La nuova Fondazione Morra Greco / Napoli  di

di 2 Luglio 2019

Dopo quattro anni la Fondazione Morra Greco riapre nella sua sede storica – oggi profondamente rinnovata con l’aggiunta di due nuovi piani e la valorizzazione di quelli già in uso – con un programma di attività che insiste sulla multidisciplinarietà. Il progetto di ristrutturazione e restauro, iniziato nel 2015, restituisce oggi alla città il Palazzo dei Principi Caracciolo di Avellino con i resti delle antiche mura greche, i suoi affreschi rococò e i suoi incantevoli dettagli architettonici, insieme a duemila metri quadrati destinati all’arte contemporanea. Un nuovo corso che si pone tuttavia in continuità con il precedente, in una città dove l’antico e il contemporaneo si intrecciano indissolubilmente. È proprio sulla base di questo incontro tra i protagonisti dell’arte internazionale e gli spazi storici e fortemente connotati del palazzo, che la Fondazione riconferma la sua mission ovvero invitare gli artisti a lavorare sul territorio e a concepire produzioni site-specific in grado di instaurare un dialogo con la città. Un’attività che si innesta su quello che è il fulcro della Fondazione: la collezione di Maurizio Morra Greco, un insieme di opere inteso non solo come raccolta di oggetti, ma soprattutto di rapporti con gli artisti e passioni personali.

Dunque le tre mostre presentate incarnano altrettanti possibili percorsi: l’attenzione verso gli artisti emersi negli anni Novanta, la curiosità nei confronti delle tendenze artistiche dell’Europa dell’Est e la relazione privilegiata istaurata con un artista che, a dispetto delle sue origini americane, ha scelto proprio Napoli come città adottiva. Henrik Håkansson, Peter Bartoš e Jimmie Durham raccontano questi tre momenti nei rispettivi spazi della Fondazione, che idealmente sembrano ricongiungersi negli estremi che corrispondono a due lavori in particolare: il film JULY.20,2004 (2005) di Håkansson all’ultimo piano, parabola al rallentatore di un volo di farfalla, la cui leggerezza e immaterialità sembra opporsi a Ceremonial (2019) di Jimmie Durham nel basement, un’installazione in basolato che entra idealmente in conversazione con l’antica cinta muraria di cui si intravedono i resti.

Al primo piano, nella cornice degli affreschi settecenteschi di Giacomo del Po, sculture e installazioni di Durham occupano le sale in sequenza; l’artista premiato con il Leone d’Oro alla carriera all’ultima Biennale di Venezia si presenta con una selezione di opere che include lavori nuovi e mai esposti, all’insegna della commistione di oggetti e materiali dalla forte capacità narrativa ed evocativa che caratterizza la sua poetica. Il secondo piano è dedicato a Bartoš, figura cruciale dell’avanguardia slovacca di cui è esposta la metodologia di lavoro attraverso una serie di disegni, dipinti, collage, fotografie che trovano posto in un apposito progetto di display a cura di Petra Feriancová. Una raccolta da cui emergono concetti di “cultura ecologica” ante-litteram, cui l’artista ha dato una propria struttura concettuale e progettuale negli anni di lavoro presso lo zoo di Bratislava (dal 1979 al 1991), ma anche la sua battaglia contro lo snaturamento del paesaggio slovacco ad opera di imprenditori locali. Nell’ultima sala, con The Monsters of Rock, Tour (1996) di Håkansson va in scena un concerto i cui protagonisti sono grilli vivi, ignari performer il cui canto è amplificato da un potente sistema audio. Tre artisti, tre mostre che sembrano legate da una riflessione ad ampio spettro sul rapporto tra natura e cultura e che segnano l’inizio di un nuovo ciclo con la cui Fondazione riconferma la sua posizione sulla scena campana e internazionale.

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Alessandra Troncone