Flash Art utilizza solo cookie strettamente necessarie per il funzionamento del sito, per il legittimo interesse nel migliorare l'esperienza online e per rendere possibile o facilitare la comunicazione. Per maggiori informazioni consulta la pagina Termini & condizioni

Flash Art
Flash Art
Shop
  • Homepage
    • Prospettive
      • VETRINA
      • RECENSIONI
      • CONVERSAZIONI
      • CURRICULUM VITAE
      • Sulla moda
  • Speciale Biennale
  • COSTELLAZIONI
    • ISTANTANEE
    • VISUAL STORY
  • CICALA
  • ESILIO
  • FLASH ART ARCHIVE
    • In archivio
  • FLASH ART ITALIA AWARD
  • DUNE
  • In copertina
    • Shop
    • Abbonamento
    • Edizione digitale
    • CONTATTI
→
Flash Art

Conversazioni, Flash Art Italia 367

28 Settembre 2026, 8:20 pm CET

La moda non è il lusso. Una conversazione con Michele Ciavarella  di Cristiano Seganfreddo

di Cristiano Seganfreddo 28 Settembre 2026

Cristiano Seganfreddo: La moda ha costruito per decenni il proprio potere sull’obsolescenza. Oggi, invece, vende soprattutto permanenza: icone, heritage, archivi, prodotti destinati a non cambiare. Può ancora esistere moda senza la promessa che ciò che vediamo oggi sarà presto superato? 

Michele Ciavarella: Se obsolescenza vuol dire andare in disuso, allora sì, la moda ha costruito la sua fortuna, direi ideologica e pratica, sul cambiamento. Anche perché non poteva fare altrimenti: “à la mode” (alla moda) è pur sempre il troncamento dell’espressione “à la moderne” con cui Louis XIV ordinava ai suoi ministri le riforme per rendere moderno (cioè corrispondente al suo tempo, appunto), lo Stato francese. Quindi, moda vuol dire “innovazione” che è il contrario della conservazione con la quale non si può leggere il tempo che cambia. Icone, heritage, archivio e simili sono gli strumenti-trappola, oserei dire concepiti da un diavolo distruttore, con i quali alcune aziende hanno orientato i loro prodotti alla continuità volendo convincere i clienti che un cappotto è per sempre, come un diamante. Quindi un oggetto di lusso immutabile che denuncia uno status socio-economico e non un’idea etico- estetica. Ecco perché il quiet luxurynato da questo concetto è diventato la divisa di una classe danarosa che non sapendo gestire la propria immagine in evoluzione si affida alle certezze del “sempre uguale purché di qualità”. Scelte che si riflettono nei materiali (nobili) e nei colori (neutri) ma che hanno dimostrato la loro pericolosità proprio per il mercato che le ha create. Che in realtà stagna anche se guadagna. Quindi no, la moda come sistema di segni e significati non può esistere senza la sua fatuità. I vestiti sì, possono essere duraturi. Ma per quanto costruiti con materiali preziosi, sono destinati a consumarsi.  

CS: Nomine, debutti e sostituzioni dei direttori creativi producono una sensazione di movimento permanente. Ma la velocità con cui il sistema cerca il nuovo non è precisamente ciò che impedisce al nuovo di apparire? 

MC: Non è la velocità del cambiamento che impedisce la nascita del nuovo ma la scelta pretestuosa di chi sceglie l’autore che dovrebbe produrre lo sperato (ma forse sarebbe meglio dire il presunto) cambiamento. Al netto di qualche vantaggio mediatico, molte sostituzioni avvengono perché in realtà ci possa essere una restaurazione e non un’evoluzione. Se la scelta dei nuovi direttori creativi si risolve nel voler riportare i marchi indietro a rileggere pretestuosamente la storia del marchio (fatta di archivi e di fondatori defunti da decenni), eventualmente e indubbiamente annullando il progresso del predecessore, allora si verifica che il nuovo non appare. Ma non perché non si vede, proprio perché non c’è. Di esempi se ne potrebbero fare molti, purtroppo. Ma a nulla varrebbe fare nomi perché mettere sull’avviso non produce alcun risultato: da sempre, la moda subisce il fascino del cupio dissolvi. Al contrario, la centralità nella moda di oggi di protagonisti come Miuccia Prada e Rei Kawakubo e la sensazione di “assenza” che provoca la lontananza di Hedi Slimane dal lavoro attivo, la dice lunga sulla prevalenza del “metodo” rispetto agli archivi e alle citazioni storiche dei fondatori, dalle quali nascono anche le continue citazioni di Yves Saint-Laurent. Così come dare precedenza al progetto (ad esempio alla maniera di Maria Grazia Chiuri o anche di Matthieu Blazy) rispetto agli slogan e alle emotività creative restituisce una concretezza non solo al prodotto ma perfino alla stessa narrazione dell’immaginario del marchio.  

