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Conversazioni, Flash Art Italia 367

25 Settembre 2026, 2:02 pm CET

Viktor&Rolf. Arte, moda e la difesa della creatività di Cristiano Seganfreddo , Gea Politi

di Cristiano Seganfreddo , Gea Politi 25 Settembre 2026
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Veduta della mostra “Viktor&Rolf. Spectrum”, 2026. Fotografia di Alessandro Saletta, DSL Studio.
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Veduta della mostra “Viktor&Rolf. Spectrum”, 2026. Fotografia di Alessandro Saletta, DSL Studio.
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Veduta della mostra “Viktor&Rolf. Spectrum”, 2026. Fotografia di Alessandro Saletta, DSL Studio.
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Veduta della mostra “Viktor&Rolf. Spectrum”, 2026. Fotografia di Alessandro Saletta, DSL Studio.
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Veduta della mostra “Viktor&Rolf. Spectrum”, 2026. Fotografia di Alessandro Saletta, DSL Studio.
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Veduta della mostra “Viktor&Rolf. Spectrum”, 2026. Fotografia di Alessandro Saletta, DSL Studio.
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Veduta della mostra “Viktor&Rolf. Spectrum”, 2026. Fotografia di Alessandro Saletta, DSL Studio.
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Veduta della mostra “Viktor&Rolf. Spectrum”, 2026. Fotografia di Alessandro Saletta, DSL Studio.
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Viktor&Rolf, bozzetto di “NO”, AW08, 2008.
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Viktor&Rolf, bozzetto di “Couture Prompt”, SS25, Look 12, 2025.
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Viktor&Rolf, bozzetto di “Bedtime Story”, AW05, 2025.
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Viktor&Rolf, bozzetto di “Late Stage Capitalism Waltz”, SS23, Look 12, 2023

Introduzione
Difendere la creatività — e farlo attraverso una pratica che mescola moda, arte e performance — è ciò che Viktor&Rolf (Viktor Horsting e Rolf Snoeren) fanno da quando nel 1988 si sono incontrati all’Arnhem Academy of Art and Design e hanno cominciato, ancor prima di fondare la propria maison nel 1993, a muoversi in uno spazio di confine che il sistema moda non sapeva ancora come nominare. Si definiscono “fashion artist”, una dicitura che rappresenta la corretta sintesi di una ricerca che ha attraversato haute couture, video, installazione, profumeria e performance senza mai perdere di vista un’unica domanda: che cosa può ancora dire un abito, oggi, quando tutto sembra già detto?

“Viktor&Rolf. Spectrum”, è la prima mostra del duo in Italia a cura di Alessio de’ Navasques presso la Galleria di 10 Corso Como a Milano. Venti look di haute couture, scelti lungo oltre tre decenni di lavoro, sono messi in scena non secondo la consueta progressione cronologica, ma in coppia: un principio compositivo che è, prima ancora che un dispositivo curatoriale, la cifra stessa del duo.

«Il doppio, nel lavoro di Viktor&Rolf, non è semplicemente una scelta estetica, ma una vera struttura del pensiero» – ci ha raccontato de’ Navasques in occasione della pubblicazione dell’intervista – «È presente nella loro stessa identità come duo, nella relazione tra realtà e rappresentazione, tra abito e immagine, tra originale e replica. In Spectrum abbiamo trasformato questa logica in un principio espositivo: gli abiti non sono presentati come oggetti isolati, ma attraverso relazioni, contrasti e corrispondenze. Accostare due lavori significa allora produrre una nuova possibilità di lettura, fare emergere una continuità che non è necessariamente visibile a un primo sguardo. Il doppio diventa così uno strumento critico per interrogare la natura stessa della moda: la sua capacità di produrre desiderio attraverso immagini, copie, citazioni e reiterazioni».

Non è un caso che il curatore scelga la metafora del prisma per raccontare il progetto: «L’idea di “Spectrum” nasce dalla metafora del prisma, che considero particolarmente efficace per leggere il lavoro di Viktor&Rolf. Un prisma non crea i colori: scompone la luce e rende visibili componenti che erano già contenute nella sua unità originaria. Allo stesso modo, la mostra non vuole aggiungere un’interpretazione esterna alla loro opera, ma rendere percepibili le diverse componenti che la costituiscono e le relazioni che le tengono insieme. Ironia, teatralità, surrealismo, critica sociale e virtuosismo sartoriale non sono episodi separati, ma registri di una stessa pratica. Il dispositivo espositivo agisce quindi come uno strumento di analisi: attraverso lo spazio, le superfici riflettenti e le associazioni tra gli abiti, ciò che emerge non è una storia illustrata di Viktor&Rolf, ma la struttura profonda di una ricerca che ha sempre utilizzato la moda per interrogare la moda stessa».

