Deloitte, oltre il mecenatismo. La cultura per ripensare l’impresa e le città. Una conversazione con Barbara Tagliaferri di

di 26 Ottobre 2026

Alla vigilia della Deloitte Private Art & Finance Conference di Venezia, una conversazione sul rapporto tra arte, capitale privato, innovazione e responsabilità culturale. Dalla trasformazione delle città al sostegno alla ricerca artistica, il ruolo dell’impresa nella costruzione di nuovi immaginari.
Il futuro delle città non si deciderà soltanto attraverso l’architettura, le infrastrutture o gli investimenti finanziari. Si deciderà anche attraverso la capacità di produrre cultura, generare conoscenza e immaginare nuove forme di convivenza. In un’economia che tende a trasformare ogni esperienza in valore misurabile, l’arte continua a rappresentare uno spazio di libertà, ricerca e possibilità.

Il 27 ottobre 2026, alle Procuratie di Venezia, la diciottesima edizione della Deloitte Private Art & Finance Conference, Tomorrow’s Cultural Cities: From Patronage to Portfolio, organizzata da Deloitte Italia e Deloitte Luxembourg, riunirà protagonisti internazionali della cultura, della finanza, dell’impresa e delle istituzioni per interrogarsi sul ruolo dell’arte nello sviluppo delle città e sulle nuove responsabilità del capitale privato.
Un appuntamento che si inserisce nel programma Arts and Culture, attraverso cui Deloitte valorizza il proprio impegno in ambito culturale, dalle attività di Art & Finance alle iniziative della Fondazione Deloitte, tra cui il Photo Grant. La Galleria Deloitte di Milano ne è la casa: uno spazio di incontro e dialogo tra arte, cultura, impresa e società.
Esperienze che segnano il passaggio dall’analisi dei fenomeni culturali al sostegno diretto della produzione artistica, aprendo nuove possibilità di relazione tra impresa e ricerca contemporanea.

In vista della conferenza, di cui Flash Art Italia è media sponsor e che ha come platinum sponsor Arte Generali e come Gold Sponsor Sanlorenzo Yatch, una conversazione con Barbara Tagliaferri, Chief Brand & Communications Officer, Head of Arts and Culture e Art & Finance Coordinator di Deloitte Italia, sul significato di investire oggi in cultura, sulle trasformazioni del mecenatismo e sulla possibilità che l’arte diventi una dimensione strutturale del pensiero economico, senza rinunciare alla propria autonomia critica.

Cristiano Seganfreddo: Barbara, il 27 ottobre Deloitte torna a Venezia con una conferenza che mette al centro il futuro delle città culturali. Il titolo, Tomorrow’s Cultural Cities: From Patronage to Portfolio, suggerisce una trasformazione profonda del rapporto tra arte, capitale privato e sviluppo urbano. Perché avete scelto di affrontare proprio questo tema? E quale domanda vorresti che rimanesse aperta alla fine della giornata?

Barbara Tagliaferri: Le città sono luoghi in cui si intrecciano patrimonio, economia, creatività e qualità della vita. Oggi, parlare di città di cultura significa chiedersi non soltanto come conservare ciò che abbiamo ereditato, ma anche come continuare a produrre cultura e creare opportunità per le comunità che le abitano.
Il titolo della conferenza riflette proprio questo passaggio: dal sostegno a singoli progetti a una visione in cui il capitale privato contribuisce alla crescita degli ecosistemi culturali nel tempo. Venezia, con la sua straordinaria identità e le sfide legate al turismo e alla vita dei residenti, è il luogo ideale per affrontare questa riflessione: ci ricorda che il patrimonio culturale è una risorsa viva, da tutelare ma anche da mettere in relazione con le esigenze delle comunità.
Mi piacerebbe che alla fine della giornata restasse una domanda concreta, anzi due: come possiamo dare continuità al confronto avviato in questa conferenza, rafforzando le collaborazioni esistenti e sviluppandone di nuove? D’altro canto, le Arti e la Cultura producono ricchezza, non solo economica, creano occasioni di lavoro, contribuiscono – e questo è ormai un dato misurato e riconosciuto – al benessere della vita delle persone. Arti e Cultura creano spazi nuovi, offrono la possibilità di partecipare alla vita pubblica e costituiscono concrete e nuove opportunità per i territori. La seconda domanda dunque: Come possono le Arti e la Cultura diventare o consolidarsi come vera e propria infrastruttura necessaria, indispensabile e trasversale a tutti gli ambiti che costituiscono la società e non continuare a essere considerare un settore a sé stante?

