Cristiano Seganfreddo: Assumere la direzione di una fiera come ArtVerona significa entrare in un ecosistema che tiene insieme mercato, cultura e territorio. Qual è la prima immagine o idea che ha avuto di questa responsabilità?
Laura Lamonea: La prima immagine che ho avuto è stata quella di un organismo vivo, composto da molte voci e relazioni, da ascoltare e curare con attenzione. Quest’anno abbiamo lavorato per favorire nuove conversazioni tra tutte le sue componenti: artisti, gallerie, collezionisti, istituzioni e pubblico. L’eliminazione della netta separazione nei due padiglioni della fiera tra moderno e contemporaneo – un gesto inedito nella storia di ArtVerona – è nata proprio da questa visione: creare un terreno comune in cui linguaggi e tempi diversi possano confrontarsi e generare connessioni inattese. Questo approccio ha attraversato ogni sezione della fiera, dal programma curatoriale agli incontri pubblici, fino al dialogo tra collezioni pubbliche e private, una delle dimensioni più fertili della manifestazione. Alla base di tutto c’è l’idea di cooperazione: attori provenienti da contesti differenti che si mettono in gioco per individuare insieme nuove possibilità di scambio.
CS: In un panorama fieristico sempre più competitivo, dove le fiere diventano anche progetti culturali, come immagina la sua ArtVerona?
LL: Immagino ArtVerona come uno spazio di presentazione di progetti culturali che raccontano l’arte nella sua complessità, valorizzando tanto le gallerie storiche quanto le più giovani, moderne o contemporanee. Le sezioni in fiera diventano voci di un racconto che attraversa generazioni, linguaggi e modalità di presentazione. Quest’anno la sala cinema, ad esempio, ha introdotto uno spazio dedicato alle immagini in movimento, capace di ospitare opere che nei contesti fieristici trovano spesso poco spazio, come video e video performance.
Credo che una fiera debba operare durante tutto l’anno, costruendo contenuti e occasioni di approfondimento che accompagnano il pubblico e preparino il terreno per un momento fieristico davvero efficace. Per questo sviluppiamo progetti speciali in dialogo con i luoghi e le istituzioni della città – e non solo – affianchiamo un podcast con uscite mensili e costruiamo nel corso dell’anno un programma di appuntamenti dedicati ai collezionisti.
CS: Cosa significa oggi, per una fiera d’arte, essere “rilevante”?
LL: Una fiera è un luogo di scambio, dove le gallerie accompagnano la crescita degli artisti, il pubblico scopre e approfondisce idee e linguaggi nuovi. Quest’anno, ad esempio, i collezionisti presenti hanno dato seguito concreto al dialogo con le gallerie, acquistando opere, dimostrando quanto ArtVerona possa essere un punto di incontro reale tra domanda e offerta. A mio parere una fiera rilevante lascia tracce durature: crea connessioni e opportunità concrete, rafforza la comunità artistica e culturale, sostiene anche indirettamente progetti di ricerca (residenze, nuove produzioni, possibilità espositive).
CS: Verona è una città di straordinaria bellezza storica ma spesso identificata più con l’eredità classica che con la contemporaneità. Come si costruisce una fiera che dialoghi con questa identità e allo stesso tempo la rinnovi?
LL: Da molti anni ArtVerona realizza un programma di eventi pensato per coinvolgere la città e i suoi abitanti. Credo che la fiera in questo contesto debba essere in grado di riattivare spazi che hanno segnato la storia della città, restituendo loro una funzione culturale viva e accessibile.
Voglio citare ad esempio il progetto espositivo presentato a Palazzo Forti, che ha riaperto dopo quindici anni di chiusura, avviando un percorso di riconfigurazione e restituzione di un luogo alla città. Allo stesso modo, abbiamo portato installazioni, mostre e performance in spazi come la Biblioteca Capitolare, l’Ex Dogana di Fiume, la Rondella delle Boccare – in questo caso artisti, studenti della scuola di secondo grado l’ITC Marco Polo e l’ufficio Conservazione e valorizzazione sito UNESCO e Cinta Muraria hanno reso evidente quanto l’arte possa diventare un ponte tra istituzioni, nuove generazioni e cittadinanza. Guardando al futuro, vogliamo proseguire in questa direzione: fare in modo che la fiera possa essere un catalizzatore per la città, con azioni durature che vadano oltre il singolo evento.
CS: Art Verona ha sempre avuto una dimensione relazionale, di comunità, quasi “umanistica”. È un tratto che intende mantenere o superare?
