Rendere materiale l’immateriale: una conversazione con Penny Goring di

di 29 Aprile 2021

Caroline Elbaor: Prima di iniziare volevo congratularmi con te per queste due mostre rispettivamente da Federico Vavassori a Milano e da Arcadia Missa a Londra. Questo mi porta a domandarti se queste due personali siano state pianificate in coincidenza una con l’altra, oppure se questo tempismo sia stato frutto del caso.
Penny Goring: Il tempismo è stato casuale, la programmazione di entrambe le mostre è cambiata a causa delle restrizioni per il Covid-19, e il risultato è stato che la mostra di Londra ha aperto molto tempo dopo quella da Federico Vavassori a Milano. Le opere presenti nelle due mostre sono state realizzate in momenti diversi e appartengono a serie differenti.

CE: Puoi parlarmi delle singole mostre? Come hai deciso quali opere includere e dove esporle? In altre parole, come ti senti rispetto al fatto che le due mostre esistano allo stesso tempo, ma come entità separate? O al contrario, pensi che funzionino in modo inestricabile, lavorando l’una con l’altra, in tandem?
PG: Le due mostre sono entità separate che sono allo stesso tempo inestricabili – perché sono mie, e tutto ciò che faccio è inevitabilmente intrecciato e connesso. Creare per me significa accumulare continuamente, ogni pezzo conduce a quello successivo, oppure nasce dalla mia produzione precedente. Nel corso del tempo le idee vengono sommerse, per poi riemergere. Guardo allo stesso tempo verso il futuro e al passato, esplorando sempre medium diversi, nuovi approcci, o rivisitando e ampliando metodi e temi già affrontati.

CE: Nonostante le mostre siano distinte l’una dall’altra, entrambe fissano perfettamente il momento che stiamo vivendo. Le opere presenti da Arcadia Missa sono state realizzate tra la seconda metà del 2019 e gennaio del 2020, poco prima della pandemia, mentre la maggior parte dei lavori in mostra da Federico Vavassori sono stati prodotti successivamente, durante il lockdown. È come se ci fosse un pre-Covid e un post-Covid, due cicli di opere separati dal tempo e da una catastrofe mondiale. In entrambe le mostre, le opere differiscono nella forma: dalle grandi sculture di bambole e quadri figurativi su tela a Londra, ai dipinti astratti su velluto a Milano.
PG: Aggiungerei che le opere in mostra da Arcadia Missa intitolata “No Escape from Blood Castle” appartengono le une alle altre, sono state realizzate per essere esposte insieme, sono come intrappolate all’interno del “castello di sangue”, termine con cui indico le strutture capitaliste da cui nessuno di noi può fuggire. Anche i lavori da Federico Vavassori appartengono a un unico corpus di lavori, e costituiscono un giardino infernale dove l’idea di poter vivere senza tormenti è solo un lusso invidiabile, un sogno, qualcosa a cui aspirare – uno status mentale che si può raggiungere solo in brevi momenti di negazione o illusione. Il titolo della mostra, “Those who live without Torment”, non si riferisce direttamente al mondo esibito in mostra, quanto piuttosto a tutto ciò che manca ad esso, ovvero quella pace mentale senza la quale molti sono costretti a vivere.
Come d’altra parte le sculture di bambole presenti da Arcadia Missa non rappresentano letteralmente lo smembramento. I loro sono danni metaforici, ogni bambola è un’entità che incarna e manifesta un particolare stato emotivo, e rappresenta il tentativo di trasmettere emozioni intense e discrete, mostrando cos’è il dolore e ciò che si prova, come accade in Grief Doll (2019). Grief Doll indossa sempre un “fiore di dolore” sul petto, su cui si riversa costantemente un fiume di dolore, rappresentato dal lungo stame di velluto che scorre dal centro fino al pavimento – la dimostrazione di come il dolore possa essere un’esperienza fisica che distorce le percezioni e i sensi.

CE: Doom Doll (2019) è una bambola più piccola, probabilmente a misura di bambino, che ha una gamba amputata e una benda sugli occhi. Esprime vulnerabilità perché è impotente e in un certo senso condannata. L’amputazione però non ha l’intento di scioccare o suscitare sensazioni raccapriccianti – sulla ferita c’è una toppa di velluto scarlatto cucita a mano, è quasi elegante; il resto della gamba diventa commovente in modo insopportabile, e la benda, che indica inequivocabilmente la mancanza di ogni difesa, è composta da una pezza di lino color pesca ricamato che hai conservato per vent’anni.
PG: Realizzo queste sculture di bambole con tanto amore, onorandone le emozioni, le fragilità, i sintomi che derivano dall’atto del vivere, e allo stesso tempo do loro un linguaggio visivo che fa sì che ognuna metta in scena la propria condizione particolare. Le bambole esposte in “No Escape From Blood Castle” esprimono esplicitamente i propri sentimenti.