CS: Il lusso continua a parlare di artigianalità mentre una parte crescente del suo valore viene prodotta dal marketing, dalla distribuzione e dalla finanza. L’oggetto è ancora il centro del sistema oppure è diventato il supporto materiale di una costruzione simbolica ed economica? 

MC: L’artigianato (il fatto a mano) da una parte protegge professionalità che altrimenti andrebbero perdute e delle quali l’industria del lusso si è presa in carico la sopravvivenza anche attraverso la creazione di scuole, accademie, sartorie e laboratori, dall’altra è diventata una bella narrazione che ha in sé molti alibi, tra i quali quello dell’aumento dei prezzi. In molti casi, il fatto a mano viene utilizzato proprio da coloro che hanno preferito trasformare la moda in un prodotto di lusso facendo diventare sinonimi le parole “moda” e “lusso”. Il che è un errore perché i due termini hanno significati diversi che non possono essere confusi: moda è innovazione e progresso, lusso è privilegio e conservazione. E questo ha portato anche all’innalzamento del prêt-à-porter (che è un prodotto industriale) verso l’alta moda (che è artigianale) e così molte collezioni sono espressione di una “alta moda pronta”, cioè un ibrido prodotto in serie con i macchinari ma con velleità da pezzo unico lavorato a mano. Per veicolare questo significato, il marketing è stata una scelta strategica. Però si è verificato che nel sentire comune l’impressione è che ormai la moda sia solo marketing e per molti quello che viene definito “alto di gamma” (per qualità di materiali e di lavorazioni artigianali, oltre che per la creatività) ha gli stessi valori di tutto il resto. La conseguenza è che si è instaurata una relazione tossica per cui l’Alta moda appare in continuità con quel fast fashion che prima era ritenuto il maggiore responsabile della non sostenibilità del fashion e ora, invece, spinge sul concetto di “affordable” per trasformarsi nel nuovo prêt-à-porter. Una tragedia! A questo si deve aggiungere che la comunicazione in autonomia di molti marchi sulle piattaforme social ha annullato qualsiasi differenza per cui un vestito pezzo unico della Couture viene commentato con gli stessi criteri di un outfit di sportwear. Con l’aggravante che la creatività spesso viene confusa con la stravaganza.  

CS: Negli ultimi anni la moda ha cercato nell’arte contemporanea una forma di legittimazione: fondazioni, mostre, collaborazioni, collezioni aziendali, sfilate ambientate nei musei. È un autentico scambio culturale oppure l’arte è diventata il dispositivo più sofisticato attraverso cui il lusso certifica la propria eccezionalità? 

MC: L’arte contemporanea deve ringraziare moltissimo la moda per il mecenatismo che le ha dimostrato e anche per la visibilità che la moda le ha permesso di raggiungere. Basti pensare al ruolo di alcuni casi evidenti, come Fondazione Prada e Fondation Pinault, che gestiscono quelli che sono diventati veri e propri Musei di Arte Contemporanea (a Milano e Venezia la prima, a Venezia e Parigi la seconda) e altre che organizzano mostre. Forse la domanda dovrebbe essere perché le istituzioni pubbliche non abbiano fatto quello che ha fatto la moda. Ma è un discorso diverso e lunghissimo. Certo, spesso la moda cerca una legittimazione attraverso l’arte, ma questa richiesta la scorgo più quando i marchi e i loro direttori creativi comunicano collaborazioni pretestuose con gli artisti per le collezioni stagionali dei loro vestiti. Quindi, propendo bonariamente per lo scambio culturale anche se va riconosciuto che in alcuni momenti il ruolo della moda negli eventi dell’arte risulta invasivo. 

CS: Il direttore creativo viene sempre più spesso descritto come un curatore: seleziona immagini, riattiva archivi, costruisce ambienti, associa riferimenti e produce narrazioni. Questa convergenza con la pratica curatoriale amplia la moda o rischia di sostituire il progetto dell’abito con il progetto del contesto? 

MC: Il direttore creativo deve creare e non curare. Se la moda sente il bisogno di una figura diversa deve chiamarla con una qualifica che corrisponde al ruolo. Gli attuali direttori creativi, ai quali non è stato più richiesta l’abilità del disegno, anni fa si chiamavano fashion designer o stilisti che sapevano disegnare ma non tagliare e drappeggiare come i sarti che li hanno preceduti. Quindi nulla di strano: la qualifica è cambiata in corrispondenza al cambio del loro ruolo. Basta dirlo: se hanno bisogno, possono inventare il fashion curator. Risulta comunque strano che la moda nuova possa nascere dalla curatela di qualcosa che c’è già: vogliamo rassegnarci all’immobilismo della continuità? E qual è o come potrebbe essere la moda che nasce da una curatela ed è in grado di raccontare il tempo in cui nasce? Certo, se lo facesse certificherebbe che l’oggi non sta producendo nuova cultura. Non so… Il rischio, però, è che sia una moda celebrativa e a tratti nostalgica che impedisce la prospettiva dell’innovazione. 

