Il mare in Brianza. Una conversazione con Vashish Soobah di

di 2 Marzo 2026

Della conversazione con Vashish Soobah mi rimane un’immagine: sua madre – emigrata da Mauritius a Catania e infine in un piccolo paese in Brianza – che prega sul suo balcone. La preghiera, documentata per l’opera All of her Oceans (2021), richiede per compiersi il ritmo del mare. Affacciata sulla provincia, la donna agita una bacinella d’acqua per riprodurre il suono delle onde.

Parlando della propria pratica e del proprio vissuto – profondamente interconnessi – Vashish descrive la propria madre come un portale: non solo la guida spirituale che lo ricollega alle proprie radici, che gli insegna preghiere canzoni, ma un tramite che permette di leggere la stratificazione della diaspora attraverso un canale intimo, solo apparentemente delimitato.

Parlando della propria pratica e del proprio vissuto, Vashish ripercorre una stratificazione di migrazioni e pendolarismi, le origini mauriziane trapiantate in Sicilia, la vita di giovane adulto costruita tra Milano e la Brianza, la parentesi londinese che incide così profondamente sulla comprensione del suo essere artista e uomo brown: la diaspora mauriziana in Inghilterra è iniziata molto prima che in Italia ed è quindi oggi molto più radicata – mi spiega – una comunità di quelle dimensioni è impensabile in Italia.

Mauritius, isola africana poco distante dal Madagascar, è infatti prima colonia francese poi conquistata dall’impero britannico, che popola i campi da zucchero di lavoratori africani e indiani, plasmando un’identità multiforme e profondamente influenzata dalla spiritualità indù. E la produzione di Vashish, che sia in forma di appunti, registrazioni, video o fotografie, nient’altro è che il raccontare come la spirale di questa storia si incarna in quella di una vita singolare, una visione privilegiata attraverso il portale-madre, avanti e indietro, come attraverso lo spiraglio di una porta: con la stessa meraviglia.

Avanti e indietro e ancora avanti: Milano – Londra – Mauritius, come in Aum Avec La Famille Dans Lakaz (2019), video realizzato per la Goldsmith University dove ho capito che il mio linguaggio è il documentario, dice: un video che accompagna in una temporalità non lineare tra le tre case dell’artista, unificate dalla onnipresenza di un altro/oltre che non è sopra, ma di fianco. Domestico come la statua della divinità dolcemente agghindata dalle mani della madre dell’artista.

Aum Avec La Famille si impernia sulla benedizione del piccolo appartamento londinese. Un processo che, mi spiega Vashish, si compie attraverso l’aspersione dell’acqua dell’oceano natio, considerato una divinità. L’acqua viene raccolta in bottiglie di plastica e trasportata nei bagagli che accompagnano la diaspora: siamo fisicamente portatori d’acqua, mi dice.

L’impressione, che di nuovo prende corpo e pervade tutta la produzione di Soobah, è che il grandissimo, perfino il sacro, possa farsi minuscolo, concreto. Possa addomesticarsi o perlomeno permetterci di trasportarlo, tenerlo vicino, stratificarlo, farlo nostro, raccontarlo.

Così anche la canna da zucchero – simbolo della storia coloniale di Mauritius – continua a manifestarsi, prima come presenza quasi totemica nella conversazione con la nonna (capostipite della conoscenza matrilineare), in Mandir Capitolo II (2022), poi pianta fisica, tagliata in pezzi (occhi), e trapiantata sullo stesso balcone su cui si infrange il mare in Brianza: dove la metti? Hai spazio? Chiede nanì.

Ed è forse nel perimetro del balcone che si risolve questa dicotomia tra geopolitico e sentimentale, intimo e collettivo. Dare strumenti sentimentali per navigare la diaspora, accompagnare la visione: gli occhi della canna da zucchero. Così si pacifica, forse, anche l’attrito tra ciò che è inevitabilmente vissuto, impregnato di ricordi di infanzia, di canzoni – come la rotta migratoria raccontata da Perles Fanné Par Tous, composta ricucendo i canti cantati portati in eredità dai genitori – e ciò che è teorico, deve essere mentalmente compreso. Cosa significa avere la tua storia, abitare il tuo corpo, vestire la tua pelle. Un processo che non trova una spiegazione nelle parole ma piuttosto nelle immagini, che sembrano i filmati domestici, ma di una famiglia immensa. Collettiva.

Così anche i testi che li accompagnano non sono lineari, piuttosto poetici:

The time will come
when, with elation
you will greet yourself arriving
at your own door, in your own mirror
and each will smile at the other’s welcome,

and say, sit here. Eat.
You will love again the stranger who was yourself.
[…]

Le parole di Derek Walcott, che fungono da apparato teorico di più di un’opera, risuonano non solo perché in qualche modo ugualmente concentriche, ma anche ugualmente stratificate. La lingua caraibica di Walcott, così come quella mauriziana, è creola – ibrida, la definisce Vashish. Una lingua, cioè, figlia illegittima delle lingue dei colonizzatori e quelle dei colonizzati. Un impasto che lentamente si struttura in grammatica, capace di declinare in versi i suoni che un tempo raccontavano la sua oppressione, e ora invece fanno poesia, parlano d’amore, di libertà, ballano sui ritmi della musica Shatta – sottogenere della dance hall, appartenente alla famiglia creola martinicana che pure, dice l’artista, mi fa sentire a casa.

Della conversazione con Vashish, mi rimangono immagini e domande: Che posto ha l’infinitamente piccolo nell’infinitamente grande?
Può una storia del singolo raccontare la storia di tutti? La diaspora passata raccontare la stratificazione di migrazione e pendolarismi che compongono l’identità presente?
Come si trova il mare in Brianza? E come si racconta il paese in cui si è nati con i piedi in quello in cui si è cresciuti?

In Chez moi – installazione site specific realizzata per Platea che ha coinvolto anche il bar limitrofo allo spazio espositivo – i due paesi, Mauritius e Italia, diventano forme identificate nelle nuvole, con un’operazione di riscrittura di senso che di nuovo porta più l’immediatezza e la meraviglia dell’infanzia che l’accusa della nostalgia. Chez moi, da me, a casa mia – mi racconta Vashish – è il posto da cui si possono guardare le nuvole.

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Valentina Avanzini