Natália Trejbalová “Forecast” Pinacoteca G.A. Levis / Chiomonte (TO) di

di 16 Ottobre 2026

Ci sono territori che sembrano destinati a essere raccontati attraverso i loro conflitti e la Val di Susa sembra essere diventato uno di questi. Da oltre trent’anni, la costruzione della nuova linea ferroviaria Torino-Lione ha trasformato questa porzione di arco alpino in un luogo di contrapposizione politica, dove differenti idee di progresso, sviluppo e tutela ambientale si contendono il futuro della montagna. Da una parte chi rivendica la necessità di nuove infrastrutture, dall’altra comunità e movimenti della valle che hanno fatto della difesa del territorio una pratica collettiva, producendo negli anni forme di autorganizzazione, solidarietà e conoscenza situata. Una valle attraversata, discussa, scavata e soprattutto difesa da chi la abita. Un paesaggio sul quale l’essere umano sembra avere moltissimo da dire ma che tuttavia esiste da milioni di anni, da prima che qualcuno iniziasse a domandarsi cosa farne.

È proprio da questo scarto che sembra prendere forma “Forecast”, la mostra personale di Natália Trejbalová, a cura di ARTECO e Cripta747 presso la Pinacoteca G.A. Levis di Chiomonte. Frutto di una residenza condotta nel dicembre 2025, il progetto si confronta con la storia geologica della Val di Susa, tentando di restituire al paesaggio una temporalità che la nostra percezione, inevitabilmente antropocentrica, fatica a concepire. Se per noi trent’anni di conflitto rappresentano un’intera stagione politica, per una montagna non sono che un intervallo infinitesimale, una lieve increspatura nella sua lunghissima esistenza. Trejbalová parte dalla formazione stessa delle Alpi, per immaginare un paesaggio che non sia più uno scenario immobile, ma un corpo attraversato da processi, relazioni e continue trasformazioni. Una prospettiva che, come racconta, trova riferimenti tanto nel pensiero neomaterialista di Karen Barad quanto nella teoria della mineral evolution di Robert Hazen, secondo cui anche il mondo minerale possiede una propria storia evolutiva, profondamente intrecciata alla comparsa e allo sviluppo della vita sulla Terra. La montagna, insomma, non è mai stata ferma, siamo noi a non vivere abbastanza a lungo per accorgercene.

Il film, cuore pulsante della sua restituzione, si apre con la materia incandescente del magma, quasi a voler risalire a un’origine precedente a qualsiasi possibilità di racconto umano. Da qui si sviluppa una successione non lineare di paesaggi, superfici, stratificazioni e forme organiche, in cui le scale si confondono e diventa difficile distinguere ciò che appartiene al microscopico da ciò che potrebbe estendersi per chilometri. Non ci sono personaggi, corpi o voci a guidare la narrazione. Una sottrazione deliberata che qui assume un significato particolare, raccontare la storia di un territorio rinunciando, almeno temporaneamente, alla presenza di chi lo abita, lo osserva e soprattutto, pretende, di definirlo.

La materia diventa così protagonista di una narrazione che non procede secondo le coordinate abituali del documentario, dando vita a un universo visivo nel quale l’indagine scientifica incontra la speculazione fantascientifica. Non si tratta tanto di ricostruire fedelmente la storia della Terra, quanto di provare a immaginarla da una prospettiva che non ci appartiene. Un esercizio di worldbuilding che tenta di decentrare l’umano, restituendo una qualche forma di agency a ciò che siamo abituati a considerare inerte. Eppure, in questa storia apparentemente priva di esseri umani, l’umano finisce inevitabilmente per riaffiorare e, per una volta, non attraverso la propria figura, ma attraverso le tracce del suo passaggio. Verso la fine del film emergono strutture artificiali, elementi tecnologici e immagini provenienti dall’archivio dei carotaggi effettuati per la Torino-Lione. Anche il suono sembra farsi più acuto, stridente, introducendo una tensione che incrina progressivamente la dimensione organica delle sequenze precedenti. L’essere umano non compare mai davvero, ma la sua capacità di intervenire sulla materia diventa impossibile da ignorare.

È qui che “Forecast” trova forse la sua intuizione più interessante. Trejbalová considera il traforo ferroviario come un ulteriore evento geologico nella storia della valle, un intervento capace di alterare la conformazione della montagna in un tempo che, rispetto alla sua esistenza, è poco più di un istante. L’essere umano, presenza quasi insignificante nella storia della Terra, è oggi capace di agire su scala geologica, imprimendo alla materia un’accelerazione radicale. Il traforo diventa così l’immagine di una temporalità umana che irrompe in quella della montagna, lasciando tracce destinate a sopravviverci. Il film si chiude con una tempesta di neve all’interno del centro di simulazione di ambienti estremi di Eurac Research, a Bolzano. Uno scenario artificiale, quasi distopico, che dal magma iniziale ci proietta verso l’ipotesi di una prossima glaciazione. Ed è qui che il titolo rivela la sua contraddizione, “Forecast” significa previsione, ma il riscaldamento globale sta alterando i cicli climatici naturali, rendendo sempre più incerto capire quando arriverà la prossima era glaciale. Il futuro della Terra sfugge così alle nostre proiezioni, proprio mentre continuiamo a intervenire sulla sua conformazione.

“Forecast” però non pretende di risolvere contraddizioni, né di trasformare il paesaggio in un manifesto politico. Ci invita, piuttosto, a osservarlo da una distanza temporale alla quale non siamo abituati, ricordandoci che la storia della valle non comincia con noi e certamente non finirà con noi. E tuttavia, proprio perché il nostro passaggio è così breve, ciò che decidiamo di lasciare nella materia acquista un peso ancora maggiore. Forse è anche per questo che vale la pena continuare a parlare della Val di Susa, senza ridurla alla cronaca dei suoi conflitti o all’immagine romantica di una natura da preservare intatta. Perché sotto ogni sentiero, ogni bosco, ogni galleria e in ogni montagna si accumulano storie che appartengono a tempi differenti, alcune delle quali non avremo mai modo di vedere compiersi. La valle continuerà a trasformarsi, lentamente o all’improvviso, con o senza di noi. Ma il modo in cui scegliamo di attraversarla, raccontarla e abitarla rimane, per il breve tempo che ci è concesso, una responsabilità profondamente nostra.

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Vittoria Martinotti