Meraviglia delle esperienze minori*. Un racconto di Tillanzia a cura di Alexandra Pirici e Caterina Molteni / Tolè (Bologna) di

di 2 Ottobre 2026

Tolè è un posto in cui inventare storie. Un luogo che sta sulla cima di un colle vicino Bologna da cui non si vede niente, solo da un angolino della veranda – facendo oscillare la sedia a dondolo – in certi momenti sbuca un campanile. Più o meno come apparirebbe nei sogni, senza nessuna caratteristica particolare. In ogni caso, il campanile resta sempre un po’ a distanza. Le nuvole sembrano più vicine.

Inventare storie però è un esercizio d’immaginazione collettiva che non può prescindere dai corpi di chi si appresta all’invenzione. In tempi sempre più scuri come il presente, tutti i corpi sono contaminati. Intossicati da forme di vita frenetiche, iper-individuali, esclusivamente orientate al profitto. In generale, affette da qualsiasi forma possibile di disincanto. Tillanzia, una pratica immaginata (e curata) da Alexandra Pirici e Caterina Molteni nello studio-giardino di Pirici a Tolè, assomiglia a un rito contemporaneo di re-incanto collettivo. Evanescente nella sua forma specifica – di evento accaduto nel tempo che va dal pomeriggio alla notte di un giorno di fine agosto – ma decisamente significativo per chi ne ha fatto parte.

La metodologia curatoriale è plurale, collettiva nel senso che si espone a molteplici imprevedibili variabili generate dalla presenza situata dei corpi, dall’intensità dei venti, dalla mescolanza di paesaggi emotivi. Certamente mossa dal desiderio di stare insieme in uno spazio che non è casa (per chi ancora può vantare il privilegio di averne una) ma trapela di  memorie, di storie non solo umane sedimentatesi nei decenni – forse di più. In questo spazio, i lavori delle artiste e degli artisti invitati, attraverso le forme della performance, del video o dell’installazione, sono delle apparizioni spontanee. Mai annunciati, si intrecciano alla vita del giardino “producendo forme di comunità che, anche se fluttuanti e mutevoli, possono ancora essere immaginate e sperimentate” – come scrivono Pirici e Molteni nel testo curatoriale.  

Il testo che segue prova a ricostruire con le parole le atmosfere reali e immaginarie innescate da Tillanzia, inseguendo gli intrecci familiari e inaspettati tra alcune delle pratiche e installazioni ospitate nel giardino. 

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Succede che ad un certo momento tutte le creature umane e non umane del giardino si orientano nella stessa direzione, verso l’ultimo sole. Un corpo è disteso sul tetto, immobile. Inizia così ZVI-ZVI di Miranda Secondari. Questa immobilità è magnetica, propagandosi attraverso strutture dell’invisibile raggiunge tutti i corpi. Se il vento – pure leggero e impercettibile – non avesse manifestato la sua presenza probabilmente avremmo pensato di stare vivendo una specie di sospensione temporale. I movimenti eseguiti dalla performer sono estremamente precisi, talmente lenti e misurati che è difficile coglierli non loro accadere: ci si accorge – dopo qualche tempo – che il corpo ha cambiato forma. Ora la gamba è piegata, si intravede un braccio. Più tardi, il corpo riappare in un altro punto del giardino, assume una forma imprevista in mezzo alla terra. Sempre immobile, emette suoni inarticolati, ticchettii. Resta lì per un po’, poi – come farebbe una cinciallegra, il cui canto è evocato dal titolo del lavoro – se ne va, scompare. 

Nello stesso momento una folata di vento arrivata da chissà dove fa oscillare alcuni rami. Nascosta lì dietro, appare Bird Food di Adrian Genea, una “scultura funzionale” progettata per fornire cibo agli uccelli del giardino. 

Trascinato il tremore si trasforma in vento.

Attorno al tronco di alcuni alberi si arrampicano spirali di fili metallici e piccoli dispositivi di rame. Non capendo esattamente di cosa si tratti, noi curiosissime creature umane, veniamo come attratte – in senso magnetico – da questi oggetti. Li osserviamo da vicino, proviamo a percepire qualcosa, una vibrazione, un tremolio che non si rivela. E intanto, senza saperlo, la nostra stessa presenza sta alterando il campo elettromagnetico attorno. Con Arboreal Receptors N2, Ioana Vreme Moser trasforma gli alberi in antenne per provare a rispondere – attraverso misurazioni scientifiche e suggestioni immaginifiche – a una domanda: in che modo le radiazioni elettromagnetiche di origine antropica modificano gli ecosistemi e gli ambienti naturali? 

Risvegliati, suona una musica che riconosci, una melodia che non hai mai sentito prima.

Siamo tutte concentrate attorno a un suono che si protrae nell’aria e nel tempo. Con Chords, intervento realizzato appositamente per Tillanzia, Ross Tones avvolge il giardino con sottili modulazioni sonore: frequenze diffuse da casse di risonanza nascoste si incastrano con i pensieri, danno loro nuova linfa. Il suono si rannicchia nei corpi, li fa muovere piano.

