SPASMI. Intervista difficile a Davide Sgambaro di

di 17 Febbraio 2026

INTERNO – SPAZIO E TEMPO INCERTI

«Ciao Davide
[“Ciao caro?”, “Ciao” e basta? È una scelta semplice solo all’apparenza: attivare dall’inizio l’imprinting e il grado di vicinanza linguistica ed emotiva con la persona che, tra poco, parlerà con me. Nome proprio: confidenza e forse un certo grado di invasione indebita verso l’altra persona, che non si conosce mai — mai — completamente. “Caro”: cortesia, timidezza, un po’ di distanza calibrata per avvicinare poi lentamente le aspettative reciproche su quello che si andrà a dire nella conversazione.
Non so se ha senso ruminare su questa scelta iniziale. Forse è un’esagerazione — pensare e ripensare alla forma giusta, all’immagine di sé che si vuole dare anche nelle situazioni più banali di un saluto, come se si caricasse questa scorza costruita di una responsabilità enorme, sociale, esistenziale. Forse è una patologia — malattia di eccessiva ponderazione, e fatica collettiva per estrarre da ogni momento e da se stessi la massima performatività — o forse è un metodo — sentire in ogni gesto questa depressione performativa e sabotarla dall’interno: sottrazione, fuga, malinconia e disillusione come casse di risonanza di un sentire comune. Potrei iniziare così, chiedendogli se anche lui girovaga in questi strani spasmi solitari, ma non credo, non so che immagine potrei dare di questo mio mix tra solitudine e paranoia, e nel frattempo mi rendo conto di essere caduto ancora, dopo una brevissima sospensione, nella trappola dell’immagine, della scorza da far vedere agli altri.
Vorrei capire se c’è un modo di fuggire da questo trabocchetto esistenziale delle immagini, del sorridere sempre, del “fare finta di…”, insomma se sia possibile ritrovare il corpo dietro tutta questa patina di parole.
Fuggire. Potrebbe essere la prima domanda (?) anche se iniziare un’intervista con una fuga…non saprei: “Mi sembra che i tuoi lavori si presentino come testimonianze di una fuga dalle immagini. Come interruzioni, residui, tracce e fantasmi di se stessi. Ti andrebbe di dirmi qualcosa a riguardo?” Si, può andare]

BOZZA DOMANDA 1

«Ciao … ? … come stai? Inizierei subito con una suggestione che mi colpisce spesso quando sono vicino ai tuoi lavori: mi sembra che i tuoi interventi nello spazio tentino sempre di fuggire da un qualche tipo di immagine o di imposizione scenica: è un’esperienza strana, stare davanti a questa elusività, questa indifferenza delle tue opere che si presentano quasi come interruzioni, residui, tracce e fantasmi di loro stesse, e che comunque, in qualche modo, restituiscono lo sguardo come di traverso. Dove si gioca la partita del significato? Si può veramente fuggire dalle immagini?»
[Fuga dalle immagini: è sicuramente una domanda a campo largo, di tipo filosofico: “pictorial turn”, “iconofagia”, “simulacro”, “dispositivo”, tutte cornici critiche già ampiamente in uso, a volte inflazionate, ma utili nel diagnosticare la pervasività del visuale e la sua natura di pharmakon — cura e veleno — nell’attuale epoca smaterializzata. A volte queste grandi parole rischiano di smaterializzare anche lo stesso discorso, magari rendendo la vita un paper di accademia, dimenticandosi invece dei piccoli spasmi dei pensieri e delle cose. Forse dovrei integrare alla domanda questa fisicità perturbante, che nei lavori di Davide è presente e nascosta allo stesso tempo. Spero, e credo, che lo farà lui, parlandomi della serie Goosebumps (2024-in corso) e delle attivazioni randomiche delle felpe monocrome appese alle pareti bianche degli spazi espositivi. Come a rompere un inquietante stato di quiescenza, i loro movimenti elettricamente indotti simulano inconsapevoli spasmi corporali, come fossero espressioni di un desiderio subito strozzato e condannato a ritornare alla sua forma appesa, senza carne. Bisogna fermarsi un po’ a guardare, accorgersi delle alterazioni, e riconsiderarle in questa danza macabra in cui la fuga è un tentativo e l’immobilità sembra un destino. Se Davide ne parla, potrebbe essere un’interessante complicazione della prima domanda. Si può fuggire totalmente (qui la complicazione) dall’immobilità delle immagini? E di che tipo di immagini si tratta? Immagini di costrizione e di desiderio spezzato, immagini che appendono, come per le felpe e i corpi soli? Il dubbio di questa domanda mi ricorda, ma non glielo dirò, il mio spasmo linguistico degli appunti di qualche minuto fa.]

