Carlo Giordanetti è CEO Swatch Art Peace Hotel e guida da oltre quindici anni il dialogo tra Swatch e il mondo dell’arte contemporanea, contribuendo allo sviluppo di un progetto culturale riconosciuto a livello internazionale. Attraverso iniziative come lo Swatch Art Peace Hotel di Shanghai e le numerose collaborazioni con artisti provenienti da tutto il mondo, Swatch ha costruito nel tempo una piattaforma dedicata alla creatività, al confronto e alla sperimentazione. In occasione della mostra Flora Fantastica, allestita nella Serra dei Giardini Reali di Venezia, abbiamo conversato con Giordanetti sul significato di questa visione e sul ruolo che l’arte continua ad avere nel percorso del marchio.
Cristiano Seganfreddo: Negli ultimi quindici anni lo Swatch Art Peace Hotel ha ospitato centinaia di artisti provenienti da tutto il mondo. Guardando oggi questa esperienza, qual è stata l’intuizione originaria che vi ha spinto a investire sull’arte non come sponsorizzazione, ma come costruzione di una comunità?
Carlo Giordanetti: Per Swatch lavorare con gli artisti è sempre stata una parte “fondante” del DNA. Innanzitutto perché crediamo nel valore del lavoro dell’artista come contributo fondamentale alla società, poi perché Swatch ha il potere di far entrare l’arte nel quotidiano delle persone grazie alla sua funzione di segnatempo e alla scelta di permettere all’opera d’arte-orologio di essere a portata di tutti. L’intuizione originaria che ha portato alla nascita dello Swatch Art Peace Hotel è una naturale conseguenza di ciò: la volontà di creare un luogo in cui la dimensione spazio-tempo sia a disposizione degli artisti del mondo intero, per permettere loro di esprimersi, svilupparsi e confrontarsi indipendentemente da progetti del brand. La comunità che si forma in maniera dinamica e senza soluzione di continuità a Shanghai è quasi lo specchio della comunità, molto più vasta, di chi sceglie uno Swatch d’artista come espressione del proprio stile.
CS: Lo Swatch Art Peace Hotel è stato definito una comunità creativa globale. Cosa avete imparato osservando per quindici anni persone provenienti da paesi, discipline e generazioni diverse convivere sotto lo stesso tetto?
CG: Siamo testimoni di una dualità che accomuna praticamente tutti gli artisti che sono e sono stati in residenza a Shanghai: una dicotomia tra l’affermarsi di una forte personalità e la disponibilità, talvolta la sfida, a confrontarsi. Uno dei fattori di successo e uno degli indici della riuscita del progetto è sicuramente vedere nascere progetti multidisciplinari, assistere alla contaminazione tra culture e linguaggi diversi, alla nascita di nuove entità creative. Al tempo stesso, osservare come la semplice prossimità fisica faccia sì che centinaia di scintille creative si accendano ogni giorno, e che da alcune di esse nascano esperimenti e nuove vie di espressione artistica, è per noi una grande e preziosa emozione, da cui traiamo entusiasmo e ispirazione continua.
CS: Flora Fantastica arriva a Venezia come una mostra sulle forme vegetali, ma sembra raccontare qualcosa di più profondo: la capacità della natura di immaginare, adattarsi e trasformarsi. Da dove nasce questo progetto?
CG: Flora Fantastica nasce dall’incontro di due presenze silenziose ma potenti. Da un lato, l’osservazione di come la natura affiori, si nasconda o riecheggi nelle ricerche di molti artisti recentemente in residenza, assumendo forme e linguaggi sempre diversi. Dall’altro, la possibilità di accogliere queste opere in un luogo che della natura custodisce il respiro, ne racconta i cicli e da essa continuamente si nutre. Nella Serra dei Giardini Reali la natura ci circonda, “reale” appunto, e attraverso le opere degli artisti si trasforma in altro da sé. I sorprendenti aranceti ricamati di Mustafà Boga, le memorie materiche della luce nei giardini di Shanghai di Stefania Orrù, le cicatrici sui platani della French Concession di Hammer Chen sono natura e ne sono la trasformazione. Sono la testimonianza di come la natura sia arte in sé, e generi arte.
CS: Per molti anni il rapporto tra brand e arte è stato letto come una forma di sponsorizzazione. Nel caso di Swatch ho l’impressione che si tratti piuttosto di un ecosistema. È una definizione che condividi?
Swatch è nata come una rivoluzione industriale svizzera. Oggi può essere letta anche come una piattaforma culturale?
