Flash Art utilizza solo cookie strettamente necessarie per il funzionamento del sito, per il legittimo interesse nel migliorare l'esperienza online e per rendere possibile o facilitare la comunicazione. Per maggiori informazioni consulta la pagina Termini & condizioni

Flash Art
Flash Art
Shop
  • Homepage
    • Flash Art Italia 367
    • Prospettive
      • VETRINA
      • RECENSIONI
      • CONVERSAZIONI
      • CURRICULUM VITAE
      • Sulla moda
  • Speciale Biennale
  • COSTELLAZIONI
    • ISTANTANEE
    • VISUAL STORY
  • CICALA
  • ESILIO
  • FLASH ART ARCHIVE
    • In archivio
  • FLASH ART ITALIA AWARD
  • DUNE
  • In copertina
    • Shop
    • Abbonamento
    • Edizione digitale
    • CONTATTI
→
Flash Art

PROSPETTIVE

20 Ottobre 2026, 12:41 pm CET

Ecologie sommerse. Adelita Husni Bey in dialogo con Sara Alberani a Short Theatre di Irene Angenica

di Irene Angenica 20 Ottobre 2026
1
2
3
4
Adelita Husni Bey, Still images from Like A Flood, 2025. Courtesy dell’artista.
1
2
3
4
Adelita Husni Bey, Still images from Like A Flood, 2025. Courtesy dell’artista.
1
2
3
4
Veduta della conversazione tra Adelita Husni Bey e Sara Alberani, Short Theatre 2026
1
2
3
4
Veduta della conversazione tra Adelita Husni Bey e Sara Alberani, Short Theatre 2026

Like a Flood, l’opera audiovisiva di Adelita Husni Bey commissionata dalla Sharjah Art Foundation e presentata alla 16ª Sharjah Biennial, è stata presentata a Short Theatre 2026 in versione monocanale fungendo da introduzione e premessa all’incontro pubblico, all’interno del programma CLASSE, con la curatrice Sara Alberani di LOCALES e al workshop, Water Infrastructures, Water Insurgencies, che nei giorni successivi alla proiezione ha portato un gruppo di lavoro lungo il Tevere.
Le informazioni riportate nel seguente articolo derivano da uno scambio diretto con l’artista Adelita Husni Bey e da estratti del dialogo avvenuto tra l’artista e la curatrice Sara Alberani lo scorso 10 settembre.

Il film, nato da una conversione dalla versione ambientale e multicanale pensata per Sharjah, si articola in tre capitoli. Il primo nasce dall’incontro, all’interno del Museo delle Civiltà di Roma, con un corpus fotografico legato ai progetti coloniali italiani in Africa: l’archivio dell’IsIAO – l’Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente. Questo archivio condivide con il museo la stessa origine ex-coloniale e all’interno della sua sede ha una collezione fotografica vastissima realizzata dagli italiani, soprattutto a scopo di propaganda e di sorveglianza militare, che copre un arco temporale che va dalla fine dell’Ottocento fino agli anni Quaranta e Cinquanta, ben oltre la fine del dominio coloniale in senso stretto. Molte di queste immagini sono, di fatto, veri e propri strumenti di mappatura idrica compiuti dall’amministrazione coloniale per documentare l’andamento delle acque: fotografie che documentavano l’assorbimento dell’acqua nel terreno dopo un’alluvione, funzionando di fatto come strumento di analisi; la rete di pozzi attraverso cui l’amministrazione coloniale sottraeva acqua a determinate zone per veicolarla verso le città e i villaggi coloniali. Una violenza che nel racconto dell’artista è duplice perché investe sia sul territorio sia sulla mobilità di un popolo — quello libico, all’epoca ancora in parte nomade — costretto alla sedentarizzazione proprio dalla sottrazione dei punti di approvvigionamento tradizionalmente usati nelle oasi. Un sistema idrico organizzato, ricorda Husni Bey, esisteva in Libia ben prima dell’arrivo degli italiani e risaliva già all’epoca romana, con un’estasa rete di acquedotti, e aveva conosciuto una successiva modernizzazione in epoca ottomana. Questo dato rimosso si scontra con la retorica coloniale del “luogo selvaggio, senza acqua, da modernizzare”.