DOMANDA 1

PDA: «Ciao! Come stai? Inizierei subito con una domanda larga: secondo te si può fuggire dalle immagini?»

DS: «Ciao! Confuso, almeno così si vocifera sul mio conto. Credo che le si possano rifiutare quando inutilmente estetizzate. Ho come il sentore che la bulimia di fruizione sia relegata a un discorso vicino alla semantica della prepotenza. Fuggire non è necessariamente una posizione di codardia, bensì una presa di posizione anche (per quanto ci riguarda) contro la ventata di totalitarismo che stiamo vivendo in questi anni. La nostra responsabilità è probabilmente quella di rifiutare la produzione di ulteriore entropia visiva utilizzata poi come arma mediatica atta a desensibilizzare l’osservatore»

[Forse non è tanto della fuga che si deve parlare (verso dove, poi?), ma di questo andirivieni tra immagine e corpo, tra rassegnazione e desiderio, stasi e movimento, passione e apatia.
Forse dovrei cambiare la domanda con una constatazione: “L’IMPOSSIBILITÀ DI UNA FUGA COMPLETA DALL’IMMAGINE DI SE’ STESSI”, e lasciarlo riflettere se questa frase sia la forma di una diagnosi, l’inizio di una rassegnazione o, come dice lui, una qualche forma di militanza diagonale. Alla fine, con Davide sempre di immagini stiamo parlando: immagini che uniscono i due termini, diventando, appunto, diagnosi della rassegnazione, mentre configurano una politica del corpo ambigua. Appunto volevo arrivare al corpo più in là, non mi ero accordo che già ne stiamo parlando: “Responsabilità”, “Rifiuto dell’entropia visiva”, forse il corpo è già la fuga da tutto questo. La responsabilità mi mette un po’ in difficoltà, mi porta “giù” la fuga filosofica di inizio intervista. Domanda 2 e già andiamo verso il corpo, verso il pavimento. Seconda domanda: fuga dalle immagini e tensione del corpo]

BOZZA DOMANDA 2

«Prima abbiamo parlato del corpo dei tuoi lavori, in bilico tra presenza e assenza, concentrazione e rarefazione (…no, il corpo c’è e non c’è, per ora). Ti va di parlarmi del corpo dei tuoi lavori? Sempre tra presenza e assenza, concentrazione e rarefazione…credo che la tensione che si mantiene in questi intervalli sia cruciale anche per considerare il tuo, di corpo, in relazione ai tuoi interventi. C’è sempre qualcosa che sfugge…è corretto? Che mi dici del tuo progetto Tonight (alive and kicking) (2024)?»

[Meglio mantenere la domanda così, più educata. Quando ho visto per la prima volta lo strano battiscopa di piccole stelline nere, nella loro linea un po’ storta che domesticava e perturbava il bianco chirurgico delle pareti, ho pensato che sarebbe stato interessante fare la domanda retorica sul quante fossero e se Davide le avesse contate, giusto per vezzo di ironia: una risata filosofica — ancora — che avrebbe testimoniato l’inutilità della domanda, dato che le stelline è come se fossero una sola, ripetutamente “stampata” sul muro da Davide in una danza silenziosa e ripetitiva, fatta di notte, con la punta stellare delle sue scarpe, solo davanti a un pubblico digitale e insonne che poteva partecipare virtualmente a questo rituale. Quindi si, meglio concentrarsi su questa ripetizione, non sulla quantità. Stelle su stelle su stelle, leggere pressioni sulla neutralità bianca dello spazio, piccole incursioni, interruttori dell’attenzione. Stelle nere come desideri corrotti e interrotti? Stelline-battiscopa che rendono lo spazio una casa problematica? È come se, metodicamente, Davide coreografasse la mancanza di qualcosa, e in primis del suo stesso corpo, “nascosto in piena vista” (Forse sostituirei al “C’è sempre qualcosa che sfugge”, però non lo so, qui è tutto un fuggire e insieme rimanere, vedere quello che c’è e intuire quello che c’è stato (tutto il resto), nascondersi e farsi vedere….senti un qualche tipo di pressione nel raccontare il tuo lavoro? Si dai, la fuga, il corpo ambiguo, e ora il corpo esposto allo sguardo degli altri (quale corpo? Quello delle opere, il suo? O il mio? Questo è l’appunto più personale e segreto)]

