Cosa siamo ancora capaci di vedere? ReA Art Fair 2026

19 Ottobre 2026

Viviamo in un presente che sembra esistere soprattutto attraverso le immagini. Le produciamo, le accumuliamo, le condividiamo, le consumiamo a una velocità che supera sempre più spesso la nostra capacità di elaborarle. Ogni esperienza sembra richiedere una traduzione visiva, ogni avvenimento una testimonianza, ogni istante la possibilità di essere catturato e restituito allo sguardo. Eppure, paradossalmente, più immagini produciamo, meno tempo dedichiamo a guardarle. In questa condizione di sovraesposizione permanente, il rischio non è soltanto quello di dimenticare ciò che vediamo, ma di smettere di interrogarci su cosa stiamo effettivamente guardando.
Che cosa significa, allora, creare un’immagine oggi? E soprattutto, che cosa significa provare a dare una forma visiva al presente, quando il presente stesso sembra dissolversi nella velocità della sua rappresentazione?
L’immagine non è più soltanto uno strumento attraverso cui osserviamo e documentiamo la realtà. Sempre più spesso è il filtro attraverso cui la percepiamo, la interpretiamo e, in qualche misura, la costruiamo. La distinzione tra esperienza e rappresentazione si fa progressivamente più incerta, ciò che vediamo condiziona ciò che desideriamo, ciò che ricordiamo e persino ciò che riconosciamo come reale. In un’economia dell’attenzione dominata dalla proliferazione incessante di contenuti visivi, la questione non riguarda più soltanto la produzione delle immagini, ma le condizioni della loro esistenza, della loro circolazione e della loro capacità di generare significato.
È all’interno di questa tensione che si possono leggere alcune delle pratiche artistiche presenti in questa edizione di ReA Art Fair. Non si tratta di individuare un linguaggio comune, né di ricondurre ricerche differenti a un’unica estetica generazionale. Piuttosto, di osservare come artisti diversi si confrontino con una stessa urgenza, quella di interrogare il presente attraverso le immagini, provando a trattenerne le tracce, a decifrarne le contraddizioni o a mettere in crisi i meccanismi attraverso cui viene rappresentato.
C’è chi sceglie di soffermarsi proprio su quelle immagini che, per eccesso di familiarità, abbiamo smesso di vedere. Mattia Ciaf attinge a un repertorio visivo apparentemente insignificante, fatto di lockbox di Airbnb, recensioni a cinque stelle, immagini stock, emoji e interni accuratamente standardizzati. Elementi ordinari di un immaginario contemporaneo che, isolati e ricontestualizzati, rivelano le logiche economiche e sociali che li hanno prodotti. In Mi casa es tu cozy apartment, l’estetica rassicurante dell’ospitalità digitale diventa il sintomo di una trasformazione più profonda, in cui la città e lo spazio domestico vengono progressivamente riconfigurati come prodotti da consumare.
Una tensione analoga attraversa, seppure mediante un linguaggio differente, il lavoro di Johanna Dreyer, che trasforma alimenti quotidiani in presenze pittoriche seducenti, levigate, quasi artificiali. Melanzane, burro, frutta e gamberi sembrano appartenere a un universo in cui la desiderabilità visiva ha preso il sopravvento sull’esperienza materiale. Le sue immagini intercettano così una condizione profondamente contemporanea: quella in cui il mondo viene sempre più spesso incontrato attraverso la sua rappresentazione, prima ancora di essere vissuto.
Se alcune pratiche indagano l’eccesso di visibilità, altre si confrontano con ciò che, nonostante questa continua esposizione, rischia di rimanere invisibile. Elia Brignoli lavora a partire da fotografie di cronaca relative a morti sul lavoro, raccolte dal padre nel corso degli anni. Attraverso la sottrazione delle figure umane, lascia emergere cantieri, paesaggi e luoghi apparentemente silenziosi, trasformando immagini nate per documentare un evento in testimonianze di un’assenza. La rimozione del soggetto non cancella la tragedia, ma ne modifica le condizioni di visibilità, interrogando la capacità dell’immagine di rendere percepibile ciò che una società tende a normalizzare o dimenticare.
