Ever Astudillo: Latin Fire con un contributo di Virgilio Villoresi Velo Project / Milano di

di 15 Maggio 2026

Quando l’insistenza fa accadere le cose, e il fare ripetuto diventa disciplina ma soprattutto pratica, c’è sempre qualcosa che mi smuove. L’esatto momento in cui un’abitudine diviene “tic” del pensiero o modo di fare. Provo forte ammirazione e tanta invidia per chi riesce in questa trasformazione. La trovo una forma di intelligenza, perché l’intenzione non è quella di esporsi e quindi parlare e ancora aggiungere, ma è quella di agire in silenzio tramite una produzione propria, uno studio personale, un modo di guardare l’ossessione da vicino senza mai annoiarsi. È questo quello che più mi affascina per esempio della figura dell’artigiano: la scrupolosa disciplina che informa la materia fino al suo rilascio. Mi interessa quando una pratica artistica smette di appartenere soltanto a sé stessa e comincia invece a sconfinare, come fa l’architetto quando usa la fotografia per pensare, o lo scrittore che attraversa la parola per osservare, taccuini erranti e scritture peregrinanti. Forse è proprio lì che nasce un pensiero, nel sovraccarico del gesto ripetuto, nella fatica della reiterazione, nella frizione continua tra materiali incoerenti e refrattari tra loro.
Il lavoro di Ever Astudillo – presentato nella mostra “Ever Astudillo: Latin Fire con un intervento di Virgilio Villoresi” da Velo Project – possiede per me questa qualità poetica del prendere appunti sul mondo. Qui il disegno si deposita sulla fotografia e la fotografia riaffiora dal disegno come reperto notturno. Le immagini sono quelle di un artigiano ostinato poiché sembrano consumarsi e rigenerarsi a vicenda, nel sovraccarico del fare continuo, in quella specie di deriva calcolata dove i linguaggi non si chiariscono ma complicano il loro rapporto sfregandosi l’uno contro l’altro.
Cresciuto nel quartiere popolare di Saavedra Galindo della città di Cali, Astudillo sviluppa un profondo studio sul paesaggio notturno della città, trascorrendo il tempo tra sale da ballo, cinema e teatri di quartiere. Proprio il cinema diventa per lui una fondamentale educazione dello sguardo e uno spazio di evasione, soprattutto attraverso l’influenza dei film messicani, con il loro universo fatto di melodramma, musica, lottatori e danzatori di rumba. Untitled (Exito Teatral), Untitled (Interior Exterior 6) e Untitled (Barrio San Nicolas) sono fotografie in bianco e nero scattate tra gli anni Settanta e Ottanta costruite con composizioni essenziali e rigorose, nelle quali il paesaggio urbano assume una doppia valenza, diventando al tempo stesso documento della realtà contemporanea e territorio aperto della sua indagine visiva. Sono immagini disciplinate da un certo ritmo che culla lo sguardo attraverso un preciso uso dell’inquadratura. Figure anonime e silenziose attraversano la città di Cali e come ombre riflettono diverse tensioni, in particolare la serie Interior-Exterior, dove il rapporto tra individuo e ambiente urbano diventa centrale: da una parte l’essere umano confinato nella propria quotidianità, dall’altra la città, aperta e indefinita, spesso oscura, ma anche luogo di possibilità. Alla precisione documentaria del lavoro di Astudillo si intrecciano atmosfere enigmatiche e visionarie. In dialogo con questa dimensione, l’intervento di Virginio Villoresi, regista e artista visivo che unisce cinema e animazione, approfondisce l’aspetto psicologico e onirico dei personaggi. Le due sculture presenti in mostra: Anemofonia (2026) e Anemoritratto (2026), riprendono i soggetti di Astudillo in Untitled (Interior Exterior 3) (1970–80), Untitled (n.d.) e funzionano come dispositivi cinetici assemblati e composti da mobili vintage che conferiscono nuova vitalità ai soggetti dell’artista colombiano: figure in trasformazione che nella modalità flip-book si dissolvono all’infinito in un continuo movimento di forme e ombre.

Queste animazioni, composte da 32 frame, figurano come due eleganti macchine artigianali che si scoprono lentamente in mostra. Guardandole, si ha la sensazione di entrare dentro uno spazio che non esiste, una stanza in grado di produrre animazioni e immaginari preziosi che vorresti quasi portarti a casa. Lo stretto dialogo tra i due artisti in “Latin Fire” è sospeso e dominato da una tensione silenziosa e da una percezione del tempo rarefatta. Entrambi si collocano in uno spazio ambiguo tra realtà e dimensione onirica, dove il quotidiano incorpora un tempo contemplativo. Anche l’impianto estetico come le insegne luminose, le architetture urbane e i dettagli visivi contribuisce a ricordare elementi iconografici di tutto il Novecento. Questi elementi agiscono non soltanto come sostanze formali, ma come strumenti affettivi tramite cui evocare stati legati all’attesa, richiamando distanza e sospensione, come a suggerire un altro tempo che si dispiega nella dimensione notturna. I due lavori seppur in modo diverso configurano la notte come uno spazio autonomo e generativo, dotato di proprie atmosfere, estetiche, forme di socialità e implicazioni politiche. La notte diventa così il luogo della lentezza, della dérive e della meraviglia, in cui l’esperienza culturale si sviluppa meno come consumo e più come incontro. Nella città notturna, il simbolico e l’emotivo permeano le attività sociali, culturali ed economiche, contribuendo alla costruzione di memorie individuali e collettive. Il paesaggio notturno assume infatti una rilevanza significativa anche dal punto di vista della democratizzazione culturale, configurandosi come spazio eterotopico – con proprie regole e proprie gerarchie – come nella città di Cali, quando vagando si incontra qualcuno.

«Il senso del cruising […] è sentirsi soli e anonimi nella città, sentire che la città ti appartiene, a te e forse a qualcun altro incontrato per caso, qualcuno come te – come te almeno nella città vuota. C’è per caso qualcun altro che vaga per queste strade? Può quella persona essere in cerca di qualcuno? […] Può la città diventare solo nostra, per questo momento?1»

La fotografia Untitled (El País), che apre la serie con la scritta «El País: un gran diario para una gran ciudad», sembra infine riportare il lavoro di Ever Astudillo a quella dimensione del fare evocata all’inizio: una pratica lenta, ostinata e quasi artigianale dello sguardo. Come l’artigiano che ripete un gesto fino a trasformarlo in linguaggio formale, anche Astudillo attraversa la città con la stessa disciplina restando dentro le cose abbastanza a lungo da lasciarle parlare, fino a sera, fino a che non si è fatto tardi.

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Chiara Belardi