L’isola possibile. Fondazione Sandretto Re Rebaudengo – Isola di San Giacomo / Venezia di

di 1 Agosto 2026

Un’isola è sempre una dichiarazione politica. Stabilisce un confine, protegge ciò che contiene, separa un dentro da un fuori. Per secoli l’Isola di San Giacomo in Paludo è stata esattamente questo: un presidio della difesa veneziana, un fortino, una polveriera napoleonica, una porzione di terra destinata a custodire armi e a sorvegliare il possibile arrivo del nemico. Un luogo chiuso, progettato per resistere.
Oggi quella stessa isola si prepara a cambiare segno. Da dispositivo militare a laboratorio culturale, da spazio della protezione a spazio dell’immaginazione, da territorio periferico e interdetto a organismo aperto, attraversato dall’arte e dalle questioni più urgenti del nostro tempo. Non è soltanto una trasformazione fisica. È un rovesciamento semantico. Dove un tempo si accumulava la potenza distruttiva, ora si tenta di produrre possibilità.
Il nuovo progetto della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo sull’Isola di San Giacomo può essere letto proprio a partire da questo passaggio. Non tanto come l’apertura di un ulteriore spazio espositivo, né come l’estensione veneziana di una fondazione già fortemente riconoscibile nel panorama internazionale, ma come la forma più recente e forse più compiuta di un metodo sviluppato nell’arco di trent’anni: individuare luoghi, linguaggi e strutture consolidate, sottrarli alla loro funzione abituale e restituirli al presente attraverso una nuova visione. La questione, dunque, non è occupare un’isola. È re-immaginarla.
È una distinzione decisiva, perché racconta anche il modo in cui la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo ha interpretato il proprio ruolo nel sistema dell’arte contemporanea. Non come semplice contenitore di una collezione, né come istituzione costruita attorno alla contemplazione di un patrimonio già acquisito, ma come infrastruttura di produzione culturale. In questo senso, la sua storia coincide con un progressivo superamento dell’idea tradizionale di collezionismo: dall’accumulo alla relazione, dall’opera come possesso all’opera come dispositivo capace di attivare discorsi, comunità, conflitti, prospettive. La collezione non è il punto d’arrivo. È il principio di un movimento.

San Giacomo porta questa logica fuori dall’architettura museale e la colloca dentro una geografia più instabile. Venezia è una città che non può più essere letta soltanto come monumento, patrimonio o destino turistico. È ormai uno dei luoghi simbolici in cui la crisi climatica assume una forma visibile, quasi teatrale: l’acqua che sale, il suolo che si ritrae, l’equilibrio precario tra conservazione e trasformazione, la progressiva espulsione degli abitanti, la tensione tra città reale e immagine globale. Intervenire qui significa inevitabilmente intervenire nel dibattito sul futuro.

L’isola diventa allora una lente attraverso cui osservare problemi più ampi: il rapporto tra cultura e ambiente, tra iniziativa privata e responsabilità pubblica, tra produzione simbolica e trasformazione territoriale. Parlare di autosostenibilità, in questo contesto, non può limitarsi a un lessico tecnico o a un esercizio di reputazione ambientale. Significa interrogarsi su quale tipo di presenza un’istituzione culturale possa costruire all’interno di un ecosistema fragile, quali risorse utilizza, quali relazioni genera, quale idea di futuro rende concretamente percepibile.
Il rischio di ogni progetto culturale collocato in un paesaggio eccezionale è quello di trasformare il luogo in scenografia, di utilizzare la natura come fondale, l’architettura come elemento di prestigio, la storia come certificazione simbolica. La sfida di San Giacomo sarà esattamente opposta: evitare che l’isola diventi il supporto spettacolare delle opere e fare in modo che siano invece le opere, le ricerche e le presenze a modificare la nostra percezione dell’isola. Le opere chiamate ad abitarla non dovranno apparire come oggetti depositati nel paesaggio, ma come nuovi abitanti, presenze con cui condividere uno spazio e soprattutto un problema, figure capaci di introdurre alterità, frizioni, domande, forme che obblighino a ripensare le categorie con cui osserviamo il mondo: naturale e artificiale, umano e non umano, protezione e apertura, permanenza e cambiamento.

L’idea di “abitare” è qui più importante di quella di “esporre”. Esporre implica ancora una separazione tra l’oggetto e il suo contesto. Abitare significa invece entrare in un sistema di relazioni, accettarne la precarietà, trasformarlo ed esserne trasformati. L’isola non è un museo all’aperto, formula ormai consumata, ma un ecosistema culturale in cui le opere partecipano alla definizione del luogo e ne rendono percepibili le tensioni.

Questa attitudine alla trasformazione attraversa l’intera storia della Fondazione. Nel corso di tre decenni, Patrizia Sandretto Re Rebaudengo ha costruito un modello capace di connettere la dimensione privata del collezionismo con una forte vocazione pubblica, la ricerca artistica con l’educazione, la scena italiana con reti internazionali, il rigore curatoriale con una comunicazione diretta e riconoscibile. È un equilibrio meno semplice di quanto appaia. Da una parte vi è una struttura fondata sulla competenza, sulla ricerca, sul confronto con artisti, curatori, istituzioni e discipline differenti. Dall’altra vi è una capacità di raccontarsi con leggerezza, anche attraverso i social media, i codici della moda, l’ironia, il ritratto personale, una certa teatralità consapevole. Rigore e divertissement, istituzione e persona, profondità e leggerezza.