Anche Matteo Trentin si confronta con la fragilità della memoria visiva, intervenendo fisicamente su fotografie familiari attraverso bruciature, coperture e alterazioni. L’archivio perde così la sua presunta funzione di custode fedele del passato, rivelandosi piuttosto uno spazio instabile, attraversato da omissioni, trasformazioni e continue riscritture. L’immagine non conserva semplicemente ciò che è stato: porta con sé anche le tracce di ciò che è andato perduto.
Ma se le immagini possono costruire memoria e testimonianza, possono altrettanto facilmente produrre ambiguità, manipolazione e finzione. La loro apparente immediatezza nasconde sistemi complessi di attribuzione del valore, dell’autenticità e della credibilità. È su questo terreno che si muove Matteo Rattini, attraverso pratiche legate alla falsificazione, alla copia e al contrabbando. Le sue immagini mettono in discussione l’idea di originalità e i dispositivi che stabiliscono cosa possa essere riconosciuto come legittimo. Più che interrogarsi su ciò che un’immagine rappresenta, il suo lavoro sposta l’attenzione su chi abbia il potere di determinarne lo statuto e il valore.
Esra Nesipogullari, invece, porta questa instabilità sul piano del linguaggio. Attraverso l’invenzione di un alfabeto personale e la produzione di un testo che diventa illeggibile persino alla sua autrice, la scrittura si trasforma in immagine, mentre il significato si sottrae alla possibilità di essere decifrato. In una contemporaneità ossessionata dall’accessibilità e dalla trasmissione immediata delle informazioni, l’illeggibilità diventa una forma di resistenza all’obbligo di rendere tutto visibile, comprensibile e consumabile.
Infine, nei dipinti di Andrea Pareti, frammenti apparentemente marginali dell’esperienza quotidiana, amici che camminano, un taxi fermo a Kyoto, luci artificiali, strade deserte, vengono sottratti alla velocità con cui siamo abituati a incontrare e dimenticare immagini simili. Scene che potrebbero appartenere al rullino fotografico di uno smartphone, acquistano attraverso la pittura, una diversa consistenza temporale. Ciò che normalmente attraverserebbe il nostro campo visivo per pochi secondi reclama una permanenza, una possibilità di attenzione.
Forse è proprio questa contraddizione a rendere oggi così urgente la riflessione sull’immagine. Viviamo in una società che non ha mai prodotto tante rappresentazioni di sé, eppure sembra incontrare crescenti difficoltà nel riconoscersi nelle immagini che restituisce. L’iperproduzione visiva promette di rendere tutto accessibile, tutto documentabile, tutto memorabile, ma finisce spesso per generare l’effetto opposto, un presente sovraesposto e, allo stesso tempo, sempre più difficile da mettere a fuoco.
In questo scenario, i 50 artisti protagonisti della fiera non si limitano a produrre ulteriori immagini da aggiungere al flusso. Possono interromperlo, rallentarlo, deformarlo, oppure renderne visibili le strutture e le contraddizioni. Possono scegliere di fissare un istante, di alterare una memoria, di sottrarre informazioni o di mettere in discussione ciò che siamo abituati a riconoscere come autentico.
Forse, allora, catturare il presente non significa necessariamente fermarlo, ma trovare nuovi modi di guardarlo. Restituire alle immagini una complessità che la loro circolazione incessante tende ad appiattire, e aprire uno spazio di riflessione tra ciò che vediamo, ciò che crediamo di vedere e ciò che continua a sfuggirci. Perché in un mondo in cui tutto sembra destinato a diventare immagine, la vera questione potrebbe non essere più cosa rendere visibile, ma cosa siamo ancora capaci di vedere.

 

di ReA Arte – Curatorial Board

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