La lucidità terminale di “Canicula”. Fondazione In Between Art Film – Complesso dell’Ospedaletto / Venezia
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di 31 Luglio 2026

Un, due, tre, stella!
Apro gli occhi. Bambina, gioco immersa nel verde di un parco, tra papaveri che amo trasformare in ballerine, cachi troppo maturi e piedi che pigiano chicchi d’uva.

Un, due, tre, stella!
Vedo mio padre nutrirsi di solo cocomero. Io e lui, d’estate, con la fronte grondante. Lui che si gode un meritato silenzio, io che attendo paziente che la città si ripopoli.

Un, due, tre, stella!
Non c’è più verde. Tutto è offuscato e offuscante. Non si riesce a vedere l’orizzonte, non si riesce a pensare, non si riesce a respirare oramai neanche di notte. Le zanzare sono diventate l’ultimo dei problemi. Ombrellini, ventagli, ventilatori appesi al collo. La mia antica sofferenza è divenuta globale.

Un, due, tre ed è un abbaglio, a intermittenza, accecante. È Sirio, la stella Canicula, l’astro della costellazione del Cane Maggiore. Splendente perché vicina a noi e al sole, ma del sole più calda. Non a caso, in antica Grecia, si credeva portasse siccità e diffusione di malattie epidemiche e i Romani, per sconfiggerne il potere nefasto, sacrificavano un cane insieme a una pecora nei giorni detti, appunto, del Cane.
Oggi la canicola, quel caldo torrido che un tempo comprendeva un periodo specifico e le aree mediterranee, si estende per ben oltre luglio e agosto e sta pian piano inglobando l’intera Europa.

Uno, “Penumbra” (2022); due, “Nebula” (2024); tre, “Canicula”.
Tre episodi espositivi che seguono altrettante biennali; tre bienni che sono apparsi come soli tre battiti di ciglia. Riapriamo gli occhi e ogni cosa è oggi erosa dal calore, consumata da una luce zenitale che affatica sguardo e corpo. 

“Canicula” è il titolo e la cornice metaforica ideale a chiusura della “Trilogia delle incertezze”, il ciclo di mostre dedicate alle immagini in movimento, concepite dalla Fondazione In Between Art Film per il Complesso dell’Ospedaletto a Venezia. A cura di Alessandro Rabottini e Leonardo Bigazzi, il progetto ha lo scopo di concepire il luogo – lo “Spedaletto”, uno dei quattro Ospedali Grandi di Venezia – come punto nevralgico di riflessione attorno alle potenzialità del mezzo audiovisivo quando messo in relazione dialogica con lo spazio che lo contiene. A ogni tappa, infatti, non solo i lavori, commissionati appositamente, si connettono su molteplici assi semantiche alla cornice narrativa della mostra e alla lunga e variegata storia del luogo, ma trovano nel progetto scenografico, a firma dello studio 2050+, un’accurata rispondenza, a volte sottile a volte urlata. Attraverso, infatti, un attento uso dei materiali, modifiche ambientali che accentuano il legame percettivo tra opera e visitatore, rimandi diretti ai lavori che invadono lo spazio del reale, il senso di affaticamento, accecamento e sconfitta risponde perfettamente alla precarietà e all’urgenza geopolitica odierna.

Le otto nuove videoinstallazioni sono dislocate su entrambi i piani dell’ex-ospedale e casa di cura.. Prima Ospedale dei Derelitti, concepito con carattere emergenziale per accogliere i malati che dalle campagne venete vennero qui accolti nel 1527 a causa di una terribile carestia, l’edificio venne poi ampliato dalle più grandi firme del Seicento e Settecento e rappresenta un luogo unico per la sua storia in campo assistenziale come in quello artistico e musicale.

Tra le aggiunte più importanti vi è la scala di congiunzione tra i due piani, di forma ellittica, realizzata da Giuseppe Sardi (1664-1666). In questo snodo centrale e vertiginoso si trova Terminal Lucidity di P. Staff, opera che risponde all’ellisse di congiunzione spaziale attraverso la restituzione di una vertigine sensoriale di infiniti flash visivi e rimici. Inserita di traverso nell’ultima stanza del piano terra, l’installazione si caratterizza per la sua evidente impossibilità di visione. Il titolo rimanda a quel tipo di chiarezza mentale che sembriamo avere poco prima della morte, ma la sua resa è volutamente respingente. Momenti bui si alternano a sagome bianche su sfondi dai colori ipersaturi che hanno come effetto quello difensivo di distogliere subito gli occhi determinando la persistenza retinica di quelle immagini. Si apre così immediatamente non tanto una figurazione onirica quanto allucinatoria, tipica dello sguardo accecato dalla troppa luce e da una continua iperstimolazione visiva che non lascia spazio a sane forme di digestione cognitiva. L’opera nasce in collaborazione con il compositore Lukas Frank e la designer di illuminotecnica Josephine Wang e, di durata infinita, si estende a tutta la struttura ovoidale della scala, attraverso luci al neon e un tappeto sonoro costituito da un montaggio di diverse registrazioni, da suoni ambientali a orchestrali.

