
La Biennale di Venezia è un paradosso. È probabilmente la mostra più osservata al mondo e, allo stesso tempo, una delle più difficili da leggere. La sua estensione rende impossibile qualsiasi visione unitaria: la mostra internazionale, i padiglioni nazionali, gli eventi collaterali, le fondazioni, gli spazi indipendenti e le decine di progetti disseminati in città costruiscono un ecosistema che sfugge a ogni tentativo di sintesi. Più che una mostra, la Biennale è un dispositivo di produzione di senso.
Per questo Flash Art Italia ha scelto di non costruire una guida né una classifica del “meglio della Biennale”. Abbiamo preferito affidare Venezia a una serie di sguardi diversi, chiedendo alle autrici coinvolte di confrontarsi con singoli progetti attraverso un continuo dialogo tra le opere e il testo, tra la narrazione critica e l’esperienza in mostra.
La scelta non è casuale. “In Minor Keys”, il titolo della 61ª Biennale Arte immaginata dalla curatrice Koyo Kouoh, propone un cambio di ritmo. Invita ad abbassare il volume delle grandi narrazioni per prestare attenzione a frequenze più sottili, alle risonanze, alle relazioni, ai gesti che spesso rimangono ai margini del discorso dominante. È un’attitudine che appartiene anche a Flash Art. Da quasi sessant’anni la rivista cerca di leggere l’arte contemporanea non attraverso le sue certezze, ma attraverso le zone di trasformazione, quei punti in cui il linguaggio cambia prima ancora che il sistema se ne accorga.
Da questa affinità nasce questo “Speciale Biennale”. Non un racconto esaustivo della Biennale, ma una costellazione di letture. Manuela Pacella attraversa “Canicula”, l’ultimo capitolo della “Trilogia delle incertezze” a cura di Alessandro Rabottini e Leonardo Bigazzi per la Fondazione In Between Art Film presso il Complesso dell’Ospedaletto a Venezia; Isabel Rebecca Consolandi racconta “5 Works” di Lydia Ourahmane da Nicoletta Fiorucci Foundation a cura di Polly Staple; Lisa Andreani si confronta con Tacet uno spettacolo teatrale del drammaturgo Jacopo Giacomoni e della regista Silvia Costa, presentato al Festival Internazionale del Teatro della Biennale di Venezia; il collettivo nadir daily (Alberto Groja e Chiara Belardi), passando dalla mostra “Con te con tutto” di Chiara Camoni a cura di Cecilia Canziani per il Padiglione Italia, ci restituiscono i Canti Fossili di Annamaria Ajmone, opera performativa presentata in occasione del public program Dialoghi; “It rests to the bones” di Marina Xenofontos presso il Padiglione di Cipro è raccontato attraverso la scrittura di Marta Federici. Di uno sguardo più ampio e sedimentato è composto il testo di Piermario De Angelis sulla mostra principale “In Minor Keys” presso l’Arsenale e il Padiglione centrale, allargando poi la risonanza ad altri progetti presenti in Biennale Arte. Laterale, nascosto ma fondamentale anche “Everything is attempted then attempted again” progetto espositivo di Cally Spooner con Galleria ZERO… presso Casa Venezia di Leonardo Bentini.
Quello che ne emerge non è un percorso obbligato, ma una geografia possibile. Perché oggi raccontare la Biennale significa forse accettare che non esista più un centro unico da cui osservare l’arte contemporanea. Esistono, piuttosto, molteplici punti di ascolto. E sono proprio queste tonalità minori, spesso, a permettere di comprendere meglio il valore sistemico e culturale dell’arte contemporanea.