Esperire l’esperienza (corpi, codici e frequenze). “Il corpo della lingua” ART CITY 2026 / Bologna di

di 10 Marzo 2026

Premessa

Lo Special Program di Art City 2026, curato da Caterina Molteni, ha preso forma attraverso interventi installativi e performativi negli spazi dell’Università di Bologna, tra sedi storiche e complessi tecnologici di recente inaugurazione. Un racconto lineare della programmazione potrebbe seguire la cronistoria delle architetture del sapere: dai palazzi storici, in cui si sperimentavano forme di conoscenza e pensiero pre-moderni, agli edifici contemporanei dove l’esperienza umana è condivida e implementata dalle intelligenze artificiali. Tuttavia, questa impostazione cronologica rischierebbe di trasformarsi in un elogio dei saperi codificati. Per ovviare a questo pericolo, il testo che segue è impregnato di rimandi e tracce ispirate alle filosofie post-strutturaliste, fautrici di un sapere situato, relazionale e in continua trasformazione.

Nel 1986 Sandra Harding pubblica The Science Question in Feminism, un testo centrale dell’epistemologia del femminismo, in cui sostiene che la scienza è sempre socialmente situata. Con “strong objectivity”, Harding identifica un’idea di oggettività che si rafforza non negando il contesto, ma analizzando criticamente le condizioni sociali e i rapporti di potere da cui il sapere prende forma. In risposta a Harding, Donna Haraway nel 1988 scrive Situated Knowledges: The Science Question in Feminism and the Privilege of Partial Perspective in cui radicalizza la critica femminista alla neutralità scientifica: non esiste alcun punto di vista universale, ogni conoscenza è parziale, incarnata e situata.

Sembra anticipare questa concezione di corpo come dispositivo conoscitivo il lavoro di Ana Mendieta. Flower Person, Flower Body (1975) è un tentativo di amplificazione dei sensi: il video ritrae una figura dalle sembianze umane costituita da un intreccio di fiori mentre si fa cullare dall’acqua del fiume, fino a disgregarsi. Il fatto che ciò che a prima vista sembra un corpo umano sia in realtà un assemblaggio di petali e radici ribalta completamente la percezione: l’agency non risiede più nella figura, ma nel flusso dell’acqua, che guida il movimento, modella la forma e ne determina il disfacimento. Installato nella Sala della Boschereccia di Palazzo Hercolani, i cui affreschi riproducono un giardino d’inverno che doveva allietare i sensi – decisamente umani – dei riguardevoli ospiti, il celebre lavoro di Mendieta è una dedica alle culture idrocentriche. Molti anni più tardi, Astrida Neimanis, considerata una delle più influenti studiose nel campo degli studi femministi postumani e dell’ecofemminismo, scriverà: «As bodies of water, we live our wateriness always within specific currents of privilege, dispossession and power which seek to choreograph our movements through the watery world. But as bodies of water, we also puddle and pool. We seek confluence. We leak, we flow. We owe our own bodies of water to others, in both dribbles and deluges» (Bodies of Water: Posthuman Feminist Phenomenology, 2017).

Esperire attraverso i corpi significa dunque riconoscere che ogni conoscenza emerge da questa materialità incarnata, che eccede e trasforma le norme che la attraversano. Anche il concetto di embodiment va rimesso in discussione perché portatore di un retaggio dualistico cartesiano che priva di agency la materia. Piuttosto – suggerisce Elizabeth Grosz in Volatile Bodies: Toward a Corporeal Feminism (1994) – il corpo va inteso come una serie di superfici, energie e forze, una serie discontinua di processi, organi, flussi e materia.
Rejoin di Alexandra Pirici sembra la materializzazione di queste parole. La performance site-specific, immaginata e realizzata presso il Teatro Anatomico della Biblioteca dell’Archiginnasio, si configura come partitura coreografica per corpi e voci non esclusivamente umane. La prima scena ritrae il corpo della performer disteso sul tavolo delle dissezioni, in una posa plastica vagamente sensuale. L’ispirazione è di carattere anatomico: Pirici replica la posa della Venerina, un modellino di cera di inizio XIX secolo che rappresenta il corpo di una giovane donna agonizzante. Mentre spettatori e spettatrici si siedono, con l’illusione di contemplare il suo corpo immobile sul tavolo di marmo, la performer apre gli occhi. Sembra che all’improvviso ogni parte del suo corpo si riempia di energia e vitalità, un’agentività che supera il dominio dell’umano. Quasi un incantamento. (Nota: il Teatro Anatomico, come costruzione simbolica di un mondo pre-moderno, è un luogo in cui è ancora possibile sperimentare forme di incantamento – possibilità definitivamente sottratta al nostro tempo). Pirici, che già in Terraform (2021) aveva lavorato su coreografie e immaginari più-che-umani, segue questo intreccio di forme di meraviglia: prima replica il canto di un uccello e poi interagisce con il pubblico attraverso un linguaggio computazionale. Come a sancire il superamento del dualismo tra vita e non-vita nel luogo esatto in cui veniva ‘scoperta’ la morte, al centro della sala è installata una scultura di vetro e acciaio che ospita esistenze chimiche e vegetali.

