Passaggi. Jannis Kounellis “Untitled” 10·Corso·Como / Milano di

di 10 Giugno 2026

Settanta cappotti appesi a ganci simili a quelli dei macelli. Una sequenza precisa che segue un ritmo ondulato, animale. Quasi un bassorilievo. Chissà cosa penserebbe Akakij Akakievič Bašmačkin guardando tutti quei cappotti, mi sono subito chiesto appena entrato nell’installazione-mostra “Untitled” di Jannis Kounellis – a cura di Alessio De Navasques nel gigantesco spazio vuoto e minimale di 10·Corso·Como. Lo immaginavo fluttuante e demoniaco aggirarsi a mezz’aria tra i riflessi dei bicchieri e i vestiti neri degli ospiti presenti in sala durante la serata dell’opening. In “Il cappotto” – uno dei Racconti di Pietroburgo (1842) dello scrittore russo Nikolaj Vasil’evič Gogol’–, Akakij Akakievič incarna l’inquietante danza tra desiderio e classe sociale; come un fiammifero si consuma veloce, lasciando a questa relazione tra volere e potere, troppo spesso mediata da una burocrazia fallimentare, sconclusionata e severa, un finale amaro e gelido. Il racconto dello scrittore russo termina infatti in una psicosi degenerativa della personalità del povero impiegato, che derubato, oltre del cappotto anche della sua compulsiva quotidianità, muore stremato.

Forse Kounellis ha pensato proprio a lui quando nel 2009 ha raccolto tutti quei soprabiti per realizzare l’installazione. Un omaggio ai malcapitati sotto l’ira del fantasma di Akakievič. Lì, appese, quelle vesti sembrano presenze-assenze, gusci vuoti di persone che una volta ne occupavano lo spazio interno, e che vestendoli ne deformavano una manica, poi l’altra; riempivano le tasche e stringevano i colletti al collo per ripararsi dal freddo invernale. 
Se da una parte i settanta cappotti appesi generano l’immagine di un’assenza, dall’altra anche quella di un ritorno; e questa dicotomia tra presenza-assenza, questo costante movimento di forme, quasi fosse una marea increspata sul muro, sembra richiamare all’evidente rapporto dell’opera con il concetto di nomadismo. L’immagine “migratoria” infatti è intrinseca della pratica di Kounellis già dall’esordio nella galleria La Tartaruga di Roma nel 1960, quando rese subito chiaro come la sua ricerca si sarebbe incentrata sul rifiuto di prospettive individualiste verso una pratica tesa all’Altro: moltitudine, partecipante, pubblico e collettivo. Kounellis, negli anni successivi, sembra pian piano scorticare un certo tipo di patinatura per avvicinarsi sempre di più all’utilizzo di elementi evocativi, minimali, vivi e organici; fino ad arrivare al 1969, anno in cui presenta – presso la galleria L’Attico di Fabio Sargentini, a Roma – l’opera Untitled (Dodici cavalli vivi). I cavalli, esposti lungo il “confine” rettangolare dello spazio espositivo: i quattro lati del perimetro della galleria; vivono e allo stesso tempo “sconfinano” questa superficie, superando il margine che separa pubblico e galleria, opera e artista, rendendo il lavoro stesso etimologicamente «animale». L’opera in questo senso si propone come una rivoluzione meta-pittorica, che se da una parte richiama al formato rettangolare del dipinto, dall’altra esubera. 

È inevitabile quindi, pensando a “Untitled”, non protrarsi verso il rapporto che la ricerca di Kounellis ha avuto con Germano Celant, che già dalla teorizzazione del movimento dell’Arte Povera, analizza la relazione tra opera e “movimento” da una prospettiva ibrida e concettuale. In una conversazione alla Normale di Pisa nel 2006 con lo stesso Kounellis, Celant descrive questo “movimento” come «uno spostamento generazionale da una dimensione statica a una nomade, vagabonda», conseguenza anche allo stravolgimento dei confini post guerra. Una metafora generazionale per descrivere in realtà una ricerca più profonda e intuitiva sui medium, quella appunto dell’interdisciplinarietà che ha caratterizzato quell’innovativa stagione artistica. 
E se da questa prima lettura Kounellis lacera la soglia delle molteplici possibilità del “fare” verso il superamento delle categorie, dei confini e delle pratiche verso una sublimazione organica e viva dell’opera; gli spazi di 10·Corso·Como sembrano evidenziare ancora di più il carattere complesso e alieno di tutta la sua ricerca. 

Untitled (2009) appare qui, infatti, come una riflessione sul rapporto tra arte e moda, di cui tra l’altro Celant ha lasciato qualche traccia in Artmix (2008). I cappotti di Kounellis infatti non sono lontani dalle immagini delle collezioni del minimalismo giapponese di Yohji Yamamoto per esempio; dove il nero, senza logo, senza immagine, diventa un vuoto estemporaneo che il corpo abita, un’ombra più che un’immagine. Questa dimensione brutalista del vestito, che assorbe più che riflettere, che non luccica ma si ossida, sembra riflettere una condizione intrinseca all’opera di Kounellis, ovvero che il vestito diventa un calco, perde la sua dimensione decorativa del corpo, e proprio abbandonandolo diventa traccia di un passaggio.

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Leonardo Bentini