Una mostra come “Viktor&Rolf. Spectrum” oggi diventa un manifesto che riconosce alla moda uno statuto che va oltre l’oggetto e il consumo, e restituisce a una pratica come quella di Viktor&Rolf il contesto critico che merita: non una retrospettiva commemorativa, ma l’occasione per interrogare, ancora una volta, che cosa voglia dire fare moda quando la moda stessa — come i due designer raccontano nell’intervista che segue — è sempre più schiacciata tra logiche di mercato e desiderio di ritrovare una creatività pura.

Cristiano Seganfreddo e Gea Politi: Prima che la moda vi accettasse pienamente, lo aveva già fatto il mondo dell’arte. Nel 1994 partecipaste alla mostra “L’Hiver de l’Amour” co-curata da Olivier Zahm e Elein Fleiss (Purple Prose) insieme a Dominique Gonzalez-Foerster, Bernard Joisten e Jean-Luc Vilmouth al Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris (e successivamente al PS1 di New York), in un contesto che comprendeva artisti come Carsten Höller, Mat Collishaw e Dominique Gonzalez-Foerster. Viktor&Rolf avrebbe potuto diventare una pratica artistica anziché una maison di moda — o non soltanto una maison? Ci fu davvero una scelta?

Viktor: Ci siamo formati come fashion designer in un’accademia d’arte, ma all’inizio non sapevamo quasi nulla del sistema della moda e non avevamo idea di come entrarvi. “L’Hiver de l’Amour” ci offrì l’occasione di realizzare un lavoro che altrimenti non avremmo fatto. Sarebbe però eccessivo descriverlo come una scelta deliberata: eravamo molto giovani, le occasioni arrivavano e noi reagivamo.

Rolf: In quel caso fu decisiva la visione di Olivier Zahm, di Purple. Fu tra i primi a mettere insieme arte e moda con autentica apertura mentale. Il lavoro site-specific nacque dal suo invito.

Viktor: Per noi quelli furono anche gli inizi di una pratica artistica. Pur essendo formati come designer, abbiamo sempre mantenuto nei confronti della moda un atteggiamento riflessivo, persino distaccato. Poiché non riuscivamo a entrare nel sistema, cominciammo a produrre video, installazioni e altri lavori, sempre assumendo la moda come soggetto. Eravamo liberi di utilizzare qualunque forma ci sembrasse necessaria.

CGPS: Dopo cinque anni sceglieste di collocarvi al centro della moda attraverso l’haute couture, presentando la prima collezione alla Galerie Thaddaeus Ropac (1998). Perché proprio l’ haute couture?

Rolf: Ci vollero esattamente cinque anni per dirci: vogliamo stare al centro della moda, come possiamo farlo? La risposta fu presentare durante l’haute couture.

Viktor: Oggi è facile ricostruire retrospettivamente una sequenza di decisioni nette, ma allora una cosa conduceva semplicemente all’altra. La scelta di concentrarci sulla moda e sulle sfilate fu comunque precisa. La couture era il contesto ideale perché non richiedeva l’intera infrastruttura industriale e il capitale necessari al prêt-à-porter.

Rolf: E ci concedeva tutta la libertà di cui avevamo bisogno. Dopo tanti anni continuiamo a sentirci a casa nella couture; è con la dimensione industriale che abbiamo sempre avuto difficoltà.

CGPS: Quella prima sfilata sembra oggi un’immagine storica: arte e moda collaboravano prima di diventare due gigantesche industrie culturali. Fu anche il momento in cui iniziò consapevolmente il brand Viktor&Rolf?

Viktor: Fu la prima volta in cui presentammo una collezione completa con il nostro nome. La colonna sonora ripeteva «Viktor&Rolf», pronunciato e gridato da una voce femminile. Pensammo: anche se non ricorderanno gli abiti, almeno ricorderanno il nome. Era una strategia di branding, ma anche un gesto ironico. In realtà, stagione dopo stagione, non sapevamo se avremmo avuto i mezzi economici e organizzativi per realizzare quella successiva.