LL: Assolutamente sì, è un tratto che considero come fortemente identitario di ArtVerona che a mio parere deve continuare a essere, uno spazio di relazioni attive, un luogo in cui musei, università, accademie, collezioni pubbliche e private possano incontrarsi e generare nuove possibilità. In questa direzione abbiamo immaginato un programma pubblico CONVER_SIAMO, proprio con l’obiettivo di riunire e mettere in dialogo voci diverse del sistema dell’arte, creando le condizioni per coprogettazioni tra istituzioni pubbliche e private. Credo che proprio questa coralità — la capacità di tenere insieme differenze, esperienze, visioni — rappresenti la forza più autentica di ArtVerona.
CS: Se dovesse descrivere in una frase la differenza di ArtVerona rispetto a Torino, Bologna o Milano, quale sarebbe?
LL: ArtVerona è una fiera che mette in relazione gallerie alla loro prima edizione con realtà più affermate, creando uno spazio fertile per il confronto e la sperimentazione. In questi vent’anni molte gallerie oggi riconosciute anche sulla scena internazionale hanno mosso qui i primi passi. Questo rende la fiera sperimentale nel senso più completo del termine, ossia aperta a nuovissimi scenari artistici. Inoltre, il fatto che ArtVerona sia parte di Veronafiere — un sistema che ospita manifestazioni di rilevanza internazionale come Vinitaly, Marmomac e Fieracavalli — aggiunge un ulteriore elemento distintivo: la possibilità di creare sinergie e progettualità condivise con altre realtà fieristiche di grande respiro. Se dovessi racchiudere tutto questo in una frase, direi che ArtVerona è una fiera che accoglie, cresce e si rafforza grazie alle connessioni, dentro e fuori il mondo dell’arte.
CS: Dopo anni di espansione e contrazioni del mercato, come legge oggi la situazione dell’arte contemporanea in Italia?
LL: Alcuni segnali recenti, come la riduzione dell’IVA al 5%, indicano una maggiore attenzione istituzionale, anche se il loro impatto reale andrà osservato nel tempo. Parallelamente si sta formando una generazione di collezionisti più giovani, curiosi e disponibili a confrontarsi con linguaggi meno tradizionali, ma si tratta di una comunità ancora in costruzione. Vedo un contesto in evoluzione, con molte potenzialità e altrettante fragilità: la sperimentazione cresce, i linguaggi video e performativi stanno trovando maggiore ascolto, ma occorre continuare a creare luoghi, occasioni produttive ed espositive che sostengano davvero questo slancio.
CS: Il collezionismo sta cambiando: più selettivo, più intergenerazionale, spesso più discreto. Qual è il tipo di collezionista che vorrebbe intercettare o formare con ArtVerona?
LL: A mio parere oggi il collezionismo sta attraversando una trasformazione profonda: è più attento, più intergenerazionale, più orientato alla ricerca. In questo scenario, ciò che mi interessa intercettare con ArtVerona non è un “tipo” di collezionista, ma una comunità capace di riconoscere nell’arte un luogo di relazione e di responsabilità culturale. Mi piacerebbe favorire un collezionismo che non si limiti ad acquisire opere, ma che voglia sostenere nuovi linguaggi — dal video alla performance, fino alle pratiche collettive — e che sia disposto a confrontarsi con proposte ancora in divenire. Quest’anno la presenza di numerosi collezionisti nazionali e internazionali ha generato scambi stimolanti, mettendo in dialogo prospettive e sensibilità diverse. Va considerato che questo risultato nasce da un lavoro che si sviluppa nel tempo: dalla cura delle relazioni e dei contenuti che il team pratica durante l’anno. È attraverso un percorso che prende forma una nuova comunità di collezionisti, capace di evolvere e rafforzarsi insieme alla fiera.
CS: Crede ancora nella fiera come luogo di vendita, o sempre più come piattaforma culturale e di networking?
LL:La vendita rimane a mio parere fondamentale: è ciò che permette agli artisti di proseguire il proprio lavoro e alle gallerie di sostenere nuovi progetti, sebbene sola non basti più a definire il valore di una manifestazione. Una fiera diventa realmente significativa quando offre strumenti di lettura, incontri, occasioni di confronto, spazi in cui le persone possano orientarsi tra linguaggi diversi e scoprirne di nuovi. In questo senso per me ArtVerona è entrambe le cose: un luogo di mercato ma anche una piattaforma culturale che costruisce comunità, che facilita connessioni e che, attraverso il dialogo tra attori differenti, contribuisce a far crescere il sistema nel suo insieme.
CS: Verona si trova nel cuore del Veneto, una delle regioni più produttive e internazionalizzate d’Italia. Quale ruolo può giocare l’arte contemporanea in questo contesto economico e sociale?
