VITONE PROMETEUS / Episodio 4 di

di 24 Giugno 2026

ESILIO è una rubrica di Carlo Antonelli che prende forma dall’opera Pro Tempore di Luca Vitone: un viaggio tra l’Isola d’Elba e Sant’Elena, sulle tracce dell’esilio di Napoleone Bonaparte. ESILIO è una deriva, una navigazione che si allontana dai centri del potere per entrare in una zona sospesa, dove il tempo si deforma, si dilata, si sostituisce a se stesso. Dove ciò che resta non è più il comando, ma la sua assenza.

Alla Linea, con Tangeri di fronte, ci siamo fermati un po’. Si dovevano aspettare i tecnici dall’Italia per montare Starlink, visto che avevamo davanti un mese e piu’ d’oceano puro. C’era poco da blaterare di detox digitale. Il passaggio delle Colonne d’Ercole non è stato così epico, stavamo cucinando tenendo fermo il coperchio della cucina economica ballerina (per status marinaro). I primi giorni sopra le onde e lunghe e grosse dell’Atlantico sì. Alessandro non stava in piedi per la nausea. A me è venuta la febbre. Tutti erano chiusi in se stessi. Arrivati a Tenerife, abbiamo scansato le decine di migliaia di pensionati italiani che infestano belli piazzati l’isola e visto giusto quei due amici che pure loro si erano trasferiti, ma da quarantenni senza Inps. Il mito dell’isola di Lanzatote e quello del solito Manrique – l’architetto pazzariello che ha costruito ovunque – ci hanno lasciato indifferenti. Era in mare aperto che volevamo tornare, e ai giorni e giorni di puri volumi d’acqua (coi delfini da tutte le parti, ne abbiamo contato tredici tutti insieme, una volta). Il viaggio verso Capoverde è passato e lì ci siamo piazzati tre/quattro giorni a Mindelo, la capitale. Non appena fatti due passi sulla terra ferma di quella fottuta città, mi è risalita intatta un’orrenda esperienza vissuta lì circa a 25 anni. Un’improvvida vacanza con Andrea Lissoni. L’affitto di una macchina per raggiungere una località data per paradisiaca. Eh no. La sera mangiammo lumache di mare, un errore fatale. Poco prima mi ero scavato la fossa da solo. Avevamo incontrato nel paesino una anziana signora col fazzoletto in testa.
Era vestita tutta di nero, col fazzoletto in testa, con vestito intero lungo fatto una serie di strati monocromi bellissimi. Non faccio mai foto, mai fatte, ma quella volta volevo mandare quell’immagine alla mia amica Giulia che lavorava da Prada. Tutte le donne intorno mi urlavano no, non farloooo. Ovviamente la feci. Da allora la Disgrazia si precipitò su di noi. Già dalla notte, con le lumache sulla groppa: febbre alta, tremori, soprattutto allucinazioni mai avute in vita. Raggiunta a stento la capitale, passammo un giorni da incubo. Lissoni, di tempra altoatesina, migliorò. Io no. Ricordo distintamente uno specifico momento di terrore puro. Mi ero buttato in strada per strisciare verso una farmacia quando mi venne incontro una mamma col passeggino. Il bambino aveva due teste, enormi. Cercammo di scappare da lì, stando 36 ore allungati come lebbrosi sul pavimento dell’areoporto, finchè riuscimmo. Non ci avevo mai piu’ ripensato. Lo sbarco della barca a vela viton-napoleonica mi ha fatto risalire tutto, come una droga non ancora smaltita. Tremavo ad ogni passeggino. Sono stato preso da oscuri presagi. Non potevo portare questo bagaglio -come in una novella di Melville- dentro il viaggio di un intero mese in Atlantico per raggiungere Sant’Elena (dove non c’e’ nulla o quasi) e tornare indietro. Non potevo mettere a repentaglio la salute fisica e mentale degli altri quattro. Vitone in primis. Ho deciso di rinunciare. Son sbarcato con la mia bisaccia e ho abbracciato i ragazzi. Per fuggire veloce c’era solo dopo poche ore un volo Mindelo-Sal (altra isola di Capoverde, dove c’e’ un aeroporto costruito da Mussolini, bizzarramente) e con arrivo a Reggio Calabria. Non ho fatto storie. L’ho preso eccome.

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