“Animacies” Kunsthaus Merano / Merano di

di 29 Settembre 2026

Il confine tra animato e inanimato non è mai stato neutrale: sulla distinzione tra soggetto agente e oggetto passivo, l’Occidente ha costruito le proprie tassonomie coloniali, dalla classificazione delle risorse naturali alla gerarchizzazione dei corpi. È in questa fessura epistemica che si inserisce “Animacies”, la mostra collettiva curata da Lucrezia Cippitelli e Simone Frangi presso Kunsthaus Merano. Verso la conclusione del programma triennale The Invention of Europe. A Tricontinental Narrative (2024–2027), il progetto si distanzia dalle canoniche ricognizioni geopolitiche per attivare una riflessione sul concetto di animacy formulato dalla teorica Mel Y. Chen nel 2012: la capacità di agire, di provare consapevolezza e di muoversi, ciò che l’Occidente ha storicamente negato a materiali, sostanze e corpi non umani così da poterli disciplinare, estrarre e possedere. 

La mostra non si limita a mettere in fila una serie di opere su un tema, quanto più si comporta come un organismo in cui ogni lavoro accompagna l’altro. Siamo davanti a una contro-narrazione viscerale, dove la materia smette di essere un elemento inerte da osservare e si rivela per ciò che è: un archivio vivente, una cicatrice biologica che pulsa. Questo cortocircuito si avverte sottopelle soprattutto nei lavori che rielaborano la memoria intima della diaspora. Qui lo spazio domestico perde ogni rassicurante familiarità, trasformandosi nel luogo in cui le sostanze e gli oggetti quotidiani trattengono, quasi respirando, i corpi e le storie che li hanno attraversati.

Si entra con Shivanjani Lal, la cui installazione Mere Provaj [I am Remembering] (2024) accoglie il visitatore con sacchi di zucchero acquistati online, capelli materni e fotografie d’archivio di famiglia. Lo zucchero non è merce anonima ma custodisce la memoria silente dei Girmitiya (lavoratori indiani deportati dall’Impero britannico tra Ottocento e primo Novecento verso le piantagioni delle Fiji). Iniziare con quest’opera significa attraversare una soglia domestica. 

Proseguendo, la materia cambia stato ma non intenzione. Nell’installazione e nel video del collettivo viennese Mai Ling (fondato nel 2019), il kudzu – pianta asiatica ridotta in Occidente a infestante, dopo essere stata importata come ornamento – diventa metafora vegetale della stickiness, la viscosità con cui Not Your Ornament (2023) risponde all’ornamentalismo teorizzato da Anne Anlin Cheng: l’esotizzazione dei corpi FLINTA asiatici come superficie decorativa, mai soggetto.
Passare da Lal a Mai Ling significa passare dalla materia come archivio privato alla materia come dispositivo politico dichiarato, un salto di registro che l’allestimento accompagna senza spiegarlo troppo, lasciando che sia lo spazio a produrre la cesura.

Al terzo piano il percorso cambia ritmo. Qui convivono il grande ricamo Redeem (dal 2020) di Ashfika Rahman, nato da un progetto collaborativo sulle convenzioni religiose imposte alle comunità indigene Santal e Oraon del Bangladesh, e le sculture zoomorfe di Bekhbaatar Enkhtur, plasmate in argilla, paglia e c’era d’api. Sono due opere opposte legate dalla stessa domanda: cosa resta della materia quando la sua funzione viene ridefinita da un potere esterno?
Rahman lavora per accumulazione, i sari raccolti sul posto si stratificano nel ricamo come una pelle sociale che porta i segni di ogni negoziazione identitaria subita.
Enkhtur lavora per dissoluzione, le sue creature sono destinate a deteriorarsi, e proprio in questa fragilità che rifiutano la pretesa occidentale di permanenza del manufatto artistico. Il dialogo di queste opere all’interno della sala restituisce a piano che cosa significa trattare la materia come agente e non come supporto. 

Il percorso si chiude con Elia Nurvista e il suo murales site-specific della serie Long Hanging Fruits (dal 2020), realizzato con olio di palma come pigmento pittorico. L’artista ripercorre l’introduzione della pianta in Indonesia a opera dei colonizzatori olandesi per arrivare, senza alcun moralismo didascalico, a un prodotto che oggi affolla gli scaffali di ogni supermercato europeo. La stessa disinvoltura estrattiva denunciata nella prima sala con l’opera di Lal, ora viene rovesciata sul nostro consumo quotidiano. Chiudere la mostra con questo lavoro dimostra la volontà di restituire uno sguardo critico al visitatore. 

È proprio nella tessitura di questi rimandi incrociati che “Animacies” rivela la propria coerenza. Sottraendo la cultura materiale alla passività concettuale, la mostra non si limita a denunciare l’asimmetria delle relazioni globali, ma ne scardina la radice epistemologica. Inquadrato nella più ampia cornice di The Invention of Europe, il progetto dimostra come l’identità del nostro continente non sia una coordinata stabile, ma un costrutto storicamente dipendente da ciò che ha tentato di subordinare, rimuovere o forzatamente tradurre. Riattivando la vitalità interna della materia – tessile, biologica, alimentare – diventa così una forma di disubbidienza concettuale che, più che chiudere un discorso lo lascia aperto a chi esce dalla mostra. 

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Aurora Mina