Prologo
Questo testo si scrive a fatica in un momento in cui l’auto proclamato “ordine” del mondo agisce con violenza su diversi fronti, mettendo a ferro e fuoco e manipolando la verità, il pensiero si divide tra Teheran, Gaza e altri luoghi, dentro il silenzio s’incanala la rabbia, e l’unico argomento plausibile si dispiega tra lotta e memoria (Roma, 14 gennaio 2026).
La materia che attraversa questa mostra è multiforme, se vogliamo metamorfica, ma sicuramente ha a che fare col fuoco, nel senso che ne viene forgiata come se fosse pietra lavica infuocata, pronta per diventare altro, o più modestamente è quello che resta ad ardere in un braciere, che lì continua comunque a riscaldare e a illuminare. La materia di questa mostra è solida e stratificata come una montagna rocciosa, e contiene una geografia liquida che sulle correnti naviga e via terra si espande, in un tempo per cui le definizioni di presente, passato e futuro non le rendono giustizia, perché questo tempo davvero si tiene sull’eccezionalità del quotidiano, batte al ritmo di un lamento, con i piedi ben saldati per terra, vibrante e pieno come il suono che produce una mano su un tamburello, è un’eco vischiosa attaccata alla terra che da lì informa l’odore dell’aria, e la luce che determina il modo in cui l’occhio ne percepisce i colori. Accade tutto attorno allo stesso mare, immagini e nomi raccolgono indizi degli accadimenti, tengono le fila, intessendo le narrazioni, nel rimbombo del racconto dell’abitare un tempo sotto assedio, come a tracciare un senso d’appartenenza che per forza di cose s’è fatto insistenza. Per noi che questa mostra la attraversiamo, lasciamo che la nostra postura di conseguenza s’adegui.
La materia di questa mostra è deliberatamente, dichiaratamente compilata contro la cancellazione, e nel braciere rimane accesa per accogliere e illuminare tutti coloro che si raccoglieranno ad ascoltare, come generativo tizzone s’intende e s’appresta a registrare ciò che sotto la cenere continua ad ardere, presentando anche ciò che non c’è più. Il museo che le contiene non parla al passato ma al presente, benché come già menzionato, il presente orizzonte necessita del passato per arrivare al futuro, imprescindibili l’uno dall’altro. Nella mostra curata da Sara Alberani per la Fondazione Brescia Musei, presso la sede di Santa Giulia, intitolata “Material for an Exhibition. Storie, memorie e lotte dalla Palestina e dal Mediterraneo”, i lavori di Haig Aivazian, Mohammed Al-Hawajri, Dina Mattar, e Emily Jacir compongono questa materia, di luce, di voce, lucida presenza nel prima e nel durante per un dopo – e qui l’istituzione si prende la briga (e vorrei sottolineare che in questo presente non è per niente scontato) di dare spazio alla materia di una storia da tramandare ai posteri, colore che vibra, piede che tiene il tempo e mentre lo fa massaggia la terra, si pianta e getta radici, mentre il suo respiro contagioso attraversa il mare. Noi che questa mostra la attraversiamo, siamo convocate al nostro sentire.
A voler riferire cosa si vede mentre la si attraversa, non saprei da dove cominciare, se dall’inizio o andare a ritroso, provando a parlare d’una materia che vibra, e se la si osserva attentamente essa risulta cangiante, incandescente di dettagli, sensibile agli spostamenti d’aria, accesa e inestinguibile. A volerla toccare questa materia di sicuro ci si ritroverà cambiate, perché la sua valenza resta a testimonianza di un’ostinazione che rimane orizzonte condiviso di tante lotte che s’intersecano, “bussola morale” e ora sinonimo di giustizia, perché, parafrasando il poeta Mahmoud Darwish, fino a che la Palestina non riscoprirà il suo nome tutti i pensieri (anche i nostri) verranno trasformati in pietre. Di che cosa è fatta allora questa materia ardente? Emerge, di primo impatto proprio sopravvivendo, riesumata dalle macerie, come le opere pittoriche di Dina Mattar e Mohammed Al-Hawajri, segnate dalle contingenze perché salvate dalla galleria gazawi Eltiqa Group for Contemporary Art. Fondata nel 2000 da un collettivo di artist3, la galleria è diventata nel tempo centro nevralgico della produzione artistica di diverse generazioni, ed è stata distrutta dall’esercito israeliano nel dicembre 2023. In mostra un video registra il momento del recupero, mentre si decide cosa sacrificare e cosa portarsi dietro, la materia motrice di una scena diventa allora traccia di una storia, vitale nel suo retaggio, essenziale nella sua urgenza, perché per i quadri è passata la loro ricerca formale soffermandosi sui loro ricordi, paesaggi emotivi e reali, lignaggi e provenienza, e contenendo paure e rabbia quando la vita mondana viene interrotta e violata. In questa materia, è la terra a raccontare se stessa, a reclamare la sua appartenenza nel linguaggio di chi ne parla, è la terra che s’attacca alla vita e diventa colore, tratto, pennellata, paesaggio, per rimanere fissata negli occhi di chi la guarda, affinché noi si resti vigili e veglie. Maryam (di Al-Hawajri) all’ingresso ci rimane impressa, e si susseguono tutte le immagini che in questi due anni ci hanno attraversato senza sosta, e che ritroviamo condensate nel grande dipinto/murales Our Burdens Are on Our Journey (2024-25) di Mattar, che dice «se la tela fosse stata più grande avrei continuato all’infinito». Forse se questa materia ci ha scottate abbastanza, con il suo spunto riusciamo anche a continuare noi.
