Watercult. FLATFORM, Cecilia Bengolea, Monira Al Qadiri, Shahzia Sikander, Adrian Paci Videocittà / Roma di ,

di , 7 Luglio 2026

In occasione di “Watercult” la rassegna di videoarte a cura di Damiana Leoni e Rä di Martino per l’edizione di Videocittà che si terrà nella Terrazza del Gazometro G3 a Roma il prossimo 10 e 11 luglio, Flash Art Italia pubblica il testo curatoriale che accompagnerà la rassegna.

L’acqua come materia liminale, infrastruttura geopolitica, archivio di memorie sommerse e campo di negoziazione simbolica. È lungo queste direttrici che si dispiega la rassegna di videoarte –a cura delle autrici– per la nona edizione di Videocittà. Nelle serate del 10 e dell’11 luglio, la Terrazza del Gazometro G3 accoglie una costellazione di opere che eleggono l’elemento liquido a dispositivo critico attraverso cui interrogare alcune delle faglie più urgenti del presente: la crisi ecologica, i regimi estrattivi, le persistenze coloniali, le geografie della mobilità e le asimmetrie del potere globale.
Ad aprire la serata è il collettivo milanese FLATFORM – già noto per le esposizioni al MAXXI, al Centre Pompidou e alla Fondazione Prada, candidato agli Academy Awards nel 2021 – con Quello che verrà è solo una promessa. Un lungo piano sequenza attraversa l’isola di Funafuti, dove il mare, surriscaldato, risale dal sottosuolo allagando i terreni, sommergendo progressivamente lo spazio abitato e ridefinendo radicalmente le condizioni della permanenza umana. Siccità e allagamento si avvicendano senza soluzione di continuità, in un movimento che mette in scena due condizioni ricorrenti dell’isola: l’attesa e la sorpresa.
Con Lightning Dance, Cecilia Bengolea orienta la riflessione verso la dimensione performativa del corpo. Nata in Argentina e da tempo impegnata in una ricerca sulle forme della danza popolare come luoghi di produzione culturale e conoscenza incarnata, Bengolea ha sviluppato un intenso dialogo con la scena dancehall giamaicana. Girato durante un temporale notturno in Giamaica, il video in bianco e nero mette in cortocircuito cultura dancehall e fenomeni atmosferici, configurando la danza come pratica di risonanza con le forze naturali. I corpi dei performer, immersi in una dimensione quasi rituale, sembrano sincronizzarsi con l’elettricità che attraversa il paesaggio, rispondendo al ritmo dei tuoni.
La stratificazione storica, economica e affettiva del Golfo Persico costituisce invece il nucleo di Diver di Monira Al Qadiri. Attraverso video, installazioni e sculture, l’artista kuwaitiana indaga da anni le trasformazioni sociali, culturali e ambientali generate dall’industria petrolifera nei Paesi del Golfo. Nella video-installazione Diver, Al Qadiri recupera la memoria della pesca delle perle, attività che per secoli ha sostenuto l’economia della regione prima dell’avvento del petrolio. Attraverso una coreografia di nuotatrici sincronizzate accompagnate da un tradizionale canto dei pescatori di perle – legato anche alla storia familiare dell’artista – Al Qadiri mette in dialogo passato e presente. La prossimità visiva tra l’iridescenza delle perle e quella del greggio diventa la metafora di una frattura storica: la ricchezza prodotta dal boom petrolifero ha finito per oscurare una memoria collettiva più antica. Diver riflette così sul valore della memoria culturale, sulla costruzione dell’identità e sul costo simbolico della modernizzazione, trasformando il movimento dei corpi in un gesto di riattivazione storica.
Con 3 to 12 Nautical Miles (2026), Shahzia Sikander torna a confrontarsi con le genealogie del colonialismo e del commercio globale. Figura centrale nel rinnovamento della tradizione della miniatura dell’Asia meridionale e centrale, l’artista pakistana ha trasformato questo linguaggio in uno strumento critico capace di interrogare storia, potere e identità contemporanea. Attraverso una sofisticata grammatica visiva che rielabora la tradizione miniaturistica, il film ricostruisce le relazioni tra India, Cina e Impero britannico, soffermandosi sulle dinamiche geopolitiche che hanno condotto alle Guerre dell’Oppio. Il riferimento alle miglia nautiche inscritto nel titolo introduce il tema della sovranità marittima, trasformando il confine in una soglia mobile costantemente ridefinita dalle logiche imperiali e dalle loro persistenze nel presente.
Se la prima serata osserva l’acqua come luogo di conflitto, estrazione e ridefinizione geopolitica, il focus dedicato ad Adrian Paci ne sposta la lettura sul terreno dell’esperienza umana, assumendo il transito come condizione esistenziale e politica del contemporaneo.
La seconda serata è infatti interamente dedicata all’artista albanese, la cui ricerca ha costantemente interrogato i temi della migrazione, dell’appartenenza e della precarietà. In Turn On (2004), video-installazione già presentata alla 51ª Biennale di Venezia, primi piani di uomini albanesi disoccupati azionano generatori elettrici per far brillare una lampadina. La macchina da presa si allontana, rivelando l’intera scalinata. I generatori diventano metafora dell’infrastruttura instabile del paese dopo la caduta del comunismo.
A seguire, Di queste luci si servirà la notte, video-installazione nata da una performance sul fiume Arno a Firenze. Paci non aggiunge nulla al fiume, ma rivela ciò che è nascosto nelle sue profondità torbide. Una barca dai tentacoli luminosi solca l’acqua notturna, attivando un dialogo tra luce e oscurità, superficie e profondità. 
Infine, The Column racconta la storia di una colonna corinzia che viaggia in un container attraverso gli oceani. L’idea nasce da un aneddoto: per un restauro in un castello europeo, si decise di far realizzare la colonna in Cina e di scolpirla durante il trasporto via nave. Una storia che mescola il reale e il favoloso, il mitologico e la logica capitalistica, fondendo il tempo di produzione con il tempo di trasporto. Metafora del lavoro, dell’identità culturale e del dialogo tra Oriente e Occidente.

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Damiana Leoni