Il secondo capitolo cambia registro, assumendo un taglio documentario, con interviste a una poetessa e due poeti e leader politici della regione del Jebel al Akhdar, in Cirenaica. È il capitolo in cui il film affronta il nodo più scoperto della ricerca, ovvero il genocidio coloniale italiano, con l’uccisione di circa un terzo della popolazione locale e la deportazione in campi di concentramento che, risulta da fonti storiche documentate, furono visitati e studiati persino da parte del regime nazista. Una storia che è stata ampiamente documentata attraverso il mezzo fotografico dai coloni italiani e che è sempre stata volutamente tenuta nel rimosso culturale nazionale, mentre dal popolo libico è stata tramandata soprattutto attraverso la poesia e il racconto orale.

Il terzo capitolo, il più tecnico e visivamente astratto dei tre, dà voce a un registro completamente diverso in cui economisti e scienziati legati a grandi istituti e università americane, che lavorano per istituzioni finanziarie sovranazionali, vengono intervistati sulle politiche di risposta alla crisi climatica. Il film mette in discussione la loro visione lasciando emergere le contraddizioni interne al loro stesso linguaggio: la consapevolezza, dichiarata dalle stesse fonti intervistate, di un’inerzia sistemica che nessuna di quelle istituzioni sembra in grado di correggere, pur essendo proprio quelle istituzioni a costruire le strutture finanziarie e politiche che dovrebbero permettere di gestire la crisi climatica.

È da questo terzo capitolo che si sviluppa, nel talk Le ecologie del sommerso con Sara Alberani, la critica dell’artista al concetto di “adattabilità climatica”: una nozione che ha una dimensione di razza, classe e genere sistematicamente rimossa dal discorso pubblico — chi sopravvive alla crisi climatica lo fa in virtù di risorse economiche e geografiche (potersi permettere un luogo più fresco, l’aria condizionata), non per merito individuale. Un’adattabilità proposta, non a caso, attraverso soluzioni tecnologiche che rimandano alla stessa retorica, osserva Husni Bey, con cui l’Italia coloniale giustificava l’imposizione tecnologica sulla popolazione libica, cancellando le pratiche preesistenti in nome del progresso che arriva a “salvare” i presunti selvaggi costringendoli ad adattarsi. Un continuum coloniale che l’artista rintraccia anche in un’infrastruttura concreta, la Litoranea libica costruita dagli italiani lungo la costa tra Tripoli e Bengasi — il cui studio, condotto da Emilio Distretti è parte integrante — le cui manutenzioni sono oggi ancora affidate ad aziende italiane, in un rapporto economico che continua più a “ripulire” l’immagine dell’Italia coloniale che a farci realmente i conti.

Il dialogo con Sara Alberani, che affianca la presentazione del film, rimanda a una collaborazione dialogica amicale di anni, dai workshop di La Collezione in Tumulto al Museo delle Civiltà — un percorso triennale nato per riattraversare l’archivio coloniale del museo attraverso un approccio femminista e di autocoscienza, insieme alle lavoratrici e alle ricercatrici dell’istituzione — fino al programma di quest’anno. Nel talk, Alberani porta la propria ricerca parallela, innestata sulla stessa domanda ma spostata sul territorio italiano: l’alluvione che nel maggio 2023 ha colpito la sua casa in provincia di Ravenna, e il lavoro di suo padre, operaio strumentista nell’impianto petrolchimico della zona dal 1971, esposto per decenni al cloruro di vinile monomero — la sostanza cancerogena alla base delle lotte operaie e ambientaliste nate a Porto Marghera negli anni Settanta, quando i corpi malati degli operai si ricongiunsero con la lotta ambientale e quella di classe. Alberani lega esplicitamente i due piani in chiave femminista: il fatto che per decenni i lavoratori non abbiano denunciato ciò che accadeva ai loro corpi ha ritardato di anni le prime tutele sindacali sulla sicurezza. Questo nodo della ricerca condotta da Alberani allarga il campo dalla Libia all’Italia, dall’acqua sottratta all’acqua che allaga, dall’estrazione coloniale all’estrattivismo energetico contemporaneo — comprese le più recenti attività offshore di Eni nel Mediterraneo, dal Nord Africa fino, secondo quanto riportato da Alberani, a un accordo di esplorazione firmato con Israele nel 2022. Il filo che le due lavoratrici culturali mettono in tensione è quello della “zona di sacrificio” dove territori — libici, ma anche italiani, da Marghera a Ravenna — su cui una promessa di modernità e progresso economico si è tradotta in un terreno compromesso in modo pressoché irreversibile, i cui costi ricadono in modo diseguale su chi quel territorio lo abita.

