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348 Mar-Apr 2020, Recensioni

2 Aprile 2020, 9:00 am CET

Esther Kläs “Maybe It Can Be Different” Fondazione Giuliani / Roma di Cecilia Canziani

di Cecilia Canziani 2 Aprile 2020
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Esther Kläs, “Maybe It Can Be Different”. Veduta della mostra presso Fondazione Giuliani, Roma, 2020. Fotografia di Giorgio Benni. Courtesy Fondazione Giuliani, Roma.
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Esther Kläs, “Maybe It Can Be Different”. Veduta della mostra presso Fondazione Giuliani, Roma, 2020. Fotografia di Giorgio Benni. Courtesy Fondazione Giuliani, Roma.
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Esther Kläs, Further, 2018. Alluminio. 3 x 870 x 8 cm. Fotografia di Giorgio Benni. Courtesy Fondazione Giuliani, Roma.
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Esther Kläs, “Maybe It Can Be Different”. Veduta della mostra presso Fondazione Giuliani, Roma, 2020. Fotografia di Giorgio Benni. Courtesy Fondazione Giuliani, Roma.
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Esther Kläs, “Maybe It Can Be Different”. Veduta della mostra presso Fondazione Giuliani, Roma, 2020. Fotografia di Giorgio Benni. Courtesy Fondazione Giuliani, Roma.
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Esther Kläs, green/black, 2017. Lana. 240 x 185 cm. Fotografia di Giorgio Benni. Courtesy Fondazione Giuliani, Roma.
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Esther Kläs, Room 2, 2019. Dettaglio. 9 pezzi d’alluminio, 4 disegni. Dimensioni variabili. Fotografia di Giorgio Benni. Courtesy Fondazione Giuliani, Roma.
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Esther Kläs, Room 2, 2019. Dettaglio. 9 pezzi d’alluminio, 4 disegni. Dimensioni variabili. Fotografia di Giorgio Benni. Courtesy Fondazione Giuliani, Roma.
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Esther Kläs, Room 2, 2019. Dettaglio. 9 pezzi d’alluminio, 4 disegni. Dimensioni variabili. Fotografia di Giorgio Benni. Courtesy Fondazione Giuliani, Roma.
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Esther Kläs, NY/THERE, 2018. Olio su carta. 142,9 x 129,5 cm. Fotografia di Giorgio Benni. Courtesy Fondazione Giuliani, Roma.
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Esther Kläs, NY/SKY, 2018. Olio su carta. 147,3 x 121,9 cm. Fotografia di Giorgio Benni. Courtesy Fondazione Giuliani, Roma.

Nel dialogo con Adrienne Drake, pubblicato per la mostra, Esther Kläs racconta di come le opere abbiano iniziato a prendere forma dopo aver formulato il titolo: a partire cioè dall’ipotesi di una differenza percorribile, di uno scarto, di un movimento diverso, di un punto di vista differente che fa spazio a nuove cose.
Concepita come unico corpus di opere che si dispiegano e richiamano di stanza in stanza, la mostra “Maybe It Can Be Different” alla Fondazione Giuliani prende corpo attorno a un luogo eccentrico: non il pavimento, che è il luogo della scultura moderna, ma più in alto, ad altezza, più o meno, del gomito, e da lì, senza raggiungerlo, verso il soffitto. Un luogo individuato come punto energetico, dove le forme si rapprendono e si precisano, e indicato dalla scultura in alluminio che si estende in orizzontale su tutta la parete d’ingresso della fondazione, come un corrimano; dall’altezza a cui sono posizionati i disegni; dal gesto descritto e ripetuto dall’artista nel video posto a snodo tra le due aree principali dello spazio; dagli alti cavalletti da lavoro che innalzano tre grandi sculture in resina bruna; infine, nelle due ultime sale, dall’altezza raggiunta dalle sculture in alluminio ordinate su due file e appese con il fil di ferro al soffitto.
La linea come disegno dello spazio che può generare una forma è una caratteristica del lavoro dell’artista tedesca, e torna anche in questa occasione: il corpus di sculture realizzate per questa mostra sembra trasporre in un volume i segni che solitamente appaiono nelle grandi carte, e del resto sempre di spazio si tratta, sia esso tridimensionale o bidimensionale. Sono segni corporei, mai astratti – gesti, quindi: modellare, stringere, e scavare il vocabolario della scultura. Lo spazio dell’opera, questa area mediana che le diverse sculture indicano in ogni stanza della fondazione, questo luogo insolitamente alto, che ci costringe a cambiare – appena, eppure con forza – punto di vista, non è solamente il luogo dove le opere sono state installate, ma la condizione a priori dell’opera: vale a dire che l’artista, il cui corpo è sempre misura dell’opera, ha raggiunto un punto più alto, modellando rapidamente il polistirolo e l’argilla esattamente all’altezza in cui poi avrebbe disposto il lavoro finito. È importante in questa mostra analizzare i processi: una materia agile, povera, leggera da modellare liberamente, quasi in volo, la cui forma viene plasmata in un materiale permanente, ma ancora leggero: alluminio e resina. È una scultura che per la sua posizione sembra tendere al monumento, ma che continuamente invece cerca lo spettatore, come a volerlo prendere per mano. Non c’è narrazione, ma un corpo a corpo cercato e negoziato con lo spettatore, perché la scultura è questo – pensare con le mani, con i piedi, con lo spazio che occupiamo, o al quale tendiamo.

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