CS: Per molto tempo il sostegno privato alla cultura si è fondato su logiche filantropiche, mentre oggi l’arte entra sempre più nelle strategie di investimento, nella gestione patrimoniale e nei programmi di sviluppo economico. È un’evoluzione che può generare opportunità, ma anche nuove contraddizioni. Come immagini il passaggio dal mecenatismo a una visione più strategica del capitale culturale? E come evitare che il valore dell’arte venga progressivamente subordinato alla sua dimensione finanziaria?

BT: La responsabilità di contribuire alla tutela del patrimonio e alla crescita culturale dei territori resta fondamentale, così come il ruolo della filantropia. Ma possiamo andare oltre, costruendo sinergie durature e mettendo in relazione competenze e risorse diverse.
Un approccio strategico significa proprio questo: contribuire a creare le condizioni perché la cultura possa crescere e generare valore nel tempo, considerando l’impatto culturale, sociale ed educativo oltre a quello economico.
L’obiettivo è garantire la sostenibilità dei progetti senza ridurre il valore dell’arte a criteri esclusivamente finanziari: il valore di un’opera non coincide con il suo prezzo, così come quello di un progetto culturale non si esaurisce nei risultati misurabili.

CS: Venezia rappresenta un osservatorio straordinario delle contraddizioni che attraversano le città contemporanee: un patrimonio culturale eccezionale, una fortissima attrattività internazionale, ma anche la pressione turistica e la progressiva trasformazione del tessuto sociale. Sempre più città utilizzano l’arte come strumento di rigenerazione, rischiando talvolta di espellere proprio le comunità creative che ne hanno costruito l’identità. Quale ruolo può assumere il capitale privato per invertire questa dinamica? Esistono modelli capaci di coniugare sviluppo economico, produzione culturale e qualità della vita dei residenti?

BT: Il capitale privato può contribuire a mantenere vitale un sistema culturale, sostenendo le realtà e le competenze che ne rendono possibile lo sviluppo nel tempo. Penso, per esempio, agli spazi indipendenti, ai luoghi di produzione artistica e ai progetti radicati nei territori.
Perché questo accada, è importante costruire collaborazioni di lungo periodo tra imprese, istituzioni pubbliche, operatori culturali, ma anche la cittadinanza nel suo insieme, individuando obiettivi condivisi e risorse adeguate a creare le condizioni perché la produzione culturale possa dialogare con il contesto in cui opera.
La cultura può così diventare un fattore di sviluppo che non si misura soltanto in termini di attrattività turistica o ricadute economiche, ma anche nella capacità di generare opportunità, mantenere attiva la vita culturale di una comunità e migliorare la qualità della vita dei residenti.

CS: Uno dei temi della conferenza riguarda la misurazione dell’impatto culturale. Le imprese ragionano attraverso indicatori, risultati e ritorni degli investimenti, mentre l’arte produce spesso effetti imprevedibili, che possono manifestarsi a distanza di anni. Come possiamo misurare il valore economico e sociale della cultura senza ridurla esclusivamente a ciò che è quantificabile? E non credi che proprio la sua capacità di sfuggire alla misurazione rappresenti una parte fondamentale del suo valore?

BT: Misurare l’impatto è importante per comprendere i risultati, orientare le scelte e dare continuità agli investimenti. Possiamo osservare, per esempio, le persone coinvolte, le competenze sviluppate, le collaborazioni nate e le ricadute sul territorio, affiancando dati quantitativi e valutazioni qualitative.
Riflettere sulle metriche non è un mero esercizio tecnico, spinge le organizzazioni a chiarire perché interagiscono con l’arte e come questi beni costituiscono un vero motore di sviluppo sostenibile.
Proprio a partire da questa convinzione, Deloitte ha sviluppato un framework di misurazione proprietario. Questo non esclude la consapevolezza che un progetto culturale può generare conoscenza, cambiare una prospettiva o aprire una discussione i cui effetti emergeranno soltanto nel tempo. Alcuni risultati sono immediatamente osservabili, altri riguardano la capacità delle persone di interpretare la realtà, confrontarsi con idee diverse e immaginare nuove possibilità.
La misurazione deve aiutarci a comprendere meglio il valore della cultura, non diventare l’unico criterio con cui giudicarlo.