La cultura italiana ha spesso oscillato tra diffidenza e fascinazione nei confronti di chi ha saputo trasformare la comunicazione in linguaggio autonomo, fino a farne una infrastruttura del contemporaneo. Senza sovrapposizioni improprie, questa consapevolezza ha contribuito a rendere più evidente come oggi anche le istituzioni culturali si muovano dentro un campo in cui visibilità e costruzione del reale sono inseparabili.
In questo senso, la comunicazione non è più un accesso secondario, ma una forma di costruzione del reale: un modo per rendere visibile ciò che altrimenti resterebbe opaco, per tradurre complessità senza ridurla, per aprire varchi di comprensione senza semplificare. È dentro questa tensione, e qui c’è una invenzione di Silvio Salvo, che anche le istituzioni culturali oggi si trovano a operare, tra visibilità e profondità, tra accesso e complessità.
La comunicazione più leggera della Fondazione non costituisce quindi l’antitesi della ricerca, ma una soglia: il punto di ingresso in una struttura più articolata, la superficie mobile di un organismo che mantiene al proprio interno una forte disciplina progettuale. La leggerezza non è superficialità, ma precisione e sottrazione di peso.
Anche per questo il progetto di San Giacomo appare come una sintesi particolarmente efficace. Possiede la densità di un intervento socio-ambientale e, contemporaneamente, la potenza immediata di una visione quasi onirica: un’isola veneziana trasformata in spazio della possibilità, popolata da opere come presenze attive, attraversata da nuove forme di convivenza. Ma l’utopia, qui, non è evasione dalla realtà. Al contrario, ogni utopia significativa nasce da una lettura radicale del presente: non descrive un altrove consolatorio, ma rende visibili le insufficienze del mondo esistente.
Immaginare un’isola autosostenibile, aperta alla sperimentazione artistica e interdisciplinare, significa affermare che i modelli abituali di produzione, consumo, conservazione e fruizione culturale non sono più sufficienti.
La radicalità della Fondazione risiede proprio in questa capacità di concepire progetti che eccedono le categorie disponibili, non perché monumentali, ma perché introducono funzioni impreviste, rompono la consuetudine, rifiutano l’idea che una collezione debba soltanto essere conservata, che un’istituzione debba limitarsi a programmare mostre, che un’isola debba restare prigioniera della propria storia. In questo processo, il ruolo di Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, insieme ad Agostino Re Rebaudengo, non coincide semplicemente con quello della mecenate o della collezionista illuminata, ma con chi utilizza il proprio capitale culturale, relazionale ed economico per costruire piattaforme in cui altri possano produrre immaginazione. È una forma di potere che va interrogata, ma anche una responsabilità: trasformare il privilegio privato in un dispositivo capace di generare spazio pubblico.
È su questo confine che si misura oggi il valore delle fondazioni private: non nella quantità delle opere possedute o nella spettacolarità delle architetture, ma nella capacità di produrre beni culturali condivisi, di investire nel rischio, di sostenere ricerche non immediatamente redditizie, di introdurre nel dibattito pubblico visioni che le istituzioni tradizionali non riescono più a formulare.
San Giacomo può diventare una prova concreta di questa possibilità: un progetto in cui l’isola non sia privatizzata simbolicamente dall’arte, ma restituita a una dimensione più ampia; in cui la sostenibilità non sia il tema di una mostra, ma la struttura stessa dell’intervento; in cui le opere non illustrino il cambiamento climatico, ma modifichino il modo in cui lo percepiamo.
Il passaggio da fortino militare a laboratorio del futuro contiene, in fondo, l’intera traiettoria della Fondazione. Entrambi sono dispositivi costruiti per rispondere a una minaccia. Il fortino difendeva un territorio da un nemico esterno. L’isola contemporanea dovrà invece confrontarsi con minacce diffuse, sistemiche, difficilmente rappresentabili: l’alterazione climatica, la perdita di biodiversità, l’esaurimento delle risorse, la fragilità sociale, l’incapacità di immaginare alternative. Non possiamo difenderci dal futuro chiudendo le porte. Possiamo soltanto provare a costruire luoghi in cui imparare ad attraversarlo.
L’Isola di San Giacomo potrebbe essere uno di questi luoghi: non una fortezza, ma un’antenna; non un rifugio dal presente, ma un dispositivo per renderlo più leggibile; non l’ennesima destinazione dell’arte contemporanea, ma una comunità sperimentale in cui arte, ambiente e responsabilità istituzionale siano chiamati a convivere. Un tempo sull’isola si conservava la polvere da sparo. Oggi vi si deposita una materia forse altrettanto instabile: l’immaginazione. La differenza è che non serve a distruggere il mondo esistente, ma a mostrare che potrebbe essere altrimenti. HOPE.

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Cristiano Seganfreddo