Estratto da: No Escape From Blood Castle

GHOST TOURIST
DEVIL SCAMMER
FIBBING DRIVER
KNIFE BUZZ

HIP FLASK
BIGGER BIJOUX
MERCY FUCKER
BAG BIRD

GOLDEN BOLLOCKS
FUTURE BACON
ABSTRACT GAMBLE
CAPS LOCK

DARKER MATTER
DEEPER LOTION
TOXIC CIRCUS
DEATH TOLL

SEE-THROUGH NYLON
DISCO STRIPPER
FEVER FLOWER
BOMB DROP

BLOODY CASTLE
DOLLY MOTION
SUGAR WIDOW
CLOCK STOP

I titoli di entrambe le mostre derivano da poesie che stavo scrivendo durante la loro produzione. Queste poesie accompagnano le mostre, e funzionano anche da comunicati stampa. Personalmente le immagino come una sorta di prolungamento naturale delle esposizioni, perché sono il prodotto scritto di un pensiero, l’immaginazione e la visualizzazione che informa e spinge il lavoro. Le poesie sono la traccia materiale di ciò che è immateriale, come gli aspetti fondativi del mio processo, ed esistono come medium alternativo che posso utilizzare. Nascono spontaneamente durante la realizzazione di un’opera e si riferiscono specificatamente al contenuto di ogni singola mostra. Nella mia mente, queste poesie racchiudono i temi delle mostre, ma sono anche opere individuali in sé stesse e per sé stesse.

Queste poesie sono uno sguardo lucido all’interno di ciò che è contenuto nei miei quaderni da disegno, per me una sorta di diario dove solitamente tengo nota del mio mondo interiore – uno sfrenato mash-up di tutto quello che provo, sento, vedo, penso o sogno, compresi telefilm e libri. Un tutto che mi tocca abbastanza da volerlo esplorare attraverso disegni e parole scarabocchiate. È il mio luogo di libertà. Questi quaderni sono, in qualche modo, la mia fonte primaria, dove ha origine tutto quello che faccio, e dove le poesie compaiono per la prima volta, come note a piè di pagina, diatribe, osservazioni, liste, promemoria, istruzioni, o messaggi per me stessa.
“Those who live without Torment” è un giardino selvaggio e pericoloso, un luogo dove i pochi individui fortunati che vivono senza tormento non vorrebbero mai stare. La serie di dieci dipinti su velluto realizzati per questa mostra sono astratti, ma potrebbero anche suggerire delle forme di piante infestate da insetti. Questo particolare aspetto delle opere e le poesie che ho scritto mentre le realizzavo sono gli elementi che mi hanno suggerito l’idea del giardino tormentato. Abbiamo successivamente ampliato questo aspetto selezionando tre opere della mia produzione precedente: Emergency Fence (2016), Doom Tree (2016) e Wrong Rabbit (2017), che sembrano quasi essere state realizzate appositamente per il giardino.
Emergency Fence è una recinzione suburbana delle tradizionali siepi in ligustro, ma è appesa al contrario su una parete della galleria. In questo modo, le due lunghe estremità appuntite, che dovrebbero essere piantate nel terreno così che la recinzione rimanga salda e dritta (sulla circonferenza del tuo prato perfetto a marcare il confine della tua proprietà e della tua vita felice e sicura), sono invertite diventando delle armi di autodifesa – le due punte affilate sono un avvertimento, perché qui ci sono dei pericoli da cui devi proteggerti, e queste recinzioni graziose devono essere sovvertite, riproposte, perché l’emergenza incombe su di noi. Emergency Fence potrebbe uccidere, se necessario.
Accanto troviamo Doom Tree con i suoi rami pendenti ricamati con una poesia in filo scarlatto su velluto nero. Questo albero sembra essere sopravvissuto alla prova del fuoco – è un albero-poesia, è una poesia del destino, tra i cui rami si legge:

we invented love without loving
we trust in the grief of the night
give me the world
yes please thank you
poison poison

Anche Wrong Rabbit fa parte di questo giardino selvaggio e sbagliato. È sbagliata la forma, è sbagliato colore, è precisamente sbagliato, ed è ricamato con parole che proclamano questa sua condizione: “Wrong Feeling, Wrong Face, Wrong Heart, Wrong Leg”. Nascosta al suo interno c’è anche la frase “Stolen From Penny”, ricamata, che suggerisce la mia ambivalenza segreta nel lasciare andare questa cosa sbagliata, nonostante io vi abbia volontariamente rinunciato. Trovo che l’idea del “coniglio sbagliato” che mi viene sottratto sia evocativo di molte perdite, per esempio del tempo che ruba la giovinezza.

Estratto da: Those who live without Torment

300 pink and yellow butterflies
and they will never die
and they will live for 48 hours
and they will never die
today i am wearing voluminous powder blue dress, waist-high fuchsia knickers, strappy red wedge sandals, heart, what didn’t kill me
Fragile gestures towards Freedom from Fuckery

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