Nel talk, Husni Bey insiste anche su una distinzione metodologica che orienta l’intero progetto ovvero quella tra critica istituzionale e critica infrastrutturale, riprendendo la concettualizzazione della critica infrastrutturale di Marina Vishmidt. La prima, dice, rischia di limitarsi ad aggiungere contenuti critici dentro strutture che restano intatte, come ad esempio quella di un museo che ospita un discorso decoloniale senza cambiare i propri rapporti di potere, i propri sponsor, il modo in cui tratta chi ci lavora. La seconda segue invece il denaro e le infrastrutture stesse, come il gas e l’acqua, fino alle loro radici coloniali ed economiche. È questo approccio, condiviso con Alberani, a tenere insieme la ricerca sulla Libia e quella sull’Adriatico, in un continuum che attraversa il Mediterraneo centro-orientale e che rimanda a volte implicitamente, altre volte esplicitamente, alla questione palestinese dove Israele detiene il controllo sulle infrastrutture idriche palestinesi.

Da questo dialogo nasce anche il workshop che Husni Bey e Alberani hanno condotto nei giorni successivi al talk, Water Infrastructures, Water Insurgencies, curato da LOCALES con il sostegno della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura. L’attività si è sviluppata in due giornate di cammino e attraversamento lungo il Tevere, pensate come estensione pratica della ricerca teorica — un modo, dicono le due, per tornare a “stare vicino” al fiume invece che allontanarsene dietro argini sempre più alti, e per interrogare collettivamente cosa lascia, alla fine, il fango di un’alluvione. Un gesto insieme artistico e politico, che nasce dalla convinzione, condivisa da entrambe, che alle lavoratrici e ai lavoratori della cultura spetti anche il compito di elaborare nuove pratiche laddove la politica e l’economia non hanno ancora risposte.

Condividi questo articolo
  • Facebook
  • Twitter
  • Mail
Altri articoli di

Irene Angenica

Ambrosia Fortuna. Eravamo notte, ora siamo giorno

12 Ottobre 2026, 5:09 pm CET

“Non fotografo mai soltanto un corpo o un’identità, fotografo la relazione che si crea tra me e quella persona. È…

Approfondisci

Libertà è Critica. Una conversazione con Angelo Flaccavento

12 Ottobre 2026, 11:11 am CET

La moda è forse il più instabile dei linguaggi contemporanei: cambia mentre la si osserva, si consuma mentre produce desiderio,…

Approfondisci

I’ll be your mirror. Una conversazione con Inès Michelotto

6 Ottobre 2026, 11:40 am CET

Leonardo Bentini: Vorrei iniziare subito confidandoti che, appena ho visto i tuoi dipinti, non so perché, la prima cosa…

Approfondisci

Invenzioni Disperate. Una conversazione con Davide Stucchi

30 Settembre 2026, 3:20 pm CET

Michele D’Aurizio: Fino al prossimo 4 ottobre, la Triennale di Milano ospita la tua mostra “Temporary Rooms”, un’installazione in quattro…

Approfondisci

  • Precedente

    Ambrosia Fortuna. Eravamo notte, ora siamo giorno

© 2026 Flash Art

  • Termini & condizioni