Tommaso Arnaldi e Francesca Pionati “HARD ASSETS” Fondazione Pini / Milano di

di 22 Ottobre 2026

A segnare l’esperienza di chi entra è soprattutto una difficoltà di elaborazione visiva, prodotta da un’architettura alterata dalla presenza di pareti specchianti. Non è la vista a essere compromessa ma la capacità del cervello di ricondurre a un’immagine coerente la moltiplicazione degli stimoli: la retina cattura la luce riflessa, le profondità si sdoppiano, gli scorci si moltiplicano e un sovraccarico percettivo fa sì che il reale si confonda con le sue possibili variazioni.

“HARD ASSETS”, mostra personale di Francesca Pionati e Tommaso Arnaldi, vincitori della seconda edizione del PINI ART PRIZE, a cura di Cecilia Guida, accoglie i suoi visitatori in un ingresso buio, segnato dalla segmentazione disorientante dello spazio. Qui, l’ambiguità delle superfici specchianti si protende nelle partizioni interne, paraventi scarni fatti di specchi e aste estensibili. Nascoste in bella vista, tre sculture in ferro battuto, cyclette ostili assemblate a partire da componenti di vecchi cancelli. La soglia, per eccellenza dispositivo di separazione tra proprietà privata e spazio pubblico, viene così ripiegata su se stessa e riconvertita in un congegno al servizio di un corpo confinato entro i limiti di una stanza senza aperture, priva di ogni possibilità di fuga.

L’espressione che dà il titolo a questa mostra rimanda ai beni tangibili, risorse materiali il cui valore è concretamente misurabile: materie prime, beni durevoli, terreni e immobili. È una concretezza, la loro, che facilmente si contrappone alla volatilità dei titoli azionari. La stessa che caratterizza i bunker, architetture concepite per schermare chi le abita dalla violenza, proteggere e isolare, la cui persistenza testimonia un passato solo apparentemente relegato a tempi ormai conclusi. Oggi infatti questi spazi assumono una rinnovata valenza simbolica, legata a doppio filo ai concetti di esclusività, sicurezza e lusso. Non a caso Bunker archéologie (1975) di Paul Virilio, catalogo dell’omonima mostra dedicata all’indagine del Vallo Atlantico, ha rappresentato una sorta di stella polare per Pionati e Arnaldi. La loro ricerca si sviluppa intorno alla tensione tra la dimensione vestigiale del bunker inteso come reperto di un passato bellico e la sua persistente rilevanza nel contesto contemporaneo, tuttora capace di incarnare le logiche di protezione, isolamento e controllo.

Svoltando a destra si accede alla seconda stanza, dove cinque opere dalla serie (Virtual Tours) BY APPOINTMENT ONLY (2026) presentano render di architetture all’apparenza lussuose, incastonati su uno sfondo di cementine 一mattonelle tipiche dei pavimenti milanesi一 intarsiate con cartigli che evocano un immaginario in cui l’abitazione si configura come espressione di prestigio e distinzione sociale. Sono ipotetici luxury bunker arredati nello stile di architetti e designer di fama internazionale e generati mediante l’intelligenza artificiale. Le immagini si collocano all’intersezione tra l’estetica patinata delle agenzie immobiliari e il repertorio promozionale dei produttori di bunker, sovrapponendo l’immaginario del rifugio a quello del luxury living.

Dal lato opposto rispetto all’ingresso, il modellino in scala THAT’S ALL, FOLKS! (2026) riconfigura l’ossatura di un bunker dell’Atlantikwall trasformandola in una casa di bambole. Esposta agli sguardi degli astanti, l’architettura perde la copertura e, con essa, la funzione protettiva: le partizioni in cemento armato cedono il passo a pareti rosa, glossate, una boiserie di gusto ridicolmente borghese. Il teatro di combattimento sembra così trasferirsi dall’esterno all’interno: nel tentativo di sottrarsi al pericolo, il rifugio stesso può rivelarsi luogo di conflitto e incertezza. Questo è tutto, gente! 一 più che un simpatico congedo, un monito nefasto.
Infine, nell’unica sala affacciata all’esterno, sono esposte PROSTHETICS FOR YOUR HOUSE(Bettino), (Giulio), (Silvio) (2026). Le sculture riprendono i trompe l’oeil dei bunker svizzeri, i cui accessi si nascondono dietro la rassicurante apparenza di innocui chalet. Decorate con dettagli tratti dalle facciate delle abitazioni di Craxi, Andreotti e Berlusconi (a loro volta desunte da documentazione televisiva, reportage e articoli), queste opere insistono sul tema della soglia di demarcazione che separa pubblico e privato, visibile e invisibile, protezione ed esposizione.

Da residuo di un paesaggio bellico a promessa di un’abitazione esclusiva, i bunker di Pionati e Arnaldi oscillano tra la promessa di riparo e l’esibizione del pericolo dal quale intendono proteggere. Hard assets pensati per resistere alla catastrofe. Ma con stile. In bilico tra esposizione allo sguardo e aspirazione alla privacy, incarnano il paradosso di un abitare profondamente individualista che, nel tentativo di neutralizzare ogni minaccia senza rinunciare al comfort, finisce per erigere una fortezza nella quale sottrarsi non solo al pericolo ma anche e soprattutto alla condivisione con l’altro. La sicurezza come bene esclusivo: proprietà da possedere ed esibire, chiavi in mano, vista panoramica sul collasso.

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Chiara Spagnol