CS: L’arte contemporanea sembra aver progressivamente rinunciato alla bellezza, mentre la moda non può rinunciare del tutto alla seduzione. Questa dipendenza dal desiderabile rende la moda culturalmente più conservatrice oppure, al contrario, le consente di entrare nella vita delle persone con una forza che l’arte ha perduto? 

MC: L’arte e la moda rappresentano due creatività diverse. La moda non può prescindere dal fattore anatomico: qualsiasi sua idea creativa atterra su un corpo, femminile o maschile. Lo veste, lo trasforma, addirittura lo modifica. E, attraverso il vestito, si propone come strumento di comunicazione della personalità di chi lo indossa. La differenza tra arte e moda salta all’occhio appena si smette di considerare la moda una forma d’arte: non lo è.  

CS: L’archivio non è più soltanto memoria: è una riserva economica, una scorciatoia creativa e uno strumento di riduzione del rischio. Nell’arte l’appropriazione può produrre una lettura critica del passato; nella moda, quando la citazione diventa linguaggio e quando diventa semplice riciclo? 

MC: Perché l’archivio di un marchio possa diventare linguaggio, chi lo consulta non deve copiarne i vestiti ma capire il metodo di lavoro che ha portato alla nascita dei vestiti raccolti in quell’archivio. Altrimenti è appropriazione indebita e restaurazione. Attualizzare un metodo crea un linguaggio, ispirarsi alle silhouette produce il riciclo. Anche quando le proporzioni vengono studiate con l’AI e le stampanti in 3D.  

CS: La moda dichiara di voler essere inclusiva, sperimentale e politicamente consapevole, ma il suo modello economico diventa ogni anno più esclusivo. Anche l’arte contemporanea vive una contraddizione analoga, tra radicalità dei contenuti e concentrazione del mercato. Moda e arte stanno criticando il sistema mentre ne diventano le forme più perfette? 

MC: La prevalenza del mercato ha colpito tanto l’arte quanto la moda. Credo sia inutile fare le gare per stabilire quale delle due abbia subito le conseguenze negative maggiori. Direi che a entrambe manca quella radicalità che un tempo permetteva di non partecipare al sistema che si lottava. Ma anche questa lotta apparente oggi appare un’idea “romantica” perché in realtà la storia ha visto pochi esempi di abbandono del sistema da parte di chi lo criticava. In realtà, molta critica degli anni passati oggi appare manierista e opportunista. E gli opportunismi hanno scritto molti capitoli di storie che solo la distanza del tempo ci fa apparire romanticamente coerenti quando invece sono stati complici dei vizi del sistema.  

CS: I giovani designer, come gli artisti emergenti, vengono spesso celebrati prima ancora di aver avuto il tempo di costruire un linguaggio. La precarietà è diventata una categoria estetica e mediatica? E che cosa accade quando un autore desidera crescere, strutturarsi e diventare impresa senza perdere credibilità culturale? 

MC: Nella moda i fuochi di paglia hanno sempre fatto scuola: a volte si sono perfino trasformati in storie durature. Nella situazione attuale, l’unica via di scampo per i giovani è creare un sistema alternativo a quello vigente, non rincorrere il sistema dei grandi gruppi finanziari. Si può essere rilevanti anche senza sfilare a Parigi e anche senza fatturati miliardari. La creazione di un sistema alternativo non può che venire da chi si sente penalizzato dal sistema  che invece ha tutto l’interesse a continuare così com’è e spesso ingloba le creatività dei giovani per i propri interessi finché gli conviene, poi li fa cadere come le marionette a cui vengono tagliati i fili. Lo dimostra le vicende dei tanti marchi alternativi comprati dai gruppi finanziari nel momento in cui il trend li premiava e poi chiusi una volta esaurito il ciclo della richiesta.  

CS: La moda produce una quantità sterminata di immagini, ma sempre meno immagini sembrano capaci di restare. L’arte, al contrario, continua a rivendicare durata e sedimentazione. Come distingui oggi un’immagine realmente contemporanea da un’immagine semplicemente molto visibile? 