CS: Deloitte ha progressivamente costruito una presenza significativa nel sistema culturale, fino allo sviluppo del programma Arts and Culture, che oggi guidi. Mi interessa capire quale visione abbia accompagnato questo percorso. Perché una grande organizzazione internazionale che opera nella consulenza, nella finanza e nell’innovazione decide di investire strutturalmente nell’arte? E quanto pensi che la cultura possa modificare realmente il modo in cui un’impresa pensa e agisce, anziché limitarsi a rappresentarne i valori?

BT: Deloitte investe in arte e cultura da sempre e in modo più strutturato da oltre dieci anni, attraverso attività diverse e complementari. Fondazione Deloitte esprime un impegno filantropico continuativo; Art & Finance offre servizi di advisory legati al collezionismo e al mercato dell’arte. Accanto a queste attività, nel tempo abbiamo sviluppato numerose iniziative in cui la cultura entra in dialogo con i temi che Deloitte affronta quotidianamente.
Nel 2026 abbiamo dato a questo percorso una cornice più organica con il programma Arts and Culture, voluto dal nostro CEO, Fabio Pompei, che riunisce, valorizza le diverse attività e che vuole aumentare e rendere ancor più strategico l’impegno verso arti e cultura. La convinzione da cui partiamo è che il ruolo della cultura per un’impresa non si esaurisca nel sostegno alla produzione artistica o nella restituzione al territorio, pur fondamentali. Penso all’arte come a una seconda vista: uno sguardo complementare che ci aiuta a leggere questioni complesse da prospettive diverse, a mettere in discussione interpretazioni consolidate e a far emergere domande nuove. È un contributo particolarmente importante in un contesto segnato da trasformazioni profonde, dall’intelligenza artificiale alla sostenibilità, che coinvolgono le nostre persone, i nostri clienti e l’intero ecosistema in cui operiamo.
Per questo consideriamo la cultura anche un’infrastruttura relazionale: un contesto in cui persone, competenze e sensibilità differenti possono incontrarsi e generare nuove prospettive.

CS: Attraverso gli studi Art & Finance e le ricerche sul mercato dell’arte, Deloitte osserva da anni l’evoluzione dei rapporti tra cultura, collezionismo e gestione della ricchezza. L’arte è sempre più riconosciuta come una componente delle strategie patrimoniali, ma rimane un bene profondamente diverso dagli altri, perché incorpora conoscenza, memoria e significati collettivi. Come sta cambiando il rapporto tra collezionismo e investimento? E quale responsabilità culturale dovrebbe accompagnare oggi la gestione privata di un patrimonio artistico?

BT: Secondo il Deloitte Art & Finance Report 2025, oggi il 51% degli operatori del wealth management offre servizi legati all’arte, rispetto a circa il 25% nel 2011. È un segnale della crescente integrazione tra arte e gestione patrimoniale. Un’opera custodisce anche una storia e testimonia una ricerca; possederla comporta responsabilità legate alla conservazione, alla provenienza e alla trasmissione della conoscenza.
Un collezionismo consapevole tiene insieme la cura del patrimonio e la comprensione del suo valore culturale, che non appartiene esclusivamente a chi possiede le opere. La gestione privata può contribuire alla tutela e alla valorizzazione delle collezioni, rendendo possibile la trasmissione di questo patrimonio alle generazioni future. Da questa profonda convinzione l’area Private di Deloitte, guidata da Ernesto Lanzillo, raccoglie al proprio interno competenze specifiche grazie alle quali, da oltre 10 anni, si propone di supportare il collezionismo privato e pubblico, preservarlo e valorizzarlo.

CS: Vorrei soffermarmi sul Deloitte Photo Grant, il premio ad artisti mid-career ed emergenti patrocinato da Fondazione Deloitte, una delle esperienze più interessanti che avete sviluppato negli ultimi anni. Nato nel 2023 e arrivato alla quarta edizione, è diventato un progetto internazionale capace di sostenere non soltanto il riconoscimento, ma anche la produzione artistica. Perché avete scelto proprio la fotografia come linguaggio attraverso cui interpretare la contemporaneità? E che cosa avete imparato dal confronto diretto con gli artisti, dalle loro ricerche e dalla possibilità di accompagnare progetti il cui esito non è necessariamente prevedibile?

