Nella pratica di Cecilia Vicuña una mostra e le sue opere vivono nel susseguirsi di momenti condivisi prima, durante e oltre il tempo espositivo. Prima che “El glaciar ido” prendesse forma nella Manica Lunga del Castello di Rivoli vi è stata una richiesta alla montagna, ai piedi del Monte Bianco. Il gesto—generosamente raccontato da Marcella Beccaria, curatrice della mostra—si inserisce in una costellazione di atti effimeri e difficilmente registrabili, quali rituali, canti, passeggiate e raccolte di materiali; alcuni partecipati, altri più intimi. Sono azioni che impregnano e permeano la mostra al Castello di Rivoli e la pratica dell’artista in generale, da sempre sensibile alle relazioni.
Quando Vicuña iniziò a realizzare i suoi primi Quipus a metà degli anni Sessanta, questi erano volti a celebrare forme di connessione tra piante, animali, persone ed ecosistemi, protestando al contempo con eloquenza contro i governi e le strutture che distruggono o sovrastano tali legami. Cresciuta in quello che un tempo era un tranquillo villaggio nella periferia di Santiago, in Cile, da giovane Vicuña assistette e sostenne l’elezione del partito socialista di Salvador Allende. Si trovava a Londra quando il breve regno del partito fu stroncato da un colpo di stato guidato dal generale Augusto Pinochet. Diventò così improvvisamente esule e continuò gli studi nel Regno Unito, trasferendosi poi in Colombia e infine negli Stati Uniti, dove oggi ancora vive. La sua storia personale è diventata un imperativo all’interno di una narrazione più ampia, che incorpora le nozioni indigene di arte, natura e sacro in una pratica artistica neoavanguardista e politicamente attiva. È una posizione che affonda le radici nella nozione di Arte Precario, coniata dall’artista stessa per descrivere una pratica fatta di assemblaggi fragili, materiali di scarto e interventi spesso destinati a essere cancellati dal vento, dall’acqua o dallo scorrere del tempo. L’opera, in questo senso, non coincide necessariamente con ciò che resta, ma permane nel sentimento che genera.
Al Castello di Rivoli, in occasione di “El glaciar ido”––sua prima mostra personale in un museo italiano––Vicuña ha scelto di concepire un intervento site-specific rispondendo al contesto in cui si trova il museo e osservandone le relazioni. Dalle finestre della Manica Lunga si scorgono le montagne della Valle di Susa e proprio da questa visione ha origine un nuovo Quipu sviluppato in dialogo con il paesaggio alpino ed i suoi ghiacciai, che per tempi immemorabili ne hanno modellato il territorio e che oggi stanno rapidamente svanendo. Analogamente al ghiacciaio ido a cui si rimanda, i quipus sono antichi sistemi di codificazione delle informazioni, ora scomparsi. Composti da corde annodate di colori vari, venivano utilizzati dalle civiltà andine per trasmettere informazioni numeriche, storiche e narrative, costituendo una forma di linguaggio non verbale. Furono soppressi durante la colonizzazione spagnola e i pochi esemplari sopravvissuti sono traccia di un sistema epistemologico cancellato. Da questa genealogia interrotta Vicuña ha rielaborato il quipu come dispositivo poetico e politico, la cui originaria funzione è convogliata in un sentire collettivo volto a risvegliare saperi ancestrali assopiti nel profondo umano.
L’installazione si sviluppa longitudinalmente come una distesa sospesa di lana grezza bianca, tesa e adagiata orizzontalmente a diverse altezze grazie ad elementi lignei. Si tratta di un Quipu Acostado, dormiente, che non ha nodi a differenza della tradizione, anch’essi ormai cancellati dalla modernità coloniale ed estrattiva. L’opera si presenta come una trama vulnerabile, per certi versi spettrale. Le densità differenti che la compongono, si inseriscono nello spazio della Manica Lunga sfruttandone a perfezione il carattere processuale. Il movimento nello spazio risulta accompagnato, mentre la distesa di lana si offre come campo relazionale non gerarchico — orizzontale per l’appunto — in grado di consentire una lettura costruttiva, radicata in uno stato avvolgente e ricettivo, sensibile a fattori quali luce, punto di osservazione, presenza umana e così via. Versi poetici composti appositamente per la mostra affiorano su una porzione di muro come tracce antiche quasi impercettibili, e canti attraversano lo spazio come presenze diffuse. Questi ultimi appartengono ad una selezione di video che documentano precedenti interventi performativi dell’artista e introducono una dimensione retrospettiva al lavoro apprezzabile in termini di accessibilità alla pratica artistica e la sua storia, ma forse non necessaria all’intervento nel suo complesso, la cui radicalità e il dialogo con lo spazio possiedono forza autonoma.
Ciò che si respira in mostra è la dedizione dell’artista verso ambienti percettivi in cui linguaggio, corpo e paesaggio entrano in risonanza. Anche le passeggiate organizzate lungo la Dora Riparia e i laghi di Avigliana, così come i workshop con l’Accademia Albertina, vanno compresi in questa prospettiva. Alcuni materiali raccolti durante questi incontri sono stati affidati ad un gruppo di studentesse dell’Accademia per la realizzazione di un intervento che risponde al corpo di opere Precarios, avviate da Vicuña negli anni Sessanta, e dalle quali nel 1966 ha preso forma il primo Quipu. L’esperienza emerge dall’incontro tra molteplici agenti, umani e non, e la ritualità dei gesti in mostra diventa occasione per ripercorrere forme di relazione ecologica.
L’attenzione di Vicuña verso ciò che decade, muore e scompare arriva dalla possibilità di rigenerazione che ne consegue. Oggi però, come osserva l’artista stessa, molte forme di distruzione non appartengono più ai cicli naturali della vita, ma a una condizione terminale prodotta dall’azione umana. Il ghiacciaio a cui la mostra è dedicata può essere letto come sintomo di una perdita che riguarda insieme ecosistemi, culture, memorie e modi di abitare il mondo. In questo senso i rituali che accompagnano la mostra cessano di essere forme simboliche e si trasformano in pratiche di attenzione che insistono sulla possibilità di percepirne ancora la presenza e di costruire, a partire da essa, nuove forme di responsabilità. Se “El glaciar ido” guarda alla sparizione, lo fa dunque per ricordare che ogni perdita contiene ancora una domanda aperta sul modo in cui scegliamo di convivere.





