Per entrare negli spazi di Laboratorio Riciclo Pelle si passa da un cortile condominiale in Viale Monza, Nolo, Milano. Al piano terra, aperto sul cortile, si affaccia un ex laboratorio di pasticceria, un unico volume alto più di quattro metri e largo sei, si sviluppa in profondità ed è rivestito all’interno da mattonelle color crema di formato quadrato. Due pilastri segnano il passo industriale della grande stanza e separano una prima zona d’accoglienza dall’area di lavoro. Lo spazio è interamente ricoperto da un pavimento in resina degli anni settanta color rosso scuro e dall’odore denso del pellame e del cuoio.
Mi accoglie Giovanni Mareschi, fondatore del progetto. È contento perché la percezione della sfilata appena conclusa è positiva per tutti. Mi racconta che è stato un periodo molto intenso, segnato da cicatrici personali, ma quello spazio e la dimensione del laboratorio, sono stati il rifugio simbolico nel quale riversare tutta la sua energia, e nella collezione si vede. Gli dico che sono d’accordo, che personalmente trovo sia sempre più difficile trovare un brand che parli attraverso un ruggito, che mostri un po’ di “cattiveria”. Anche rispetto a quei contesti codificati che governano il marketplace della Fashion Week.
Le produzioni di L.R.P. infatti, sembrano custodire una chiave di lettura critica che affonda le radici nelle notti underground della città di Milano. La sfilata, per esempio, è stata accompagnata da un live degli ESERA, un gruppo post-grunge che suona spesso al Germi e fa parte della scena musicale più cupa della città. Anche i personaggi della collezione, in un certo senso, sembrano provenire da un fine serata del Germi, dove un graffiante arrangiamento strumentale intrattiene gli ultimi avventori, ancora seduti ai tavolini circolari anni settanta. Sui loro volti scavati si proiettano ombre seducenti, mentre sorseggiano Jack Daniels e Jägermaister. Figure sospese in un tempo notturno, tra decadenza e desiderio. «Da quale mondo provengono i vostri personaggi?», chiedo. Giovanni mi dice che di questo dobbiamo parlare con Christian.
Eccolo, lo vedo sul fondo del laboratorio. Mi viene incontro con un passo deciso e scandito dal suono di un tacchetto. Giovanni Mareschi e Christian Morabito sono un duo creativo formatosi relativamente di recente, anche se, come raccontano, per l’intensità delle loro vite sembra si conoscano da anni. Si sono incontrati da Veins Books, quel posto di libri banditi e rari, grazie ad amici in comune e in un momento in cui entrambi cercavano la stessa cosa: una ribellione. Hanno cominciato a lavorare duramente e, in poco tempo, hanno riorganizzato il progetto iniziale trasformandolo in una impresa a “conduzione amicale” che ruota attorno alla manifattura del riciclo. Nella loro piccola produzione tutto è internalizzato: i capi sono realizzati dalle loro quattro mani, di giorno e di notte. Acquisiscono dalle aziende tessuti di fine serie e pellami provenienti da vecchie giacenze di magazzini. Sono artigiani creativi. Nello spazio poi ci sono da un lato un bancone da lavoro che è la postazione di Carlotta Campus, che ha una infinità di stampi in legno per formare i cappelli; dall’altro un’infilata di relle con abiti catalogati per anno e brand, ed è l’archivio di Filippo Vergerio1.
Ci sediamo nell’area di ingresso per parlare delle loro impressioni e del contesto in cui stanno crescendo, come marchio e come community. Lì, c’è un piccolo salotto composto da un divano e due poltrone in pelle recuperate al rigattiere. Davanti alle sedute i tavolini da caffè hanno ancora i posacenere colmi di mozziconi e birrette: sono i resti di una performance degli ESERA durata tutta la notte dopo lo show. Il loro magazzino ha qualcosa di un interno domestico che rimanda ai magazzini degli artisti di New York nei primi squat degli anni Settanta. Qui niente in realtà è fuori posto: ogni oggetto partecipa ad un’estetica e a un disordine creativo che alimenta energia e potenza. Cominciamo a conversare.