CG: Le risposte a queste due domande sono secondo me strettamente legate. Per Swatch lavorare con gli artisti non è mai stata una scelta opportunistica, ma un’idea portata avanti con leggerezza, autenticità e impegno costante, nata dalla consapevolezza che l’artista possa, grazie a Swatch, veicolare la propria visione e farla vivere nel quotidiano, per strada, fuori dalle pareti di una galleria o di una collezione privata. E che, grazie agli artisti, Swatch diventi objet d’art, ma forse ancor più soggetto di cultura. Una cultura che pulsa, che si muove, che rimane viva. Lo Swatch Art Peace Hotel di Shanghai ne è probabilmente l’espressione fisica più significativa.
CS: Oggi si parla molto di sostenibilità. Pensi che la vera sostenibilità culturale consista nel finanziare progetti o nel costruire comunità?
CG: Più che di sostenibilità, ci piace parlare di responsabilità. In questo senso Swatch è senza dubbio un attore responsabile nel mondo dell’arte contemporanea, grazie all’impegno nell’accogliere sempre nuovi artisti e alimentare la comunità creativa, creando occasioni concrete di incontro con un pubblico ampio. È in questa apertura che si esprime il nostro impegno: celebrare l’energia creativa degli artisti e incoraggiarla con generosità e trasparenza, affinché possa entrare nella vita quotidiana delle persone e diventare un’esperienza emotiva.
CS: Quale artista residente ti ha fatto cambiare idea su qualcosa che ritenevi acquisito?
CG: Una delle cose più belle di questo progetto è che, stando a contatto con artisti di tutto il mondo, non si finisce mai di apprendere. Ci offrono la possibilità di entrare in contatto con il mondo attraverso occhi talvolta inimmaginabili. Il piacere della scoperta di un modo diverso di vedere è un vero dono. Da Juan Olivares ho imparato che definire un colore è pressoché impossibile, perché ricercarne l’essenza è un processo infinito. Da Dorothy M. Yoon il dialogo trasformativo con una pratica terapeutica. Da Stefano Ogliari Badessi il coraggio di immaginare al di là delle leggi della razionalità. Da Yue Minjun la possibilità di lanciare critiche spietate attraverso un immaginario pop e giocoso. Tutti loro, in modi diversi, sono un invito continuo a saltare oltre l’ostacolo.
CS: Shanghai è stata per anni il laboratorio del futuro. Oggi dove si trova, secondo te, il nuovo laboratorio del futuro?
CG: Credo che oggi più che mai il laboratorio del futuro non sia un luogo geografico, la cui fisicità rappresenta per definizione un punto di stallo, ma uno stato mentale, una corrente fluida che muove energia anche grazie alla facilità di comunicazione e di movimento. Mi piace pensare che il laboratorio di un futuro ideale sia ovunque possa esistere uno scambio aperto. E se fosse una Biennale 2.0?
CS: Mi colpisce come Flora Fantastica sembri parlare di biodiversità culturale oltre che biologica. Quanto è importante per voi preservare la diversità delle visioni?
CG: Fondamentale. Come la biodiversità è essenziale per la vitalità di un ecosistema, la diversità delle visioni è ciò che mantiene viva la cultura. Per Swatch ha sempre significato accogliere linguaggi artistici, discipline, generazioni e radici culturali differenti, con l’idea di lanciare provocazioni positive. Flora Fantastica nasce anche da questa convinzione: non esiste un solo modo di guardare la natura, ma una molteplicità di sguardi che la interpretano, la immaginano e la reinventano. È in questa pluralità che risiede la vera ricchezza culturale.
CS: Molti artisti contemporanei lavorano tra arte, design, tecnologia, performance e musica. Le categorie tradizionali hanno ancora senso?
In un sistema dell’arte sempre più orientato al mercato, che spazio rimane per il rischio, l’errore e la sperimentazione?
CG: Proprio perché oggi l’esplorazione di nuove tecnologie permette al linguaggio artistico di essere meno catalogabile che in precedenza, l’errore legato al rischio e alla sperimentazione fa parte dell’evoluzione organica di un linguaggio. D’altronde molte delle svolte più significative, affascinanti e intriganti nella storia dell’arte sono nate proprio da percorsi imprevedibili. E poi, diciamolo: che noia la perfezione. Ma non quando si parla di un orologio.
CS: Flora Fantastica guarda al mondo vegetale. Se dovessi immaginare il futuro dell’arte come una pianta, sarebbe una quercia, un bamboo, una pianta rampicante o una specie ancora sconosciuta?
CG: Mi piacerebbe che l’arte fosse un albero magico, un sempreverde che fiorisce dodici volte all’anno e il cui fiore non ripete mai la stessa geometria. Un albero di fiori su cui api e farfalle arrivino a conoscere la felicità.