È la stessa caoticità interspecie a caratterizzare il lavoro di Jenna Sutela. Nel video nimiia cétiï (2018), un computer analizza riprese microscopiche di batteri estremofili, organismi in grado di vivere in ambienti estremi, con condizioni che si avvicinano o superano i limiti di adattamento della vita conosciuta. Interpretando i movimenti del Bacillus subtilis, il sistema elabora uno script visivo che replica i caratteri di una calligrafia enigmatica. Ogni fotogramma viene poi tradotto in un frammento sonoro: il risultato è una traccia audio dal significato incomprensibile. Installato in uno dei laboratori del Centro Laboratori Didattica Chimica del Distretto del Navile, il lavoro di Sutela sembra quasi un tributo alle più recenti scoperte della biologia o dell’informatica. In realtà il glitch si manifesta nel momento in cui capiamo che il linguaggio generato non è casuale ma trasmesso in una lingua aliena, indecifrabile. nimiia cétiï fa tornare in mente la nozione di cosmogonie proposta da Isabelle Stengers, intese non come racconti sulle origini, ma come pratiche capaci di produrre nuove realtà condivise (Cosmopolitiche, 2005). Come suggerisce Stengers, prendere sul serio altre forme di vita e di pensiero significa riconoscere la pluralità dei mondi e la necessità di coesistenza di sistemi ontologicamente diversi. In questo contesto, l’opera di Sutela può essere letta come una sorta di cosmogonia contemporanea, che attiva processi di produzione di mondo attraverso l’incontro tra materiale biologico, algoritmico e percezione umana, offrendo uno spazio di negoziazione tra esistenza eterogenee.

Ispirata al flusso costante di informazioni che struttura la contemporaneità, la ricerca artistica di Nora Turato indaga la natura prelinguistica, materiale e corporea del linguaggio. In To the Best of My Knowledge, un intervento ambientale e performativo realizzato per l’Aula Magna della Biblioteca Universitaria, l’artista si concentra sulla pratica del grounding (toccare terra). In uno spazio in cui il sapere è rappresentato da trattati scientifici o filosofici e altri scritti di difficile comprensione, l’azione di toccare terra si rivela come un invito a praticare altre modalità di conoscenza. Il battito ripetuto dei piedi sul pavimento scandisce il ritmo della performance. Turato trae ispirazione da Giambattista Vico, esplorando un linguaggio pre-verbale che si collega alla dimensione immaginativa e simbolica di quella che il filosofo definisce “età degli dei”, un tempo remoto in cui il pensiero era ancora immerso in forme simboliche e religiose, non razionali. È interessante riflettere sulla crasi temporale che si crea tra questa forma di conoscenza veicolata attraverso l’esperienza del corpo e il modello di grounding adottato nell’ambito di machine learning. In questo settore con grounding si intende il collegamento tra parole o simboli e dati concreti del mondo reale. Il lavoro di Turato rappresenta un tentativo efficace di confrontarsi con una delle domande che più hanno attraversato le arti performative, in particolare quelle profondamente influenzate dalle correnti neo-materialiste: come può il corpo farsi archivio vivente, luogo di iscrizione e trasmissione delle memorie oltre il linguaggio?

