Un corpo sospeso, due perle che affiorano dal petto come gocce di latte, alcune lettere d’amore mai spedite e un letto, custode del desiderio di una famiglia impossibile.
Sono le prime immagini a disvelarsi mentre si attraversano gli spazi della Galleria Gaburro di Verona, che presenta “Orizzonte d’amore”, la prima mostra personale di Ruben Montini (1986, Oristano), a cura di Oscarito Sanchez. Un’esposizione che accompagna la ricerca dell’artista sui temi dell’identità e della vulnerabilità, attraverso un linguaggio poetico e politico, capace di inserirsi nel dibattito contemporaneo sulle esperienze e sulle forme di resistenza delle comunità LGBTQIA+.
Il percorso prende il via con Dai miei seni piange l’amore (2026), una performance realizzata pochi mesi prima dell’inaugurazione della mostra dove nel corso della sua azione – avvenuta nella sede della galleria a Milano – Montini si è racchiuso all’interno di una scultura da lui realizzata, che richiama l’iconografia della Madonna della Misericordia, e l’ha reinterpretata attraverso immagini di figli intenti a nutrirsi dal suo corpo. Sospeso in questa posizione, l’artista ha esposto il proprio corpo alla perforazione dei capezzoli e del costato, nei quali sono state successivamente inserite perle che evocano gocce di latte sgorgate dal seno. L’opera guarda alla ferita come una metafora della violenza inflitta alle soggettività queer marginalizzate, e al tempo stesso, ne rovescia l’iconografia cristiana che associa la maternità alla cura e al sacrificio: la partecipazione del pubblico e gli slogan scanditi al megafono, invece, sottraggono il gesto alla dimensione del martirio individuale, trasformandolo in un atto collettivo di rivendicazione e di messa in discussione dei modelli sociali dominanti.
Ciò che viene presentato al visitatore quindi, non è l’atto performativo in sé, ma il suo corpo residuo: il busto scultoreo, i piercing, i disegni, i video della manifestazione e le fotografie ricamate. La natura transitoria dell’azione diventa così un dispositivo da cui Montini attinge, successivamente, per sviluppare opere oggettuali e installative. A seguire, Ninna Nanna, Sogni d’Oro (2026), una monumentale opera tessile che raffigura una coppia omosessuale con un*bambin* tra le braccia, offrendo una delle rare rappresentazioni della famiglia omogenitoriale nell’arte italiana. Il racconto prosegue nello spazio esterno, che evoca il cortile di una casa, completando la dimensione domestica suggerita dall’architettura degli spazi e dall’intimità dei lavori, dove è esposto Lettera a un* bambin* che non avrò mai (2026), in cui il gesto quotidiano di stendere i panni diventa il segno struggente di un’assenza. A chiudere la mostra, al piano sotterraneo, è LUPA (2016), un’opera che documenta una performance in cui Montini simula la presenza di seni, riportando il lavoro alle origini di una pratica decennale che indaga le questioni di genere e la mascolinità.
Il tema dell’omogenitorialità si inserisce in un dibattito internazionale complesso, in cui questioni legate alla rappresentazione, ai diritti e alla ridefinizione dei modelli e dei ruoli familiari continuano a generare tensioni culturali e politiche. Un terreno che richiede uno sguardo critico, capace di sottrarsi tanto alle semplificazioni ideologiche quanto alle letture ingenuamente celebrative del pinkwashing. Ma è proprio questa ambivalenza a rendere la mostra interessante: da un lato, essa rivendica la possibilità di sottrarre la genitorialità al determinismo biologico; dall’altro, attingendo a un immaginario storicamente associato alla sfera femminile e femminista, solleva interrogativi sulla sua appropriazione da parte di un corpo maschile, seppur queer.
Chi ha il diritto di immaginare una famiglia? Chi ha il diritto di amare, di nutrire e di prendersi cura dell’altro? E quali corpi possono abitare, oggi, le forme simboliche della maternità? Il percorso espositivo si configura come un tentativo di restituire l’atto di cura alla sua dimensione affettiva. In questo senso, “Orizzonte d’amore” non racconta soltanto il desiderio di un figlio, ma apre a una riflessione sulla possibilità di riscrivere le forme attraverso cui una comunità definisce l’idea stessa di “famiglia”.
Non è una coincidenza che la mostra sia ospitata nella storica sede della galleria veronese, in Via dei Mutilati 7/a, di fronte al Palazzo dei Mutilati, uno dei simboli architettonici del periodo fascista. Il rapporto tra luogo e opera non è mai neutrale: soprattutto non lo è qui. In un contesto segnato dall’avanzata delle destre, dal riemergere dei nazionalismi e dalla normalizzazione di retoriche omo-, lesbo- e transfobiche, anche all’interno delle democrazie occidentali, Italia compresa, il gesto di Montini assume una rinnovata rilevanza.
È nella tensione tra l’eredità ideologica di questo spazio e le istanze del presente che la mostra trova la propria risonanza. I materiali comunemente associati alla sfera domestica – come il tessuto, il ricamo, il broccato e il pizzo – non agiscono qui come elementi decorativi, bensì come superfici su cui il conflitto tra norme e soggettività si fa materia. La loro delicatezza tattile non neutralizza la violenza: al contrario, la rende più visibile. La forza poetica di Montini risiede nella capacità di trasformare corpi, affetti e materiali fragili in strumenti di una resistenza silenziosa, capace di riscrivere, cucitura dopo cucitura, ciò che appare irrevocabile.









