Una perla pende da un orecchio (N67, 2026). Non so di chi è l’orecchio, non so di chi è la perla. Una fetta di pane con burro o formaggio spalmabile (N52, 2026), non so se formaggio o burro, ma ricordo di averne già visto uno simile. Lì però c’era un morso e non il coltello, e sopra il pane della marmellata rossa, forse di fragole. Forse era su Instagram? Effettivamente sono capitato più volte sul profilo di Maddalena Pamio di recente. Non la conoscevo prima, il mio algoritmo ha suggerito bene. O forse era a Bologna la prima volta che ho visto il suo lavoro dal vivo, durante ArteFiera, dentro lo stanzino dello stand di Sara Zanin. C’era agitazione in fiera, occhi e piedi ovunque, chiasso forte. Lo stanzino era più buio del resto dello stand, sembrava quasi una cantina, e questo –che descritto così sembra uno svantaggio– in realtà ha regalato a quel primo incontro qualcosa di sospeso. Ho subito pensato che quei lavori li avrei tenuti un po’ con me. Nel fondo dei mille impegni, infatti, ogni tanto mi piace ritornare a guardare quelle immagini polverose. Questo non rende certamente la pittura di Pamio antiquata, anzi tutto l’opposto; la trascina in un tempo espanso, quadrimensionale, dove le cose esistono non solo nella loro conformazione fisica, ma anche sentimentale. Come prolungamenti emotivi, sembrano cedere la dimensione pittorica a una forma-contenitore quasi scultorea. Scatoline che non rivelano subito il loro contenuto.
Ho percepito la stessa sensazione entrando in “Promessa e Nostalgia” –la sua prima personale presso z2o project di Sara Zanin a cura di Ilaria Gianni–, a Roma. In mostra, i lavori sembrano agire come fori dentro i muri. Da lontano, il giorno dell’opening (forse anche perché non ci vedo molto bene), quei piccoli formati spessi, sembravano incavati più che sporgenti. Contro-rilievi incassati a ritmi e altezze differenti nel perimetro della galleria.
Ciliegie tenute tra le dita (N40, 2026), gli occhi di un’adolescente che spuntano da un abbraccio con un gatto (Ragazza con gatto, 2026), una appetitosa e tetra torta sorvegliata (Torta, 2026), una saponetta (N55, 2026) e delle conchiglie su sfondo rosso (N61, 2026). Non ho voluto chiedere a Maddalena da dove arrivano quelle immagini e cosa le accomuna. Forse non ha neanche troppo senso saperlo. Sarebbe come scoprire da dove vengono i modi tanto delicati di una persona che non conosciamo bene. È una questione di abitudine, e la pittura di Pamio in questo si rivela più che umana, lasciando molto spazio a una dialettica della confidenza, che si crea guardando le sue immagini. La sua pittura è, infatti, soprattutto una questione di tempo. Una soglia dove non si capisce se le cose sono accadute, accadranno o stanno accadendo in quell’esatto momento.
L’unica cosa di cui abbiamo parlato con Maddalena (riguardo il suo lavoro), è come la sua pratica pittorica, essendosi formata in Veneto, parte dalla pittura e non dal disegno; e gira intorno alla costruzione delle immagini attraverso la sedimentazione di strati che non seguono alcun binario grafico. Le sue immagini esistono in quella stessa pellicola superficiale dove la pittura si mescola a temporalità complesse: in quello strano e viscoso senso di vita che ti si appiccica addosso e non ti abbandona fino a che non fai un passo indietro e volti lo sguardo. Guardandole ci si abbandona. Lo spazio della galleria fa una capriola su se stesso e, in quel capitombolo, a volte anche un po’ goffo (le persone sono tozze, le mani sembrano guanti e il resto sembra fuori fuoco) tutto intorno perde la sua conformazione e diventa una caccia al tesoro di momenti e ricordi. Allora le due ciliegie, il coniglio (vero, finto? Non è importante), la fetta di pane sulla tovaglia e quel gruppo di ragazzi dallo stile preraffaellita (Presagio, 2026), diventano pozzanghere dove «promessa e nostalgia» si incontrano e ci invitano a fare un salto dentro a quell’acqua grigia e specchiata, rompendo l’immagine che si riflette.
Dunque, “Promessa e Nostalgia” è iniziata a giugno e mi auguro finirà a settembre, per omaggiare –dai versi di Patrizia Cavalli– quel lasso di tempo dove le cose accadono e poi saranno accadute. E noi, saremo persone diverse.