La stessa fascinazione per il linguaggio e la fonazione è al centro di PITCH. Notes on Vocal Intonation di giulia deval. Il lavoro, ideato come lecture performance e poi trasformato in video essay, si configura come un’indagine critica sulle politiche della voce. Adottando come riferimento teorico il saggio The Gender of Sound di Anne Carson (2025), in cui l’autrice esplora come genere e potere siano iscritti nella voce, deval analizza il ruolo dell’intonazione, e in particolare l’uso dei toni acuti e gravi, nella costruzione di gerarchie sonore. Presentato nell’Aula Alessandro Ghigi dell’ex Istituto di Zoologia, il progetto si muove tra diversi livelli di ambiguità. Il formato della lezione è una prima spia: cosa significa insegnare? Quali forme di autorità sono implicate? L’insegnamento è ancora contagiato da retaggi culturali di culture patriarcali? Come si risale dai creatori di conoscenza agli elementi non umani che hanno costituito il loro pensiero e il loro discorso?1 Ci poniamo queste domande mentre siamo seduti in un’aula a gradoni in stile déco – non proprio il primo spazio che ci viene in mente quando pensiamo a quelle che siamo abituate a definire modalità orizzontali di condivisione dei saperi. Come studio sui comportamenti animali, la lecture di deval adotta una serie di espedienti – diapositive, estratti testuali e lavagne luminose – che ne dovrebbero accertare la rilevanza scientifica. In realtà dettagli stranianti, se non paradossali e ironici, svelano la messinscena: sotto la patina di una ricerca evoluzionistica volta a dimostrare come la fonazione sia stata un elemento fondamentale per uccelli e mammiferi per comunicare le proprie dimensioni, l’intenzione dell’artista è ‘dimostrare’ il meccanismo innato che ci porterebbe ad associare i toni acuti e gravi a rispettive forme di autorità o devianza, trasgressione o anomalia. Le maschere animalesche allineate sulla cattedra sanciscono il paradosso.

Un linguaggio ancora più provocatorio, carnevalesco e farsesco caratterizza il lavoro di Mike Kelley. Day Is Done (2005-2006) è una raccolta di 31 cortometraggi musicali ispirati alle attività extracurricolari, ovvero tutte quelle pratiche, workshop e laboratori che si svolgono oltre l’orario delle lezioni. La riflessione di Kelley su come le architetture modellino i corpi e modifichino i movimenti erano iniziate già dieci anni prima con Educational Complex (1995), un plastico da tavolo che – assumendo la forma di un edificio modernista – aggiornava il carceral complex foucaultiano in chiave scolastica ed educativa. Presentato all’interno dell’atrio dell’ex Facoltà di Ingegneria di Bologna – rigoroso esempio di architettura razionalista italiana – Day Is Done invita a porre attenzione alle imposizioni strutturali e alle modalità non verbali di trasmissione dei saperi. Questa analisi non rappresenta solo uno strumento per analizzare l’identità culturale degli Stati Uniti ma svela come l’ideologia prolifichi e si accresca attraverso qualsiasi dispositivo abbia a disposizione.
Il film riproduce episodi estratti da fotografie recuperate da archivi e annuari scolastici, sovrapposte e riorganizzate in modalità completamente arbitrarie. Il risultato è una fiction carnevalesca animata da ballerine, vampiri, teppisti e animali che si aggirano nei corridoi di una scuola immaginaria.

Epilogo

“La lingua non è, secondo una dottrina stantia che l’Occidente non si stanca di ripetere, segno di un concetto della mente: è prima di tutto un corpo che si vede, si sente e si tocca – un corpo che, come quello dei giganti, ha una sua fisiologia e una sua anatomia, unghie e talloni, natiche e ventre, nervi e ascelle” scrive Agamben in Il corpo della lingua (Einaudi, 2024). Seguendo la narrazione più-che-umana adottata nel testo, i lavori in mostra suggeriscono che la forma più corretta per rappresentare questo corpo sia quello di una creatura-compost-frankenstein fatta di pelle, materia inorganica, sequenze di microdata, tracce di codice e relitti di linguaggi ibridi, frequenze sonore distorte e peluria animale.

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Francesca Schinzani