Esordisco dicendo che dal mio punto di vista, è sempre più difficile trovare un brand della “nuova generazione” che sappia risultare dissonante rispetto al contesto, che porti qualcosa di realmente diverso. Ragioniamo tutti e tre sul significato del termine “emergente” e arriviamo a una conclusione condivisa: parlare di emergenze e emergenti non sembra avere più molto senso. Anzi, su lungo periodo, questa definizione è una gabbia per i brand. Quando cerchiamo di definire le nuove generazioni di designer, ricorriamo spesso a espressioni come “brand sperimentale”. Ma di fatto cos’è un progetto sperimentale? È forse un progetto di ricerca che mette in discussione i codici precedenti? Eppure, ogni designer attraversa una fase di sperimentazione durante il processo creativo. Che cos’è, allora, un progetto critico? Critico rispetto a cosa? Anche il lavoro di un grande marchio può essere, di volta in volta, critico e sperimentale. Dunque, se a definire un brand come “emergente” o “sperimentale” è, in ultima analisi, il suo posizionamento sul mercato, queste categorie perdono di significato autonomo, piegandosi alla logica del denaro.
I brand, piuttosto dovrebbero essere valutati secondo le regole orizzontali della loro creatività: la coerenza e la libertà della loro ricerca creativa, il progetto vestimentario, qualità dei loro processi produttivi, ma anche per gli immaginari che di volta in volta riescono a mobilitare. Di questi aspetti Giovanni e Christian parlano spesso con un loro caro amico, Stefano Gallici, direttore creativo di Ann Demeulemeester, con il quale condividono molti riferimenti e ambienti della scena milanese. Decidiamo infine che sì, è semplicemente l’utile d’impresa che fa la differenza ma è il progetto che dovrebbe definire il posizionamento nel panorama della moda; forse nel tempo qualcosa cambierà.
Ragiono con loro sul fatto che i designer di questa generazione dovrebbero iniziare a percepirsi con una certa autorevolezza e una maggiore serietà, perché ora come ora mancano di vibrazioni sonore. Il progetto di L.R.P., al contrario, fa rumore a trecentosessanta gradi. Lo fa attraverso la musica, come quando Stefano e Giovanni suonano al SYNTHETIC NOISE, alternando tracce deep noise, dark wave e electroclash in una progressione quasi convulsiva che spinge tutta la notte. Un’energia che riporta ad Anversa, a Londra o a Manchester e che disegna, attorno a L.R.P., tutta una scena post punk che lavora nel sottosuolo della Milano patinata e convenzionale, assuefatta dal cocktail della pigrizia.
La collezione SS27, presentata durante la Milano Fashion Week 2026, punta il dito proprio verso questa pigrizia: la borghesia come connivenza. La borghesia come convenzione e tradizione. Come consuetudine, inerzia, e formalismo. La collezione SS27 di L.R.P. intende scavare nell’aridità dell’atonia quotidiana, smascherare le finzioni della vita mondana, quasi a impersonare il ruolo dell’ospite in Teorema (1968) di Pier Paolo Pasolini, film utilizzato come cappello teorico della collezione. Proprio come avviene all’interno della famiglia milanese di Pasolini, l’ospite è quell’entità dissonante e dissacrante, che scopre le maschere e risveglia dalla finzione di una vita uguale a sé stessa. L’ospite personifica l’eros indomabile che provoca una frattura nell’identità. L’eros permette di guardare a te stesso come corpo nudo, faccia a faccia con quello che tu fingi di essere, o quello che potresti essere, “quello che non sei” – come recita il titolo della collezione.
Quando l’ospite lascia la casa borghese con i suoi raffinati esterni in Ceppo di Grè, i personaggi precipitano in un vuoto esistenziale. Tornano al conformismo delle loro vite scandite dalla famiglia e dal lavoro, ma non riescono più ad abitarle davvero. Sono come anime perse che non sanno tornare. Entrano in un presente schizofrenico che le trasforma in salme sacrificali. Ciò che resta è un soggetto incapace di ritornare alla propria identità precedente e altrettanto incapace di abitarne una nuova. E come l’eros, la moda può sprigionare quella forza impulsiva di liberare il dionisiaco in un ratto vorace di desiderio, ma è un viaggio senza ritorno: il mercato consuma in un lampo l’intensità dell’esperienza, mentre il desiderio, privato della propria tensione trasformativa, appassisce nel nichilismo.