CGPS: Nel vostro lavoro convivono continuamente opposti: simmetria e distorsione, originale e copia, minimalismo e barocco, lusso e austerità. Questa dualità deriva dal fatto che siete due autori?

Viktor: Non è che uno di noi rappresenti un polo e l’altro quello opposto. È il nostro modo comune di pensare. Probabilmente dipende dal fatto che siamo in due: ogni idea viene interrogata, analizzata, messa alla prova nella sua logica. Questo ci conduce naturalmente a osservarne le diverse facce.

CGPS: Quando un abito diventa scultura? La vestibilità è un limite utile o considerate il capo un oggetto autonomo?

Rolf: Non pensiamo al capo esattamente come a una scultura, ma certamente come a un oggetto autonomo. Non partiamo da una cliente o dalla necessità di valorizzarne il corpo: guardiamo il capo da tutti i lati e consideriamo il ruolo che avrà nella sfilata. È un attore dentro una performance. Non ha necessariamente bisogno di un corpo.

CGPS: La performance è stata fondamentale, da Russian Doll alle sfilate in cui vestite o svestite le modelle, trasformando i corpi in piedistalli o architetture mobili. La passerella è per voi un formato espositivo, teatro o un medium autonomo?

Viktor: Dipende dalla sfilata. In alcuni casi la performance è essenziale, in altri meno. Abbiamo lavorato molto sul formato perché una sfilata riesce quando ogni elemento svolge una funzione logica dentro una totalità, della quale gli abiti sono una parte decisiva. Vogliamo creare un piccolo universo in un tempo brevissimo.

Rolf: È un momento magico di dieci minuti in cui tutto converge. Lì sentiamo che esiste davvero il lavoro. Riuscire a trasmettere un messaggio complesso in dieci minuti sarebbe il risultato ideale.

CGPS: L’haute couture è forse uno degli ultimi luoghi della cultura contemporanea in cui un’enorme quantità di intelligenza, lavoro e tempo si concentra in un oggetto quasi privo di necessità pratica. L’inutilità è una delle ultime forme di lusso — e di libertà?

Rolf: Parlerei forse di “inutile/utile”. Per noi è importante l’idea dell’intangibile: qualcosa che non si può possedere e che si può godere soltanto per la sua bellezza.

Viktor: La parola “inutile” può avere un’accezione negativa. Preferisco dire che qualcosa può esistere per se stesso, come un’opera d’arte. Non sostengo che ciò che facciamo sia arte, ma può esistere per il proprio valore. Tracey Emin ha detto che l’arte è probabilmente l’ultimo luogo in cui le cose possono ancora esistere per se stesse. Farlo nella moda è paradossale, perché la moda appartiene a un contesto radicalmente commerciale.

CGPS: Avete però protetto per più di trent’anni questa poesia intangibile dalle pressioni commerciali. Come si conserva l’integrità mentre crescono il brand, la squadra e le responsabilità economiche?

Rolf: Abbiamo sempre cercato di collocare la creatività al centro. È il principio fondamentale.

CGPS: Oggi i musei acquisiscono ed espongono il vostro lavoro, inserendolo in narrazioni culturali e storico-artistiche. Come vivete questa istituzionalizzazione?

Viktor: Fortunatamente ci sentiamo ancora molto vivi: quando facciamo qualcosa di nuovo, per noi possiede ancora freschezza. È però un grande complimento quando un museo ci chiede un pezzo preciso di quindici o vent’anni fa. Nella moda mostri qualcosa — e noi cerchiamo di mostrare idee, non soltanto abiti — ma alla fine della stagione tutto scompare. Anche la nostra collezione di bambole nasce per preservare le idee delle diverse stagioni, sottraendole all’obsolescenza della moda e al suo contesto immediato.

CGPS: L’arte contemporanea continua a influenzarvi?

Viktor: Ci ispira la libertà che può emanare dalla pratica di un artista: la libertà del pensiero. E quando tutto sembra difficile, osservare il lavoro altrui ricorda che è difficile per tutti.

Rolf: Non siamo mai ispirati direttamente da una singola opera o da un determinato periodo. Ci sediamo a un tavolo e parliamo di come ci sentiamo, dello stato del mondo e di ciò che abbiamo visto. Il lavoro nasce da quella conversazione.