 

Poi, all’improvviso, un campanellino in lontananza ci sveglia. Da dietro la casa sbucano tre corpi: non camminano, prima saltellano, poi aprono le braccia con la profonda convinzione di avere le ali. Li stiamo a guardare, ci muoviamo insieme a loro – tenendoli sempre un po’ a distanza per non disturbarli. Abbiamo paura che se si accorgessero di noi smetterebbero di giocare, o peggio scomparirebbero. Intrecciando i loro corpi creano strutture eccentriche: piramidi sbilenche, grovigli elicoidali, stelle con infinite punte. Travestita da pratica ludica e infantile, Straordinarie Specie comuni del collettivo Ay avec toi propone modi non convenzionali per abitare spazi reali e immaginari. Per usare le parole di Paul B. Preciado, si potrebbe dire che si tratta di una pratica somato-politica: che mette in crisi i confini rigidi dei corpi, distorce e disorienta gli sguardi e le posture normative, confonde le identità e gioca con la disidentificazione. 

Giù per il prato stellato, oceano bianco, follia di rondini, battesimo ad ogni istante, LIBERI TUTTI.

Nei tempi che trascorrono tra un’apparizione e l’altra il gruppo si disperde. In questi attimi di momentanea solitudine, mentre le bambine inventano cerimonie per creature immaginarie, a qualcuno capita di essere sfiorato da nastri di seta aggrovigliati ai rami degli alberi. Geography III di Nicoleta Moise si rivela così – come un tocco leggero che sfiora i corpi e attiva forme di ascolto profondo. L’installazione sonora, sparpagliata in nove punti più o meno nascosti, più o meno segreti del giardino, mette insieme suoni, echi, canti, distorsioni acustiche registrate millenni fa, oppure oggi. È una specie di dialogo surreale in cui si alternano tracce sonore emesse dei ghiacciai, delle balene, delle poete antiche, dei pianeti che non sono il nostro. L’attraversamento non è vincolato a nessun ordine predeterminato, niente a che fare con una caccia al tesoro. Si tratta piuttosto di incontri fortuiti a cui ognuno può decidere che tempo dedicare.

Appena prima che diventi buio si diffonde qualcosa di simile a un segreto: sta per accadere qualcosa nella parte più alta del giardino. Un uomo munito di aste – è Riccardo Baruzzi – avanza con la solennità di uno sciamano. Lo seguiamo in silenzio, assistiamo all’installazione di queste sculture provvisorie, che presto – contagiate da una vibrazione – iniziano a ticchettare. Seguendo il suono si arriva ad un capanno, un ricovero per corpi inerti (viti, bulloni, perni e ganci) che improvvisamente, toccati dalla stessa vibrazione, iniziano a oscillare. Ipnotizzate da questa stratificazione di suoni di varie intensità che ci raggiungono da tutti i lati, restiamo immobili – come se le nostre facoltà di movimento adesso appartenessero a questi oggetti. Sulla parete in fondo, una suggestione testuale accompagna l’esperienza di ascolto: I Can’t Hear You. 

Montagna di cielo che cade

Sembra la fine di una processione. Quel momento in cui gli officianti si spogliano degli abiti del rito, e stanchi si accasciano ai margini delle strade. In flut flut flut di Gianlorenzo Nardi due performer portano sulla schiena grandi sculture di gesso, citazioni della colonna infinita di Brâncuși – se ne prendono cura. Lo fanno per ore. Dai corpi non traspare nessuna stanchezza: è questo l’effetto della devozione, pensiamo. Funzionando come cassa di risonanza, le sculture amplificano suoni eseguiti da flauti. Poi, quando i performer le depositano a terra, comprendiamo che il rito è finito. Le sculture restano lì – nel giardino – ma nessuno avrà il coraggio di toccarle, come fossero ormai avvolte da un’aura sacra.

Ripido è il tempo su quest’isola.

L’ultima apparizione è la più umana di tutte: Alexandra Pirici in abito da sera canta una canzone triste e romantica arrampicata su un albero. Light Dance, Soft Sculpture è una performance che sembra creata apposta per ricordarci che presto lasceremo il giardino, come piccola comunità temporanea smetteremo di esistere. E allora, insieme, assistiamo a questo ultimo canto di passaggio. 

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Oltre alle tracce immateriali che restano sottopelle, quello che genera Tillanzia sono moltissimi pensieri sulla curatela dell’arte e della performance, sui ritmi a cui come lavoratrici della cultura siamo sottoposte, sulla precarietà economica e affettiva, sulla pericolosità di un sistema in cui la ricerca si “sostiene” attraverso residenze brevi, in cui dovremmo sentirci come a casa (ma che vuol dire?). E soprattutto su come stiamo quando lavoriamo. In forme ironiche, a tratti paradossali, alcune di queste questioni riemergono da Why Do Artists Feel So Scary, intervento performativo realizzato per Tolè dal collettivo multidisciplinare Apparatus 22. Proseguendo una ricerca avviata nel 2012, la pratica riprende il modello del confessionale: ci si siede e si risponde ad alcune domande segrete riportate su coriandoli colorati. Is slowness frightening? What feels more urgent: self-preservation or political struggle?, e molte altre. Al termine della conversazione i coriandoli vengono riposti in una busta anonima e offerti – come dono – al partecipante. 

Tillanzia – insieme ad altre esperienze recenti, tra cui Che cosa può un corpo?, itinerario performativo realizzato negli spazi di Casa Motus a San Giovanni in Marignano negli stessi giorni – prova a relazionarsi a queste domande assumendo una postura diversa, che non vuole aderire ai sistemi estrattivi dell’arte e della performance.

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Il titolo è una citazione estratta da L’incanto della vita moderna di Jane Bennett (Timeo, 2026). Le frasi in grassetto invece sono tracce emerse durante le residenze di creazione di Straordinarie Specie Comuni, riportate qui grazie alla generosa condivisione di Ay avec toi. 

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Francesca Schinzani