“Non fotografo mai soltanto un corpo o un’identità, fotografo la relazione che si crea tra me e quella persona. È in quello spazio di fiducia, di prossimità e di scambio che l’immagine prende forma. Per questo il mio lavoro è tanto legato alla fotografia quanto all’incontro.”
Ambrosia Fortuna
Ho sempre pensato all’inclusività come alla possibilità di lasciare spazio alle differenze, senza ordinarle o renderle più facili da comprendere. Per me significa permettere a identità, esperienze e punti di vista diversi di convivere mantenendo la propria complessità. È qualcosa che ritorna spesso nei miei progetti. In “Napoli Infinita” cercavo contrasti, voci e punti di vista lontani tra loro, perché mi interessa costruire racconti aperti, plurali. Con Eravamo notte, ora siamo giorno questo pensiero è diventato ancora più personale.
Ambrosia ha fotografato persone che conosceva, amava e con cui condivideva una parte della propria vita. Curare la mostra significava dare spazio a quelle immagini, lasciando che ogni presenza conservasse la propria identità e la propria storia. Volevo che potessero essere guardate nella loro verità, anche quando fragile, contraddittoria o difficile da definire. Oggi creare conversazioni è più importante che produrre dichiarazioni. Una conversazione vera può portarci davanti a qualcosa che ancora non conosciamo e spostare il nostro sguardo. Richiede presenza, attenzione, ascolto, anche quando i punti di vista rimangono distanti.
La mostra è stata importante per me perché ha creato questo incontro. Ha portato dentro un museo vite capaci di cambiarne lo spazio, anche solo per pochi giorni. Per me l’inclusività comincia da qui: dalla possibilità di restare diversi e continuare a parlarci.