BT: La scelta, che si è rivelata estremamente efficace, è stata individuata dal Presidente di Fondazione Deloitte, Guido Borsani. Il motivo fondamentale è stato che la fotografia ci mette in relazione con la realtà, ma non si limita a riprodurla. Ogni immagine riflette una scelta: è un linguaggio capace di trasformare uno sguardo individuale in un’occasione di riflessione collettiva sui temi del nostro tempo.
Il confronto con gli artisti ci insegna soprattutto a guardare temi che conosciamo da prospettive diverse, senza fermarci alle letture più immediate.
Un esempio è Critical Minerals di Davide Monteleone, progetto vincitore del Deloitte Photo Grant 2024, di cui abbiamo presentato, quest’anno, una selezione di fotografie alle Procuratie di Venezia durante la Venice Climate Week, alla quale abbiamo partecipato in qualità di Main Partner. Il lavoro di Monteleone affronta le implicazioni sociali, ambientali e geopolitiche legate ai minerali rari, risorse fondamentali per la transizione energetica. Attraverso la fotografia, ai temi del confronto che spesso sono trattati soprattutto in termini scientifici, abbiamo affiancato uno sguardo diverso, capace di ampliare la riflessione e di far emergere nuove domande.

CS: L’edizione 2026 del Photo Grant, dedicata a Proximities, ha premiato i progetti di Maria Turchenkova e Angela Ponce, che affrontano attraverso prospettive differenti la memoria, la vulnerabilità e le trasformazioni delle comunità. Sono ricerche che non cercano necessariamente di rassicurare, ma possono mettere in discussione la nostra lettura del presente. Fino a che punto un’impresa è disposta a sostenere un artista senza condizionarne il linguaggio o il contenuto? E come avete affrontato concretamente questa responsabilità nell’esperienza del premio?

BT: Il Deloitte Photo Grant è nato con l’obiettivo di stimolare il dibattito sulle principali sfide economiche, sociali e politiche del nostro tempo.
Ne è un esempio il progetto Numb State di Maria Turchenkova, vincitrice nella sezione Segnalazioni, attualmente in mostra alla Triennale Milano fino al 29 novembre. Il lavoro esplora la continuità tra la violenza dell’epoca sovietica e quella della Russia contemporanea.
Angela Ponce, fotografa peruviana, ha invece vinto la sezione Open Call con AYLLU – Famiglia, un progetto che svilupperà nei prossimi dodici mesi.
Le due sezioni riflettono la duplice vocazione del Photo Grant: riconoscere ricerche già realizzate e accompagnare la nascita di nuovi progetti. In entrambi i casi, l’obiettivo è creare le condizioni perché gli artisti possano sviluppare liberamente il proprio lavoro e affrontare anche temi complessi, capaci di mettere in discussione le nostre convinzioni e aprire nuove prospettive sul presente. L’autonomia dell’artista è una condizione essenziale del valore del progetto.

CS: Con la Galleria Deloitte, nell’ex chiesa di San Paolo Converso a Milano, avete scelto di investire anche nella dimensione fisica della cultura. In un’epoca dominata dalla comunicazione digitale, quale valore attribuisci alla creazione di un luogo reale, aperto all’incontro tra arte, pensiero e impresa? E come immagini che questo spazio possa evolvere, diventando non soltanto una sede espositiva, ma una piattaforma di produzione culturale e di relazione con la città?

BT: La Galleria Deloitte, nell’ex chiesa di San Paolo Converso a Milano, è la casa di Arts and Culture. È uno spazio che nel tempo ha attraversato diverse trasformazioni: da luogo religioso a magazzino militare, poi studio di registrazione, fino a diventare oggi il luogo in cui il programma prende forma attraverso mostre, progetti e occasioni di incontro. Oltre a Liturgica di Giuseppe Lo Schiavo, opera con la quale abbiamo inaugurato la Galleria, abbiamo avuto l’onore di ospitare Capita Aurea di Fabrizio Plessi, il grande Maestro scomparso proprio due mesi fa, accanto a occasioni di confronto e relazione per le nostre persone e i nostri interlocutori.
L’obiettivo è quello di costruire una programmazione riconoscibile nel tempo, facendo di questo spazio un luogo di dialogo tra discipline, esperienze e punti di vista diversi.

CS: Un altro territorio che avete esplorato è quello delle relazioni tra arte e moda, anche attraverso il progetto Mecenati di moda. In Italia questi mondi condividono una storia straordinaria, ma oggi il loro rapporto assume dimensioni nuove, tra fondazioni, collezioni, musei e collaborazioni artistiche. Come interpreti il crescente protagonismo delle imprese della moda nel sistema dell’arte contemporanea? E come possiamo distinguere un investimento culturale autentico da un’operazione che utilizza l’arte prevalentemente come linguaggio di comunicazione e posizionamento?