La materia di studio del lavoro di Haig Aivazian si muove sulla memoria, va avanti e indietro, lampeggia, baluginio della storia della luce artificiale, mezzo di controllo sul caos del buio, e da sempre gioco di potere al margine. All of Your Stars are but Dust on My Shoes (2021) è materia luminosa che balenando imprime la retina, e come suggerito dal titolo, sottilmente si fa scherno della mania del controllo mettendo in luce l’utilizzo coercitivo dell’illuminazione pubblica e privata, blackout e coprifuochi, per sorveglianza o distrazione, intrattenimento e sensori di movimento, questa materia lampa davanti ai nostri occhi come una sirena, come un faro rivela che la tecnologia ha subdole intenzioni, e spesso si schiera con chi tiene il coltello dalla parte del manico. Il buio in questa materia diventa desiderabile, per non farsi trovare, schedare – di nuovo spazio liminale, buco nero verso un’altra dimensione del reale, tempo di vantaggio su un becero illuminismo razionale, opacità rivendicata come auspicio e diritto, o fuoco d’artificio che volando basso s’accende a occultare la visione ai celerini. Una materia che si compie nel gesto di lanciare palline di magnesio su una griglia disegnata sulla parete limitrofa, in 1440 Couchers de soleil par 24 heures (1440 tramonti in 24 ore, 2017-2021), fa la conta il titolo, e rimane il movimento spettrale che si ricompie puntualmente al passaggio di ognuna.
Subito dopo ci aspetta una reliquia, una materia che contiene un tempo troppo intenso per essere definita, perché in questo braciere c’è anche la cenere che ci tiene vive e sveglie di fronte alla morte, prefiche astanti e portavoce, lì testarde a mantenere vivi i desideri di un altro. La materia che tiene insieme la storia tutta, nel fiato che toglie, è la copia de Le mille e una notte appartenuta al poeta palestinese Wael Zuaiter, ucciso a Roma dal Mossad il 16 ottobre 1972. Come i dipinti di Mattar e Al-Hawajri anche questo libro è sopravvissuto all’arma da fuoco, alla distruzione artificiale, è rimasto a raccontare, a testimoniare che Wael Zuaiter voleva tradurre il libro dall’arabo all’italiano, intenzione rimasta finora incompiuta. Allora Emily Jacir, con Material for a Film (2005–in corso, lavoro da cui è tratto il titolo della mostra), ossessivamente ripercorre l’evento diventando lei stessa l’arma da fuoco che ha ucciso, e spara allo stesso libro mille volte, per scongiurare quell’assassinio, piangere il martire e costruirgli un mausoleo che racconti mille e infinite volte la stessa storia da capo.
Più avanti Jacir ripercorre la materia della città che abita con un tributo al selciato, monumento alla solo apparente banalità di una passeggiata per Roma, in realtà archivo materialista di un laborioso operato, che con un certo senso di gratitudine diventa «diario dei suoi percorsi».1 La mia Roma (omaggio ai sampietrini) è mera materia appoggiata su un tavolo, dalla quale emerge pure un attaccamento e la sua dimostrazione, che acquista consistenza all’insistenza del gesto, di rimuovere la pietra per studiarla, riprodurla per poi ricollocarla lì sotto i propri passi, o forse per vedere se sotto la pavimentazione c’è davvero la spiaggia. Se anche questa materia tiene il conto, la materia nella stanza successiva ascolta, tende l’orecchio ai dettagli, come se la terra potesse parlare, appunto, attraverso la voce di chi la terra la abita, e talvolta è costretta a lasciarla. In un certo senso il lavoro di Jacir si ostina a tornare, stavolta a ritroso nel tempo e tra luoghi diversi, nell’installazione video We Ate the Wind (2023), in cui la materia prima è la migrazione, ma ancora con un certo attaccamento di chi deve ma non necessariamente vuole, una ricerca delle eco tra le montagne e le terre dei santi, dove canti, danze e ritmi risuonano, perché forse si muovono sulla stessa brezza che il mare attraversa, colmando distanze, sovrapponendo paesaggi. Forse questo è il lavoro che concettualmente tiene insieme tutta questa materia che parla al passato, dal presente racconta tutto quello che ne è stato. Questa materia scopre a sua volta i vari modi di sentire del corpo, coi piedi, col fiato, si muove a ritmo frenetico per restare dov’è col pensiero, non doversene andare, come dice il titolo, non doversi mai lasciare la voce del vento alle spalle. A noi che assistiamo ci contagia con il batticuore.
Nell’ultima stanza la materia si condensa in memoria, raccoglie tutti i nomi e li menziona, per non dimenticarli, per continuare a ripeterli, contarli sempre da capo: Memorial to 418 Palestinian Villages which Were Destroyed, Depopulated and Occupied by Israel in 1948 (2001) – lo stesso titolo nomina numero, responsabili e anno, non lascia niente in sospeso, perché questa materia necessita presenza nella precisione, contro la rimozione, la terra ricorda i suoi luoghi attraverso la memoria di chi c’era, la sua lingua e la sua espressione. Si tiene questa materia guardando al futuro, come una promessa si annota, e s’imprime sulle conseguenze del fatto compiuto, s’impegna a non dimenticare, insistenza collettiva che mentre ricama condivide storie e parla al plurale, materia che nasce dalla memoria e alla memoria torna, come magma che erutta sott’acqua e diventa roccia, cambiando la morfologia del fondale – ecco come un pensiero si trasforma in pietra. Se questa materia si fonda proprio su questa memoria, rimane, ritorna, e continuamente ricostruisce, solida si staglia sull’orizzonte collettivo di femminismi, ecologie e lotte intersezionali, perseverante sogna e s’ostina a immaginare il giorno della liberazione della Palestina e tutte le altre al suo fianco.