CGPS: La parola precede dunque l’immagine?

Rolf: Sempre. Cominciamo dalla parola scritta e soltanto dopo iniziamo a visualizzare. Non possiamo disegnare senza chiarezza.

Viktor: Senza chiarezza concettuale ci è molto difficile creare qualunque cosa: abiti, profumi o altro. Dobbiamo sapere in anticipo cosa vogliamo dire. Lo esprimiamo attraverso le parole perché dobbiamo comunicarlo l’uno all’altro. A un certo punto abbiamo cominciato anche a giocare letteralmente con il linguaggio: come si può davvero “dire” qualcosa attraverso un abito? Da lì è nato l’uso del testo nelle collezioni.

CGPS: Il profumo è un’altra forma d’intangibilità: veste il corpo con qualcosa che non si vede. La vostra storia nella profumeria comincia nel 1996 con un profumo falso. Come nacque?

Rolf: Per una mostra in galleria realizzammo 250 flaconi di Le Parfum. Il flacone non poteva essere aperto, ma tutto il resto esisteva: il profumo, la campagna, la confezione. Era una manifestazione del desiderio e, in qualche modo, condusse poi L’Oréal da noi, permettendoci di trasformarlo in realtà.

Viktor: La mostra metteva in scena le nostre ambizioni e i nostri sogni: la vita immaginaria di uno stilista famoso e di successo. Nulla era reale. C’erano cinque installazioni, quattro delle quali in miniatura: una bambola su una passerella, una nello studio fotografico, un piccolo negozio. Soltanto il profumo era a grandezza naturale. Ancora oggi non sappiamo perché scegliemmo quella scala, ma è curioso che proprio il profumo sia poi diventato reale e sia cresciuto in modo esponenziale.

Rolf: Da adolescenti entrambi fummo attratti dalla moda attraverso le pubblicità dei profumi. Un profumo è quasi nulla: vende un sogno. In fondo, è acqua in una bottiglia.

CGPS: Le vostre idee sembrano spesso emergere con leggerezza, quasi fossero semi che fioriscono al momento giusto. È davvero così?

Viktor: Non sempre.

Rolf: Alcune delle idee migliori nascono dalla frustrazione. Serve una certa quantità di frustrazione: l’idea diventa una terapia.

Viktor: Poi bisogna attraversarla, lavorarci dentro.

CGPS: La mostra a 10 Corso Como attraversa oltre trent’anni di lavoro attraverso circa venti pezzi. Che rapporto avete oggi con il vostro archivio? È uno strumento per creare il futuro o appartiene al passato?

Rolf: Appartiene al passato.

Viktor: Ma oggi ci sentiamo più liberi di riconoscere e abitare il nostro linguaggio. Per molto tempo abbiamo pensato che ogni collezione dovesse essere completamente diversa dalla precedente: se una stagione era nera, quella successiva doveva essere bianca. Ora ci sentiamo più a nostro agio con ciò che abbiamo costruito e possiamo tornare sulle idee per affinarle.

CGPS: Quanto entrano nel vostro lavoro il contesto politico e sociale, la crisi climatica e l’incertezza contemporanea?

Viktor: Entrano certamente. La sfilata di luglio può essere letta come una reazione, anche piuttosto diretta, al presente. Lavoriamo sempre dentro un contesto e dobbiamo confrontarci con esso.

Rolf: È questo, in fondo, ciò che la moda dovrebbe essere.

CGPS: Negli ultimi quindici anni grandi capitali, fondi e concentrazioni di potere hanno trasformato la moda. Lo stesso è accaduto nell’arte. Come si può tornare al desiderio e quale posizione sentite di occupare oggi?

Rolf: La trasformazione non riguarda soltanto la moda. Nel mondo dell’arte e nella società intera tutto è sempre più determinato dal denaro e commercializzato. Sentiamo quindi un desiderio crescente di tornare alle basi, a una creatività pura. Anche l’artista è spinto a ripetere se stesso per affermare una firma riconoscibile: deve restare fedele a una formula, altrimenti non è commerciabile. È una dinamica ormai universale.

Viktor: Assistiamo a una concentrazione di denaro e potere, mentre le realtà più piccole scompaiono.

Rolf: La sfilata di luglio parlava anche di questo.

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