BT: Moda e cultura condividono un legame profondo con la creatività, l’identità e il patrimonio. Le imprese della moda possono contribuire alla tutela delle competenze artigianali e alla valorizzazione della propria storia, sostenendo al tempo stesso nuove forme di espressione.
La ricerca Deloitte “Moda e arte: Heritage, formazione e investimenti culturali” ha evidenziato che il 66% delle aziende analizzate è coinvolto in attività culturali o artistiche e il 68% è attivo su iniziative legate all’ artigianalità. Il talk Mecenati di Moda, ospitato alla Galleria Deloitte lo scorso aprile durante l’Art Week, promosso dalla nostra partner, Ida Palombella e coordinato da Fabiana Giacomotti, è nato proprio per approfondire queste connessioni, mettendo a confronto artisti, designer, imprese e istituzioni.
Un investimento solido nasce quando la cultura entra in relazione con l’identità e le competenze dell’azienda, si traduce in progetti continuativi e si sviluppa in dialogo con gli artisti, le istituzioni e i territori. Nel settore della moda, questo significa, per esempio, investire nella trasmissione delle competenze artigianali, sostenere la formazione e costruire collaborazioni durature con scuole, accademie e realtà culturali. Significa anche dotarsi di una visione di lungo periodo, con responsabilità chiare e obiettivi riconoscibili, e interrogarsi sui risultati generati dalle iniziative, non soltanto in termini di visibilità, ma anche di relazioni costruite e valore creato per il territorio.
La comunicazione ha naturalmente un ruolo importante, perché permette di dare visibilità ai progetti e di condividerne i risultati. Ma dovrebbe raccontare un impegno reale, non sostituirlo. È la coerenza tra ciò che un’impresa rappresenta, ciò che sceglie di sostenere e la continuità delle sue azioni a rendere credibile il suo rapporto con la cultura.

CS: C’è una questione che considero centrale nel rapporto tra arte e impresa: l’autonomia della ricerca. L’arte possiede una capacità critica che può mettere in discussione anche i modelli economici e culturali delle organizzazioni che decidono di sostenerla. Spesso diciamo che l’arte può trasformare il pensiero delle imprese, ma questa trasformazione implica anche la disponibilità a essere contraddetti. Ti è mai capitato che un progetto artistico mettesse in discussione una convinzione, un metodo o un orientamento interno a Deloitte? E come avete reagito?

BT: Credo che la possibilità di essere messi in discussione sia una delle ragioni per cui il dialogo con l’arte è importante anche per un’impresa. Lo è sicuramente per Deloitte che in Italia conta 15.000 persone, la cui età media è di 30 anni. L’arte può aprire prospettive nuove e far emergere domande scomode. È un contributo prezioso perché ci invita a non considerare i nostri modelli come definitivi.
Lo abbiamo sperimentato anche attraverso un recente progetto interno a Deloitte, che ha coinvolto un artista e spunti provenienti dalla letteratura per riflettere sul valore dell’errore. In un’organizzazione fortemente orientata alla performance e al raggiungimento degli obiettivi, interrogarsi sull’errore significa aprire una riflessione su ciò che possiamo imparare dai tentativi, dall’incertezza e da ciò che non va secondo le aspettative.
Per un’azienda, essere disposta ad ascoltare punti di vista differenti è già un esercizio importante: significa riconoscere che il proprio modo di leggere la realtà non è l’unico possibile.

CS: L’intelligenza artificiale sta trasformando profondamente i processi creativi, il mercato dell’arte e la nostra stessa relazione con le immagini. Deloitte è un osservatorio privilegiato di queste trasformazioni tecnologiche, ma l’innovazione viene spesso identificata esclusivamente con accelerazione, efficienza e produttività. L’arte introduce invece dubbi, complessità e possibilità inattese. Come immagini il rapporto tra intelligenza artificiale e creatività nei prossimi anni? E possiamo cominciare a considerare la ricerca artistica una forma di innovazione altrettanto strategica di quella tecnologica?