L’esperienza percettiva disorientante trova poi apparente stasi nel lavoro di Lawrence Abu Hamdan al primo piano, nella Sala della Musica, ultima aggiunta tardo settecentesca al complesso ospedaliero. Qui, sopra un pavimento graticolato in metallo, si assiste silenziosi all’installazione video a quindici canali intitolata 450XL: The Story of a Fugitive Sound. Man mano che le immagini si alternano sugli schermi una memoria sorge da lontano. Qualcosa visto di sfuggita tra i cento feed, qualcosa di inaccettabile che si insinua tra altre mille atrocità e che si dimentica perché quasi surreale nella sua impalpabilità. Se P. Staff determina l’istinto di fuga di fronte al continuo stimolo, qui, di colpo, si guarda, in silenzio, si legge, in silenzio, si compie man mano una presa di consapevolezza dell’assurdo. Gli schermi, posti su assi verticali, richiamano i cartelli da protesta mentre, nel numero, fanno riferimento ai quindici minuti di silenzio delle veglie silenziose che negli ultimi anni invadono come fiumi le strade delle città serbe, come segno di protesta antigovernativa, ogni minuto a commemorare ciascuna delle vittime del crollo di una pensilina presso la stazione centrale di Novi Sad, avvenuto nel 2024. Immagini suggestive per la quantità di persone in silenzio, con le torce accese. Fiumi luminosi che tutti ci ricordiamo di aver visto anche solo per pochi secondi. Una meraviglia a cui segue l’abisso. Il 15 marzo del 2025 a Belgrado, durante una di queste veglie, a un certo punto tutti scappano; vi erano 300.000 persone in strada. Quello che è accaduto è stato subito smentito ma le vittime hanno voluto reagire immediatamente, descrivendone i momenti. Tra i destinatari delle loro testimonianze vi è Earshot, l’agenzia di ricerca audio di Abu Hamdan che ha raccolto oltre 3.000 testimonianze e realizzato le quindici interviste su cui si basa la videoinstallazione: immagini delle riprese aeree della veglia, alternate a estratti testuali di alcune delle vittime, sono accompagnate dal tentativo di ricostruire la tipologia di suono. Leggendo le loro descrizioni la nostra memoria pian piano riaffiora. Si tratta di uno dei primi utilizzi di una nuova arma sonora, LRAD 450XL.

La resa improvvisamente visibile di un accaduto che si vuol lasciar passare sottotraccia, insieme ai troppi altri contemporanei orrori, rende il resto della mostra fortemente significante, assieme a una maggiore cognizione di ciascun intervento allestitivo. Il primo piano prosegue con opere che oscillano tra finzione e documentazione – l’installazione a due canali di Wang Tuo all’interno dell’antica farmacia dell’ospedale, The Experimental Paradigm of Ownership and Autonomy, Jarkov di Maya Watanabe e Wishful Thinking di Roman Khimei e Yarema Malashchuk – e gli ambienti ne sottolineano i significati agendo, ancora, sulla nostra percezione. Nell’ultimo lavoro non riusciamo a stare troppo tempo ad ascoltare le parole senza responsabilità di ex soldati russi – impersonificati da attori ucraini – in una serie di tableaux vivant ambientati in un futuro immaginario in cui il conflitto russo-ucraino è concluso; questa voglia di fuga è determinata prevalentemente dal fatto che i video sono inseriti in ex camere di cura che sembrano intatte ma le cui proporzioni spaziali sono state modificate; in Jarkov, invece, la fatica della visione è data da un affaticamento fisico, oltre che dalle riprese lente e ravvicinate del mammut lanoso morto 20.000 anni fa, Jarkov appunto. Qui, infatti, nell’entrare si percepisce quasi un’opposizione. Il pavimento leggermente inclinato, la stanza piccola e buia rendono il nostro arrivo alla posizione ideale di visione difficile e claustrofobico. 

Dopo queste tappe esperienziali che si richiamano l’un l’altra, si è obbligati, per uscire, a scendere la scala elicoidale e a rivivere l’intervento di P. Staff che, in fase discendente, acquisisce un corpo scultoreo che rimane, ritmico, sin verso l’uscita vera e propria attraverso la Corte delle Quattro Stagioni. Qui, all’aperto, come le giovani ospiti che potevano svagarsi e riposare secoli fa, ci fermiamo e respiriamo. Ma la canicola reale ci attacca alla gola e, d’improvviso, comprendiamo meglio l’incipit della mostra, come solo i più riusciti epiloghi riescono a fare.

Il percorso narrativo di “Canicula” comincia nella Chiesa di Santa Maria dei Derelitti, progettata da Andrea Palladio e in seguito arricchita di una facciata barocca e di un organo settecentesco. Mentre ancora riecheggiano i cori delle putte orfane per cui la chiesa divenne famosa, vi è, centrale e monumentale, l’opera video di Janis Rafa, Baby I’m Yours, Forever, ambientata in un impianto di refrigerazione della carne. Corpi, umani e non umani, carcasse, ambienti freddi e labirintici, immagini e gesti dal sapore ritualistico, danze e cascate di latte e, soprattutto, cani, ci riportano all’idea dell’atto sacrificale, quello proprio degli antichi romani, nei giorni del cane. Seguono poi Boring Billion di Yuyan Wang e 24 Landscapes + A Vision di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti connessi da un corridoio irradiato della peggior luce possibile, quella che porta a coprirsi subito gli occhi.
Lubrificazioni, macchine e robot, superfici specchianti erose dal caldo, opere video di formati e durate diverse come gli oltre sessanta minuti del duo di cineasti italiani e, di nuovo e ancora, la durata infinita di P. Staff con la sua luce stellare a intermittenza, Terminal Lucidity.

Uno: Bagliore
Due: Erosione
Tre: Cecità

Stella: Lucidità terminale

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Manuela Pacella