La sfilata di Simon Cracker SS27 inizia con un leggero ritardo, quasi sufficiente a lasciare nell’aria una certa stanchezza, o forse ad amplificare quella particolare sospensione che precede ogni spettacolo. Poi i corpi iniziano a muoversi e la passerella si riempie di identità diverse, difficili da ricondurre a un’unica immagine.
Il sottofondo musicale richiama un immaginario familiare alla cultura pop degli anni Novanta: atmosfere da serie televisive come Buffy, suggestioni legate alle streghe, alle bambole, al mondo del cute. Riferimenti che non vengono trasformati in una semplice operazione nostalgica, ma entrano nella collezione deformati, mescolati, sottratti ai loro codici originari verso una dimensione molto personale del direttore creativo.
Con Via Francia – la collezione SS27 – Simone Botte torna infatti alla propria infanzia in Romagna, ai giochi teatrali costruiti con la cugina Nicoletta e ai costumi improvvisati con ciò che si trovava nei bauli di famiglia: tovaglie, tende, gonne. La passerella diventa così una sorta di armadio-ludoteca, dove vestirsi significa ancora giocare, trasformare, smontare e ricomporre; ma anche un luogo dove ogni corpo porta con sé una storia. Le Blythe Dolls – bambole strette tra le mani dellə modellə durante le uscite – diventano quasi un’estensione dell’abito: non più soltanto oggetti appartenenti all’immaginario infantile, ma elementi affettivi che accompagnano chi li indossa. Lo stesso accade con gli accessori, come le borse a forma di gatto, che sembrano appartenere a un universo volutamente fantastico e domestico allo stesso tempo (ritrovate il giorno dopo da Moschino).
È qui che l’upcycling smette di essere soltanto una tecnica e diventa una posizione. Distruggere, tagliare, ricucire qualcosa che ha perso il proprio valore per restituirgli una nuova vita e lasciar coincidere il gesto creativo con quello etico. Botte racconta di voler colmare quella che definisce una “distanza assurda” tra le passerelle e la gente comune, immaginando capi che possano essere replicati e reinterpretati dalla propria community. Salvare qualcosa di vecchio, investirci tempo e studio invece di acquistare impulsivamente: è questa, per il designer, la pratica più autenticamente “Cracker”.
Questa idea attraversa i patchwork di tessuti differenti, i capi modulari, le borse ottenute da portapranzo, gli accessori realizzati con materiali recuperati, le tracce volutamente visibili del lavoro manuale; ma anche l’idea stessa di riutilizzo che, in questa collezione di Simon Cracker, significa anche ricucire un rapporto profondo con l’universo affettivo dei capi: un mondo in cui il cute, le bambole, le streghe e gli animali non sono più solo una fuga dalla realtà, ma un modo per costruire una comunità alternativa, fragile e giocosa.
Eppure, guardando la sfilata, la sensazione è quella di trovarsi davanti a una serie di individui più che a un’unica identità collettiva. Ogni uscita sembra concentrarsi sul proprio soggetto: i modelli avanzano con tempi differenti, quasi scoordinati, portando il proprio abito come una dichiarazione personale. È una frammentazione che, più che indebolire la collezione, sembra renderne visibile il principio: non esiste una sola maniera di essere, né un solo modo di abitare un vestito.
Ad ogni look in uscita, la sensazione iniziale della stanchezza si amplifica. Una stanchezza indirizzata però verso un sistema che continua a parlare di inclusione, di corpi e di identità mentre l’attenzione della moda rimane spesso concentrata sui grandi nomi e sulle logiche del lusso. In questo contesto, la ricerca di Simon Cracker conserva qualcosa di ostinatamente artigianale e personale: un immaginario dove si ha l’impressione di poter entrare per qualche minuto in un mondo fatto di memoria, affettività e trasformazione. Un mondo in cui il punk non è più necessariamente ribellione, ma può diventare anche vulnerabilità, e in cui distruggere significa poter ricominciare e vestirsi può ancora essere un gesto di cura.
Forse è proprio questo il senso di Via Francia: ricordarci che prima di essere consumo, la moda può ancora essere gioco; prima di essere prodotto, processo; prima di essere immagine, un modo per stare insieme.