BT: L’intelligenza artificiale sta trasformando anche il mondo della ricerca artistica e ci pone di fronte a interrogativi sul futuro della creatività, sull’autorialità e sul ruolo dell’esperienza umana in processi sempre più automatizzati. La questione non è soltanto capire che cosa questa tecnologia ci permetterà di fare, ma anche come cambierà il nostro modo di guardare il mondo e di interpretarlo.
È da questa prospettiva che è nato Generative Tomorrow, un appuntamento dedicato all’intelligenza artificiale generativa, nell’ambito del quale abbiamo coinvolto Giuseppe Lo Schiavo nella realizzazione di Liturgica, un’opera site-specific realizzata interamente con l’ausilio dell’AI e presentata alla Galleria Deloitte. È grazie alla visione aperta a tutti gli impatti della GenAI del nostro EMEA Innovation Leader, Lorenzo Cerulli, che abbiamo introdotto il linguaggio artistico nel dibattito, uno sguardo diverso, e profondamente umano, su una tematica che siamo abituati ad affrontare soprattutto da un punto di vista tecnico.
Questa riflessione si intreccia anche con le dinamiche del mercato dell’arte: nonostante la tecnologia renda la produzione di contenuti digitali sempre più semplice ed economica, il valore continua a concentrarsi su beni unici e irriproducibili. È un elemento interessante, perché ci invita a riflettere su ciò che attribuisce valore a un’opera in un contesto in cui le possibilità di riproduzione sono sempre più ampie.
Credo che sia proprio questo uno dei contributi più importanti della cultura al dibattito sul futuro: aiutarci a non fermarci alle potenzialità degli strumenti, ma a interrogarci sulle trasformazioni che portano con sé, sulle forme di valore che siamo chiamati a riconoscere e sul ruolo che vogliamo riservare all’essere umano.

CS: Il sistema culturale italiano presenta una contraddizione evidente: una straordinaria capacità di produrre arte, creatività e conoscenza, ma una difficoltà strutturale nel costruire organizzazioni solide, investimenti continuativi e modelli di crescita internazionali. Gran parte della ricerca più interessante nasce inoltre in contesti indipendenti, spesso privi di risorse stabili e riconoscibilità istituzionale. Se dovessi decidere di investire per cinque anni in uno spazio sperimentale, senza garanzie di ritorno economico o reputazionale, quali criteri utilizzeresti per sceglierlo? E pensi che il futuro del mecenatismo debba passare anche dalla capacità di sostenere ciò che ancora non è riconosciuto?

BT: Gli spazi indipendenti sono importanti perché sperimentano linguaggi e accolgono proposte che non hanno ancora trovato riconoscimento. Se sosteniamo soltanto ciò che ha già un pubblico o una reputazione consolidata, rischiamo di escludere proprio le ricerche che hanno più bisogno di tempo.
Lo vediamo anche con il Deloitte Photo Grant: la sezione Open Call ha raccolto quest’anno oltre mille candidature di giovani fotografe e fotografi da tutto il mondo. Un dato che conferma quanto sia importante creare opportunità per chi è agli inizi del proprio percorso e dare spazio a ricerche che altrimenti potrebbero faticare a emergere.
Credo che il futuro del mecenatismo debba passare anche da questa disponibilità: investire in ciò che non è ancora riconosciuto, accettando che non tutto ciò che ha valore sia già visibile o misurabile.

CS: Vorrei concludere tornando alla prospettiva della conferenza veneziana. Siamo abituati a immaginare il futuro delle città attraverso la tecnologia, le infrastrutture, l’energia e la finanza. Molto meno attraverso la capacità di produrre immaginazione, conoscenza e pensiero critico. Se dovessi immaginare la città culturale del 2040, quale trasformazione vorresti vedere realizzata? E quale responsabilità pensi debba assumersi il mondo dell’impresa per contribuire a costruirla?

BT: Immagino città in cui la cultura sia riconosciuta come una vera e propria infrastruttura, capace di mettere in connessione persone, competenze e sensibilità diverse, favorendo la circolazione delle idee e la nascita di nuove opportunità.
Credo che nella città del 2040 la cultura debba essere anche una leva di benessere, parte integrante della vita quotidiana: un’opportunità accessibile a tutti per incontrarsi, partecipare, apprendere e sentirsi parte di una comunità.
Il mondo dell’impresa può contribuire mettendo a disposizione risorse, conoscenze e capacità di costruire progetti di lungo periodo, in dialogo con le istituzioni e con chi vive i territori.
Investire nella cultura significa investire nella capacità di una comunità di comprendere il presente e immaginare il proprio futuro.

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