Così recita Lucia, Silvana Mangano in Teorema di Pasolini:
“Mi accorgo ora che io non ho mai avuto interesse reale per nulla. Non parlo di qualche grande interesse, ma nemmeno dei piccoli interessi naturali come quello di mio marito per la sua industria, o di mio figlio per gli studi o di Odetta per il suo culto familiare. Io ho nulla, e non so capire come ho potuto vivere in tanto vuoto, eppure ci sono vissuta. Se qualcosa c’era, un po’ d’istintivo amore così per la vita, esso inaridiva, come un giardino dove non passa nessuno. In realtà, quel vuoto era riempito da falsi e meschini valori, da un orrendo cumulo di idee sbagliate. Ora me ne accorgo. Tu hai riempito la mia vita di un totale, reale interesse. Dunque partendo, non distruggi niente di ciò che c’era in me prima, se non una reputazione di borghese, casta, ma che importa? Ma ciò che invece, tu stesso mi hai dato, l’amore nel vuoto della mia vita, lasciandomi, lo distruggi tutto.”
I look della SS27 sono traportati da questa invocazione alla musa. Camminano lentamente e si lasciano osservare con occhio circospetto dagli astanti. Quasi tutti i modelli hanno gli occhi bendati da stringhe di pizzo bianco di Parigi e stringhe di pelle sera che sembrano frustini. Rivolgono uno sguardo all’interno dove risiede la loro ricerca di verità esistenziale. Sono caratteri che appartengono ad un’unica sceneggiatura e gli abiti comunicano visivamente tra loro in modo impeccabile. Giovanni e Christian descrivono i diversi tipi di pelle che utilizzano: ce ne sono di molto morbide, quelle che è facile piegare, stirare, cucire e strappare; ma anche di molto dure e spesse, quelle che sono da “spaccare” prima di essere utilizzate, ovvero quelle che hanno bisogno di essere assottigliate e ammorbidite. E tra questi vari tipi di pellame e pelli c’è sempre una conversazione.
Altri segni particolari della collezione SS27 sono il cappotto maschile e l’abito femminile in lana merino con un pellicciotto recuperato da una vecchia pelliccia di acquisizione. Il cappotto è tratto ad esempio da un modello militare dell’archivio del loro studio ma realizzato in crine di cammello, un filato molto pregiato ricavato dal sottopelo morbido dell’animale, e aprendolo si trova il rever imbastito a mano e a spiga. Questi sono due elementi di altissimo pregio che caratterizzano l’alta sartoria artigianale. C’è da dire che tutti gli abiti di L.R.P. hanno un grado di sofisticazione sartoriale molto alto che richiede al pubblico un processo di assimilazione lento.
Mi mostrano poi la sottoveste di un abito interamente in pelle nera che nasconde però una un taffetà di seta e una fodera in pizzo che sborda leggermente e si lascia intravedere nella camminata. Anche questo è un dettaglio che fa parte di un lessico sartoriale unito ad una ricerca continuativa nel campo della pelletteria. Ed è lo shift contino tra questi due mondi a rendere interessante e prezioso il lavoro di L.R.P.
Per finire guardiamo il pantalone sartoriale in pelle, anch’esso della collezione SS27. Un pantalone che lavora attorno ad un tema molto semplice ma preciso: come portare la piega nel mezzo tipica del pantalone sartoriale realizzato in frescolana o in gessato, in uno realizzato in pelle? La piega, con la pelle, è qualcosa che non resta. La pelle è ribelle. La puoi stirare, la puoi sgualcire, la puoi stropicciare, ma essa torna sempre in uno stato di quiete. Per questo pantalone sono riusciti invece a trovare la pelle giusta, abbastanza morbida da performare. E questo pantalone sartoriale in pelle rientra nel loro processo di decostruzione dei codici formali ed estetici che la “buon moda” porta con se da troppo tempo.
In un momento in cui tutti parlano di moda etica, a me viene da parlare, invece, di una moda eretica: quella di L.R.P. Eretica come i film di Pasolini, ribelle come il linguaggio della Nouvelle Vague, che pure è tra i loro riferimenti. Quello di L.R.P. è un progetto dell’underground, fatto di pezzi unici e ossidabili. Un progetto di aggiornamento della leather culture in leather couture, di uniformi in pelle nera che strizzano i capezzoli e il cazzo. Un immaginario erotico e sadomasochista che si fa effige di una critica sociale. Un progetto che mi riporta alcune opere di Monica Bonvicini come i Leather Tools (2009) strumenti universali rivestiti in pelle nera, oppure Never Again (2005) dove un coro di sling-swing in cuoio, provenienti dall’universo BDSM, evoca una riflessione sulle dinamiche di controllo, desiderio e sottomissione che attraversano i rapporti di potere della società contemporanea. Eretico, e in qualche modo eroico, è anche il sesso praticato dall’ospite di Teorema: un erotismo vulcanico, impetuoso, che arde come la lava che presto incenerisce come le certezze di una intera società al tramonto.