DOMANDA 2

PDA: «Che ruolo ha il corpo nei tuoi lavori? L’indifferenza può essere una forma residuale di passione?»

DS: «È naturale per me concepire il corpo in quanto fantasma, o meglio, poltergeist. Ho sempre avuto la necessità di non rispondere ad aspettative che già rientrino nel mainstream avendo la percezione di legittimare un discorso in ritardo. L’indifferenza in quanto caotica impone una qualche forma di distruzione, se non altro ne l’inoculare un dubbio. È un tarlo, no? Ma io odio gli indifferenti. La passione forse sta nel dubbio stesso; sta nel mettersi continuamente in discussione e probabilmente crea le basi per un’auto-critica fondamentale e per una coerenza nel proprio pensiero. È una forma di rispetto verso un pubblico, nonostante il più delle volte sia inconveniente in quanto approccio più lento e non conforme alle richieste. Però è tanto difficile e spesso ci si sente soli»

[Spiazzato dall’ “indifferenza caotica”, cancello un’altra bozza. Adesso gli parlerei dei miei, di dubbi, che proprio ora sono dietro le domande, le muovono. Forse il personale entrerebbe troppo, come digressione rispetto al testo che sarà pubblico. Ma non è già tutto estremamente personale ed estremamente pubblico? Fermati, continua l’intervista. Legare di nuovo, all’esposizione, la rassegnazione e la disillusione? Il dubbio sta nel non fermarsi mai, ma chi decide il movimento? Si potrebbe continuare così.]

BOZZA DOMANDA 3

«Father forgive them; for they do not know what they are doing (2024-in corso), I tuoi pupazzi gonfiabili ad aria compressa — serie di cinque installazioni per cinque colori diversi — che si muovono violentemente in spazi chiusi e sempre troppo stretti. Oscillazioni brutali, quasi un unico lamento sintetico di un corpo in poliestere che mantiene il sorriso: mi sembra che sia tutto indotto e che l’unica performatività possibile sia quella di un adattamento alle costrizioni…dell’architettura, della stanza, dell’intensità della pressione dell’aria che pompa dalla base. Che succede per te quando un corpo è esposto?»

[Il pupazzo come metafora di un andare senza direzione e di un ripetersi che però non è mai uguale; il pupazzo, vuoto dentro e poi sempre riempito di aria, prende “vita” letteralmente solo dando movimento all’immagine di se stesso, che è sempre uguale con un sorriso che si può vedere come ghigno, commozione, o apatia, a seconda della giornata che si sta passando. Prima e dopo tutto questo — la pressione, l’immagine, il sorriso, il movimento chiassoso e un po’ inutile — il pupazzo si accartoccia a terra, come una massa sintetica pronta a fa ripartire la danza, un po’ come le felpe appese di Goosebumps.

Spesso non ci accorgiamo di questi skydancers piantumati a terra: si vedono magari dal finestrino della macchina per qualche secondo, ma è strano soffermarsi per tanto tempo (anche per due minuti filati) in uno spazio vuoto: se nella realtà fuori fuggono da uno sguardo uniforme, qui vorrei fuggire io, dopo che mi sono accorto di tutto il rumore di questo movimento inutile. Ma tutto questo non è possibile]

DOMANDA 3

PDA: «Trovi mai un momento in cui ti senti invisibile, non esposto allo sguardo altrui? Oppure è impossibile?»