LL: Credo che in un territorio come il Veneto l’arte contemporanea possa diventare un interlocutore strategico. Quest’anno abbiamo lavorato molto in questa direzione, rafforzando il dialogo con le aziende e costruendo collaborazioni che vadano oltre la semplice sponsorizzazione. Il nuovo Premio Arte e Impresa, avviato in questa edizione e in fase di ampliamento per il futuro, nasce proprio con questo intento. Le aziende venete hanno dimostrato disponibilità ad aprirsi a questo tipo di confronto e per una fiera come ArtVerona questo significa assumere il ruolo di mediatore.
CS: Come immagina la relazione tra ArtVerona e la città? Pensa a un dialogo con le istituzioni culturali, le imprese, i luoghi del design e del vino che definiscono l’immaginario veronese?
LL: Come dicevo prima, vedo la fiera come un’occasione per creare connessioni e, la città gioca un ruolo determinante. Quest’anno abbiamo consolidato collaborazioni con musei, fondazioni e spazi storici, portando progetti speciali fuori dai padiglioni e aprendo la fiera alla città. In futuro vorremmo sviluppare azioni di sinergia con altre manifestazioni veronesi di rilievo — Vinitaly, Marmomac — per amplificare la visibilità dei progetti, creare percorsi condivisi e attrarre pubblici diversi, in modo che l’arte contemporanea diventi parte integrante della vita culturale ed economica della città.
CS: La digitalizzazione, la sostenibilità e le nuove tecnologie stanno ridefinendo le fiere. Come si declinano questi temi in un contesto come Verona?
LL: Sono temi che non considero come “aggiunte” al modello fieristico, ma come elementi strutturali di una trasformazione già in atto. A Verona li stiamo affrontando con un approccio graduale.
Sul fronte digitale, il nostro obiettivo non è replicare online ciò che accade in presenza, ma costruire strumenti che amplifichino la conoscenza e rendano accessibili i contenuti anche al di fuori dei tre giorni di fiera. Il podcast Invito a vedere, che quest’anno ha ospitato curatori, collezionisti e artisti, va proprio in questa direzione: un archivio vivo, capace di estendere nel tempo la narrazione della fiera. La sostenibilità è un altro fronte cruciale, che in un contesto come Verona si incrocia con il rapporto con il territorio. Abbiamo lavorato su una logica di prossimità, coinvolgendo la città e le aziende sul territorio.
CS: Pensa a collaborazioni internazionali, residenze, format inediti o partnership con musei e fondazioni?
LL: Gli strumenti che ha citato sono un elemento chiave per consolidare e ampliare il ruolo di ArtVerona. La fiera lavora da sempre per creare connessioni tra artisti, gallerie e istituzioni, e negli ultimi anni abbiamo dato particolare attenzione a sviluppare partnership con altre fiere, musei e fondazioni in Europa, così da attrarre collezionisti, nuove gallerie e valorizzare la scena artistica italiana a livello internazionale.
In particolare, i musei svolgono un ruolo cruciale in questo processo: sono luoghi di legittimazione, ma anche di acquisizione e circolazione delle opere, e contribuiscono a dare continuità alle ricerche presentate in fiera. Quest’anno abbiamo collaborato con Museion, Mart e GAM di Verona, oltre che con archivi internazionali come il CNAP di Parigi e Argos di Bruxelles, che hanno partecipato al programma pubblico di talk e nella sala cinema, con una selezione di opere video.
CS: Qual è stata la sua prima fiera d’arte?
LL: Artissima nel 2000 a Palazzo Nervi.
CS: C’è un artista, una galleria o un momento che ha cambiato il suo modo di guardare all’arte contemporanea?
LL: Ci sono stati molti artisti e molte gallerie che hanno segnato il mio percorso, ma se dovessi citare un’esperienza davvero decisiva direi la collaborazione con Manifesta Biennial. Per me è stata un’occasione preziosa per entrare in relazione con collezionisti, istituzioni e gallerie internazionali, confrontandomi con approcci, sensibilità e pratiche molto diverse tra loro.
Al di là degli aspetti critici insiti in un progetto nomade, ciò che mi ha colpito profondamente è stato vedere come un’intera struttura curatoriale, organizzativa e istituzionale si mettesse in dialogo con il contesto urbano, politico e sociale di ogni città ospitante. Questa prospettiva ha trasformato il mio modo di guardare all’arte contemporanea e continua a orientare molte scelte, dall’apertura a formati inediti alle residenze, dalle collaborazioni internazionali ai progetti che non restano confinati nell’effimero dell’esposizione, ma generano connessioni, produzione e continuità.