Nel tentativo di mettere in discussione i canoni della conformità e del potere, L.R.P. prende a di mira i codici della modellistica tradizionale. Durante la sfilata, la litania vocale degli ESERA accompagna la camminata come una lenta decostruzione, quasi un rituale di disarticolazione delle forme. Si alternano busti stracciati e destrutturati in pelle bruna e nera; lacci sovrabbondanti che legano corpetti femminili indossati anche da corpi maschili, più volte avvolti su se stessi; cinghie larghe e cinture strette, marchiate L.R.P.; cuciture di giacche e pantaloni punteggiate da borchie lungo ogni lembo. Ad interrompere la ruvidità di questa costruzione interviene la preziosità dei bottoni in corno e madreperla. E infine, come un epilogo sartoriale, un’eccezionale cravatta di cuoio lucido, cucita a mano.
L.R.P guarda alla scena londinese e belga, gli ambienti musicali e alle penombre dell’animo perturbato, eredità del secolo scorso. Guarda ai famosi Six of Antwerp, come Dries Van Noten e Ann Demeulemeester, ma anche designer meno conosciuti e dalle atmosfere più cupe come A.F. Vandevorst. Ad affascinarli sono anche le performance ideate da Hussein Chalayan nelle sue sfilate, dove l’abito è unito al corpo e assume una dimensione spirituale. È tuttavia importante chiarire che, come spesso accade, il processo progettuale prende direzioni inattese nel suo farsi: la teoria lascia progressivamente spazio alle scelte tecniche e pratiche, che orientano il progetto verso una propria coerenza formale. Per L.R.P. è altrettanto importante che il pubblico possa leggere il lavoro con una certa autonomia, al di là dei riferimenti specifici alla cultura della moda.
Non a caso, infatti, Laboratorio Riciclo Pelle è tra i gruppi di designer più attivi della scena underground. Li si può incontrare, per esempio, mentre tengono una sessione di lavorazione delle pelli dal vivo all’Arci Bellezza, oppure al DKR, dove durante la Fashion Week hanno cucito in pubblico giacche e gilet, al centro del club, mentre la sala era agitata dai movimenti convulsi synth rock e deep wave. “Where craft become a show” titolava quella performance di live craftsmanship: il lavoro artigianale che esce dal laboratorio, si espone e diventa spettacolo. Ma la loro partecipazione al mondo della musica si estende alla collaborazione con artisti come Ghali e Emis Skilla, che indossano i loro pezzi chiamati “Late Dusk”.
Ma avviare un laboratorio dedicato alla lavorazione del pellame significa, in Italia, riattivare una genealogia profonda nella storia della moda. Una storia che affonda le proprie radici nella cultura materiale del fare, nella sapienza artigianale di trasformare una materia in oggetto e progetto e infine, desiderio.
Gucci nasce a Firenze del 1921 come bottega dedicata alla valigeria, alla selleria e agli articoli da viaggio. Prada apre nel 1913, nella Galleria Vittorio Emanuele II di Milano, un negozio specializzato in valigeria e articoli in pelle; Fendi muove i primi passi come pellicceria, mentre Bottega Veneta costruisce la propria identità a partire dalla pelletteria artigianale vicentina. Prima ancora di diventare grandi marchi erano botteghe e luoghi di mestiere, nei quali la conoscenza della materia e il sapere artigianale costituivano il principio stesso dell’impresa.
Possiamo leggere allora L.R.P. come una reinterpretazione radicale e contemporanea della tradizione della pelletteria, inscritta nel solco della storia della moda italiana. Radicale, perché assume la pelle come materia identitaria e segno distintivo nel panorama progettuale milanese; contemporanea, perché intercetta le urgenze produttive e ambientali del presente, attraverso pratiche di riutilizzo degli scarti e la ricerca di materiali naturali. E infine eretica, perché nel farlo tradisce deliberatamente i codici rassicuranti del lusso trasformandoli in un linguaggio dissacrante che comunica di eros e trasgressione.
Giovanni e Christian sperimentano con tutto. Pochi giorni fa sono stati contattati con una email alquanto bizzarra: «Buongiorno, stiamo liberano dei magazzini e abbiamo del materiale in pelle che non usiamo più. Si tratta di una cinquantina di copertine di agende e una cinquantina di sottomano da scrivania di colore verde e bordeaux».
E voi esordireste, come ha esordito Giovanni: «Bon e chi cazzo è!?»
TAMOIL Italia!


















