questa volta chiudendo gli occhi per visualizzare quel momento.
Il rosso lucido, quella particolare verniciatura che costituisce il colore interno dell’Auditorium del MACRO di Roma, cuore pulsante dell’area concepita da Odile Decq, acquisisce di senso.
Riflette tutto. Ogni cosa corre, si rincorre, sfugge, diventa liquida e si aggiunge all’aria rarefatta del caldo afoso appena arrivato (proprio quella sera Daniela Cascella – che cito in corsivo in questo testo dal suo ultimo libro edito da Erratum Press, Beauty, Burning: The Condition of Music – mi scrive che a Londra ci sono 33 gradi, condividendo tutta l’ansia insonne di questa informazione).
Se di stelle luminose Decq pensava di far scintillare l’Auditorium quando ha pensato a quel colore così riflettente, di certo il 26 maggio 2026 chi è riuscita ad arrivare in tempo a un evento tanto improvviso quanto necessario, ne è emersa abbagliata e stonata.
Ma, come scriverne. Come spiegare che l’incontro in programma di Theaster Gates non solo era molto atteso, vista l’immensità della sua ricerca (perdonate se sono così epica nel definirla, defilandomi codardamente anche dal farlo), ma è andato ben oltre le aspettative. Ci immaginavamo una semplice listening session, senza troppe derive. Questa la descrizione online: «una selezione di tracce e vinili provenienti dall’universo musicale che attraversa la sua pratica: soul, funk, R&B, blues, jazz e house music tra gli anni Sessanta e Ottanta, con particolare attenzione alle scene di Chicago e Philadelphia e alla loro dimensione culturale, spirituale e comunitaria».
Un viaggio e un dono. Sono qui che penso, da giorni, a come restituirlo, a come riportare quell’immagine miope ma luccicante. Un’immagine sonora, una narrazione fatta per ascolti associativi, ripetizioni, canti, dichiarazioni e un linguaggio somatico tristissimo e allegro, rabbioso e rapito.
Quindi, ancora, provo a ricordare la causa del brivido, avvenuto più meno a metà dell’evento, la cui durata è stata assai generosa, di circa 1h e 20 minuti.
Tra i molti vinili (provenienti dalle collezioni di Luca Collepiccolo e Francesco Graziadei), i giradischi, un quaderno, diversi microfoni, un Roland vocalizer e, dopo aver ascoltato Marvin Gale, Pharoah Sanders e Teddy Pendergrass, tutto si silenzia.
Gates prende i microfoni e comincia a parlare modificando il timbro della sua voce (sembra che in questa serata prediliga molto gli acuti, direi di quelli da “effetto elio”).
Si registra e poi manda in loop:
«There are so many things I want to talk about. So many things… I wanted to play music….
Sometimes I just wanna talk to myself.»
Daccapo:
«There are so many things I want to talk about. So many things… I wanted to play music….
Sometimes I just wanna talk to myself»
Registra di nuovo:
«So many of my friends are here, so many of my friends are here… people I quite like… these are people who I think about… aaaaaaaall the time….»
Manda in loop e registra, ancora:
«Private things, I say private things, private things, I say private things…»
Nuovamente:
«And I wander if I am doing anything.
Maybe I am just fucking around, maybe I like fucking around.»
Nel caos di vocalità, parole e frasi balbuzienti, comincia, in sottofondo, quella che sembra essere la versione per organo di Aria sulla quarta corda di Bach, o, forse, una sonata per organo di Felix Mendelsshon (la numero 3, Andante tranquillo?). Pian piano, con sempre più distanza sonora dalla confusione delle parole registrate e sovraimpresse, usciamo dal vortice attraverso vibrazioni romantiche.
Esattamente in quel frangente ho lasciato la presa: ho smesso di percepire il caldo; ho smesso di desiderare che il ventaglio che stava recando sollievo a una cara amica, poche file più avanti, portasse aria sino a me; ho smesso di pensare che avrei dovuto documentare.
Tutto il mio corpo, colpito interiormente, si è lasciato andare.
… the condition of music, its delightful and dolorous quality, is first perceived on the skin then spins these words into circling, into burning. I have always been here.
Poco più avanti, dopo aver cantato liriche gospel, Gates fa riferimento proprio a quel momento, evidentemente centrale dell’intera serata:
«È davvero una gioia non dover parlare; lasciare semplicemente che questi straordinari musicisti dicano cose bellissime.
Ma è una gioia ancora più grande perché non sono un DJ.
La gioia della spontaneità e dell’attesa.
Pensare a Mendelssohn e cercare di immaginare i valori tonali di Mendelssohn mentre realizzo un effetto di looping […]
All’improvviso il dolore di Mendelssohn e il mio dolore, la confusione di Mendelssohn sullo stato delle cose, la mia confusione sullo stato delle cose… trovano unità nel suono.»
Sono affermazioni semplici ma forti, soprattutto perché seguono un percorso acustico iniziato in maniera molto diretta, con un estratto dall’intervista del 1972 dalla serie Black Journal in cui la voce ferma di Angela Davis ha risuonato come cassa armonica di un passato troppo presente. Anche qui, re-immesse due volte, in loop:
«you always have to see that in a context of defending gains of the people. We have the right to defend those gains.» A cui meravigliosamente segue Black Is The Color of My True Love’s Hair di Nina Simone.
E più avanti, dopo Debussy, Mahalia Jackson e il canto di Gates stesso, l’artista va verso il microfono sull’asta e sembra volerci ringraziare:
«Distinguished guests, brothers and sisters, ladies and gentlemen, friends and enemies:
I want to point out first that I am very happy to be here this evening…»
Sì, è lui, ma è anche Malcom X che viene poi mandato, interrotto, rimandato. L’incipit del discorso che si tenne a Detroit il 14 febbraio del 1965, dopo essere sopravvissuto all’attentato dinamitardo alla sua casa, una settimana prima dell’altro discorso, quello ad Harlem, quando venne assassinato.
Friends and Enemies, Friends and Enemies, Friends and Enemies…
La chiusura di questa meravigliosa meteora avviene dopo che Gates ci ricorda il suo intenso legame con la spiritualità, il gospel, l’attivismo politico, la poesia e il mondo del fashion. E, sottolineando la sua lunga esperienza nei cori gospel chiude cantando Sinner Man, brano che spesso associamo a Nina Simone, tanto per chiudere in maniera circolare l’intera performance.
I said rock
What’s the matter with you rock?
Don’t you see I need you, rock?
Good Lord, Lord
Le canto silenziosamente, mentre scrivo, queste parole, nonostante Gates ci lasci uscire dall’Auditorium con Teddy Pendergrass e, di conseguenza, alleggerendo un pochino l’atmosfera e causando a molti corpi un epilogo danzante.
Risuonano, quelle parole, perché cantate subito dopo una dichiarazione molto sentita e dura verso l’attuale stato dell’arte contemporanea e la scelta, quindi, di decidere di essere presente, oggi, in questa modalità, che non dà possibilità di fuga alcuna, perché, semplicemente, o riesce o non riesce:
«Nobody can sing for me, either this is gonna work or this is not working.
I think that are moments (these moments) where I can prove to myself that Mendelssohn and Pendergrass matter…. All matter.»
Punto.
Sing, not with tune. Singer, swing the heartache. Enchant, gryphons and enigmas.