DS: «Spesso. Credo che la nostra scomparsa sia percepita tale a causa di un dilagante problema di disordine di attenzione. Non sono mai stato attratto da prodotti visivi “perfetti” e corpi stereotipati. Mi annoia il bel prodotto in quanto non conforme con la possibilità di errare.. pornografico è attraente.. tutto ciò che luccica nel luogo e momento sbagliato»

[Forse ho trovato il filo rosso (difficile, no?): esporsi senza pornografia, che è sia scenario che gesto, entrambi tesi ad estrarre un significato. Spero che per lui quest’intervista non sia pornografica, lineare. Vorrei condividergli le orbite dei miei dubbi, ciò che sta dietro. Alla fine non stiamo parlando di nessuna opera, perché a me risulta un po’ difficile: cioè mi sembra che le opere di Davide ri-guardino sempre di traverso — spero gli piaccia questa formula che avevo pensato prima — e intorno a loro c’è tanta solitudine, anche se diagonale, inclinata, atmosferica, fa l’occhiolino. C’è e non c’è, come d’altronde tutto il resto, che è molto dolceamaro… Lemonade!]

BOZZA DOMANDA 4

«Lemonade (2025) è una tua serie di disegni realizzati utilizzando il succo di limone come inchiostro. Le tracce emergono riscaldando il retro del foglio — ciò che sta dietro — con una piccola fonte di calore, e ciò che si vede sono di volta in volta degli occhi cartoonizzati che ci guardano, un po’ spauriti, un po’ capricciosi, ogni tanto ammirati. L’infanzia è un tema che mi interessa molto; il modo in cui persiste come fantasma, tensione e mancanza. Che relazione c’è, nel tuo lavoro, tra spettralità, trauma e memoria?»

[Qui non immagino niente. Credo che sia importante lasciare che Davide espanda il suo gesto, se vuole. Spero mi parli di cose molto di più difficili del “pictorial turn”, come la paralisi del desiderio, il trauma della sua generazione incerta, la voglia di oltrepassare le solitudini personali e di iniziare un gioco amaro di consapevolezza, la ricerca di quel punto minuscolo in cui la tensione a sparire incontra quella a mostrarsi comunque, l’organizzazione in loop di una fuga clandestina da quelle immagini sorridenti imposte dalla socialità tardo capitalista. Non lo so, quando si parla con qualcuno le cose cambiano sempre, no?]

DOMANDA 4

PDA: «Che legame c’è per te tra trauma e memoria? Come si mette in mostra una sparizione?»

DS: «Il trauma alla fin fine è quello che forma la nostra esperienza presente, la nostra identità no? Intendevi questo? Credo si possa “sparire” da occhi disattenti con un approccio che si posiziona tra la cura e la gentilezza. Contro i capricci e la prepotenza propri di certi poteri egemonici, da certi comportamenti macisti mossi da un desiderio di possessione e infantilizzazione. Anche qui, “sparire” non è totalmente corretto, diciamo che è più che altro una posizione non convenzionale che porta a lavorare dietro le linee nemiche che nel frattempo guardano a quello che più “sposta”, a quello che più luccica in quanto rivisitazione e/o speculazione di un qualcosa che dovrebbe essere taciuto o trattato in altri modi e in altri contesti. Lavorare dietro le linee, in punta di piedi e sussurrando. E infatti poi, puff!»

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NOTA

Questa intervista difficile e un po’ goffa vuole mettersi in mostra e, allo stesso tempo, fuggire da se stessa. È una specie di fallimento produttivo, costruito sulla tensione tutta umana tra quello che si vuole dire e quello che poi, effettivamente e con un po’ di affanni calcolati, si dice. Nel mezzo, tra pensieri privati e parole pubbliche, tra il soliloquio paranoico e ingenuo dell’intervistatore, la sicurezza solitaria delle bozze e la realtà dell’intervista vera, avvenuta su una chat di Whatsapp, c’è il desiderio di un incontro e di una condivisione, ma sempre in forma di appunto incerto. Il risultato è una forma strana e spasmodica, costruita come dilatazione e rallentamento di tutte quelle pieghe invisibili che possono circondare una normale conversazione tra persone: il desiderio di arrivare, l’esitazione del rimanere, l’incertezza del cambiare, ma anche la volontà di costruire un incontro tra due solitudini, e da lì immaginare se questo stato possa diventare un metodo per sottrarsi insieme alla chiarezza di senso, alle aspettative, e nel mentre rimanere comunque sopra un foglio, esposto davanti agli occhi di chi legge.

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Piermario De Angelis