MC: È il dramma che stiamo vivendo in questi decenni: che cosa dura oltre il tempo di uno scroll sullo schermo di uno smartphone? Oggi all’immagine della moda non serve la narrazione ma l’evidenza di un prodotto: una modella abbracciata a una borsa ha una comunicazione più comprensibile di quella di “Dovima e gli elefanti” (la foto di Richard Avedon per Christian Dior del 1955 con l’abito della Couture FW 1955-56 disegnato dal diciannovenne Yves Saint Laurent, all’epoca assistente di Monsieur Dior). Del resto, perché nei club si suona la stessa musica di 30, 40, 50 anni fa? Il rock è contemporaneo, rassicurante o dura perché il nuovo che nasce è effimero? Quindi oggi l’immagine del contemporaneo è quella che dura poco mentre l’arte e la moda pretendono di essere eterni. È giusto o è sbagliato? Chissà… 

CS: La moda è stata a lungo un laboratorio più rapido dell’arte nel registrare mutazioni del corpo, dell’identità, del genere, della classe e della tecnologia. Oggi è ancora capace di anticipare il presente oppure si limita a tradurre in prodotto trasformazioni già avvenute altrove? 

MC: Non la metterei in termini di chi vede prima che cosa. Nelle stesso tempo dire che la moda anticipa il futuro è dire una bugia: non l’ha mai fatto. Spesso ha saputo leggere il suo presente e ha elaborato delle soluzioni che altri non riuscivano a rendere concrete. E in un certo senso lo fa ancora: in questi anni svuotati dalle culture, in questo periodo lungo che definirei il “tempo del poco’” in cui viviamo, perché la moda dovrebbe essere una creatività che indica la via di uscita? Si limita a vestire le persone che vivono oggi e per lo più veste persone danarose che la usano come i costumi di scena nella rappresentazione della loro vita lussuosa. E questo sembra essere lo specchio dei tempi. Del resto quella eccellente scienza della vita pubblica che era la politica non sta parlando solo di economia e impaurendo i governati con la minaccia dell’immigrazione? In questa situazione veramente si può chiedere alla moda di risolvere i problemi provocati da questo decadimento voluti dal dominio della mediocrità diventata sistema, cioè la “mediocrazia”?  

CS: Che cosa ha compreso l’arte contemporanea del nostro tempo che la moda non ha ancora compreso? E, viceversa, che cosa la moda continua a vedere prima dell’arte? 

MC: L’arte è più scaltra e spregiudicata della moda e quindi ha compreso che non sempre occorre dare ragione a tutti. La moda da parte sua, pur annegata nel mercato, sa vedere che la ribellione e la diversità si possono ancora praticare e coltivare. Condizionata com’è dalla ricerca di mercati sempre più ricchi e conservatori, la moda appare però avere meno coraggio dell’arte nell’affermarlo. Insomma, nella moda ci vorrebbero più Marina Abramović che quei creativi che ancora ci dicono che la bellezza salverà il mondo. Quelli, tutt’al più, servono a fare vestiti costosi da vendere ai ricchi che rappresentano l’uno per cento della popolazione mondiale. Ammesso che quell’uno per cento voglia ancora i vestiti mentre nel frattempo è certo che la moda è diventata antipatica a chi una volta poteva e ora non se la può più permettere. Ecco, alla fine la differenza sta proprio in questo: l’arte ha compreso che per essere attraente non serve essere accondiscendenti. 

Michele Ciavarella è giornalista, critico di moda e Deputy Editor di Style Magazine – Corriere della Sera.

Condividi questo articolo
  • Facebook
  • Twitter
  • Mail
Altri articoli di

Cristiano Seganfreddo

Viktor&Rolf. Arte, moda e la difesa della creatività

25 Settembre 2026, 2:02 pm CET

Introduzione Difendere la creatività — e farlo attraverso una pratica che mescola moda, arte e performance — è ciò che…

Approfondisci

L’editoriale

24 Settembre 2026, 10:18 am CET

Flash Art Italia 367 è tutto giallo. Un giallo itterico, quasi tossico, e inevitabilmente un po’ isterico: il colore di…

Approfondisci

I vasai sono i sopravvissuti, sono una vasaia anch’io. Rosanna Bianchi Piccoli

8 Luglio 2026, 11:46 am CET

Nel panorama dell’arte italiana del secondo Novecento, Rosanna Bianchi Piccoli (1929-2025) occupa una posizione difficilmente classificabile. Ceramista, designer, ricercatrice, progettista…

Approfondisci

Postmodern sun
La trasformazione del tramonto come performance

20 Aprile 2026, 1:33 pm CET

L’opera d’arte più celebre del XXI secolo è un grande tramonto artificiale. Nel 1997, Olafur Eliasson aveva già pensato di…

Approfondisci

  • Precedente

    Viktor&Rolf. Arte, moda e la difesa della creatività

© 2026 Flash Art

  • Termini & condizioni